I pensieri di una psicoterapeuta.

4Credo fermamente che il miglior modo di onorare una notte d’estate dall’aria rarefatta e sospesa, sia scrivere pensieri ribelli dall’ apnea densa e faticosa. E allora scrivo. E accolgo pensieri. Scrivo di storie di donne e di uomini che quotidianamente ascolto grazie al mio lavoro, raccolgo emozioni di vite vissute, sostengo fatiche di un quotidiano viversi, riunisco parti di Sé in frammenti. In una parola ASCOLTO (dentro), lasciando scorrere tutto questo attraverso un sistema osmotico di pieni e vuoti che solo anni di pratica clinica insegnano e consolidano in un quotidiano ripetersi di rituali per accogliere ed accogliersi.

Perché è facile entrare nella relazione d’aiuto, ci gratifica sollecitando parti di un Sé affamato di riconoscimento, il difficile è rimanerci imparando a staccarsi, in un quotidiano arrivederci, mentre la terapia scorre, accoglie, raccoglie e guarisce storie quotidiane di un faticoso viversi.

Il difficile è accettare quella traccia che ogni paziente lascia in noi ogni giorno, tracce spesso doloroso, silenziosi segni che incidono la nostra psiche e la nostra storia. Il difficile è lasciarsi andare, mescolarsi, accettare senza perdersi, senza perdere mai di vista l’unico obiettivo della relazione terapeutica: la guarigione psichica della Persona che ci ha scelto. Ogni incontro è un movimento rotatorio, spesso veloce, altre volte lento, dove due sostanze diverse si mescolano per alcuni momenti ritornando ognuna al proprio posto, quando la forza terapeutica del setting smette di “centrifugare” emozioni e storie. Un pò come l’acqua e l’olio, sostanze dalla natura diversa, ma capaci di convivere nello stesso spazio che contiene differenze e confini, formando per pochi attimi una miscela empatica per poi dividersi in due strati separati ma complici. Ecco, io immagino ogni incontro terapeutico così, raccogliendo a fine giornata tutto questo, integrandolo nella mia storia di donna, di madre e di psicoterapeuta, imparando da ogni incontro l’importanza di sentirsi amati e accuditi, sin dal preconcepimento.

E parto proprio da lì, dal racconto del loro parto, perché è dentro l’utero materno che noi psicoterapeuti riusciamo ad iniziare la Persona alla narrazione di sé. Perché nel modo di venire al mondo c’è una fonte inesauribile di storie, vissuti, letture, schemi che si ripetono nel quotidiano viversi in una coazione spesso dolorosa, dai significati misteriosi che aspetta solo di essere ascoltata e restituita in una rilettura che libera da meccanismi disfunzionali e affaticati. Perché accettare di lavorare su memorie remote, significa mescolarsi, sentirsi, riconoscersi e distaccarsi, riportando la narrazione in un qui ed ora denso di sintomi e di sofferenza psichica. Significa viaggiare nel tempo, senza mai disorientarsi, raccogliendo i rischi dell’ignoto, mentre la Persona svela parti di Sé mai raccontate. Significa accettare, anche le parti scomode, quelle che non avremmo mai voluto sentire ma che appartengono alla Persona che ci ha scelto. Significa accompagnare, lenire, asciugare lacrime e guarire da una sofferenza psichica la/il protagonista della storia ascoltata. Significa lasciarla/o andare in un addio che sugella un patto indissolubile, fatto di rispetto e di confini.

Ecco cosa significa per me, ogni giorno, il mio lavoro.

Si chiama Psicoterapia, si pronuncia Passione.

Cecilia Gioia

 

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Il 14 febbraio io ballo.

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“Un miliardo di donne violate è un’atrocità” sostiene Eve Ensler, “un miliardo di donne che ballano è una rivoluzione.

Sono partita da questa frase pronunciata da Eve Ensler, autrice de I monologhi della vagina, attivista e fondatrice del V-Day, per decidere di ballare ogni 14 febbraio.

E sempre da questa frase ho deciso che ballare insieme tutte significa produrre un’onda ossitocinica che invade tutt*, nessun* esclus*.

Un miliardo di donne, un numero assurdo e atroce se lo si associa alla violenza.

Un numero incredibile e rivoluzionario se rappresentato da mille storie di donne che prendono forma attraverso un corpo unico che balla e racconta.

Perché attraverso il ballo passa la rivoluzione. Una rivoluzione che non necessita di parole ma di azioni confluenti verso un unico obiettivo, un corpo che avvolge e coinvolge in una danza liberatoria e antica.

Ballare significa centratura, ascolto e libertà.

Ballare insieme ad altre donne significa sorellanza e consapevolezza.

Ballare davanti alle nostre figlie o ai nostri figli, alle nostre compagne o ai nostri compagni, alle nostre madri o ai nostri padri significa orgoglio e crescita.

Ballare davanti a tutte le forme di violenza subita significa ribellione e coraggio.

Ballare il 14 febbraio in una piazza incuriosita significa promuovere la cultura del rispetto.

Perché la rivoluzione parte da me, ogni giorno.

Attraverso il mio scegliermi, accogliermi e amarmi: scelta coraggiosa e concreta

che necessita di un costante ri-conoscermi dentro.

Perché contro la violenza sulle donne e le bambine serve una vera rivoluzione, a partire da ognuna di noi, dentro di noi.

Perché praticare verso di me atti gentili significa imparare ad amarmi e rispettarmi.

Spezzare le catene della violenza, i maltrattamenti fisici, le mutilazioni genitali, l’incesto e la schiavitù sessuale a cui una donna su tre è sottoposta in ogni luogo del mondo, questo il mio obiettivo.

Liberare il mio corpo e la mia mente per sentirmi parte consapevole di un corpo unico e meraviglioso, il mio impegno di ogni giorno.

Il 14 febbraio io ballo, e voi?

Cecilia Gioia

 

 

L’ignoranza emotiva.

lignoranzaTroppo spesso leggiamo articoli o libri che presentano l’intelligenza emotiva come la chiave di adattamento funzionale alla vita e ai suoi imprevisti. Una fitta rete di parole che descrive questo tipo di intelligenza, evidenziando le competenze individuali e sociali affinché ci sia equilibrio tra cuore e il cervello. Un paradosso solo apparente che invece sottolinea quanto sia necessario favorire l’espressione di tale intelligenza considerandola una funzione adattiva e protettiva della Persona. Essere emotivamente competenti significa conoscere consapevolmente le proprie emozioni, la loro intensità e l’effetto che provocano in se stess* e sugli altri.

Al contrario ahimè, il guardarmi intorno mi evidenzia quotidianamente un fenomeno sempre più evidente che coinvolge davvero tutt* e che si identifica come ignoranza emotiva. A livello semantico la parola lascia ben poco spazio all’immaginazione, perché ben chiara e definita. Simbolicamente parlando immagino l’ignoranza emotiva come una vera e propria lacuna della psiche dove è difficile sintonizzarsi e riconoscersi nelle proprie emozioni e in quelle altrui e dove è facile perdersi in un Io poco nutrito della linfa vitale emotiva, necessaria per la nostra sopravvivenza.

Ma come si promuove l’ignoranza emotiva?

Le emozioni sono una serie di cambiamenti che si registrano nel nostro corpo, nei nostri pensieri e nei nostri comportamenti che la Persona utilizza in risposta ad un evento. Possiamo definire le emozioni come un’esperienza intensa e passeggera che ci permette di entrare in contatto con gli altri, favorendo o ostacolando l’apprendimento. Alcune sono innate e definite primarie, altre nascono dalla combinazione delle emozioni primarie sviluppandosi grazie alla crescita della Persona e alle sue interazioni con l’ambiente. A dirla tutta le emozioni sono la nostra bussola, elemento fondamentale per orientarci nel mondo delle relazioni e degli eventi. Ma ritorniamo all’ignoranza emotiva e al suo dilagare incessante in un mondo sempre più distratto.

Troppe volte mi scontro con parole come CONTROLLO e GESTIONE, sostantivi claustrofobici che poco si sposano con tutto ciò che è fluido ed evolutivo.

Perché le emozioni non si gestiscono, né si controllano e ancor meno si combattono. Perché fare questo vuol dire rinnegarne il significato più profondo, dimenticando la via elettiva per sfruttare al meglio il loro valore nella nostra vita.

Perché le emozioni si accolgono, si ascoltano e si riconoscono, in un esercizio quotidiano e costante che genera adattamento e consapevolezza.

Perché ogni qualvolta snaturiamo l’essenza più profonda delle emozioni, diventiamo sempre più ignoranti emotivamente. Perché è difficile comprendere se non ascolto. E non riconosco.

Perché l’intelligenza emotiva è un’abilità, e come tale va esercitata, ogni giorno.

Perché è facile parlare di emozioni, ignorandone il loro vero significato.

Perché parlare (correttamente) di emozioni, sin dal preconcepimento, vuol dire promuovere salute psicologica. E come psicolog* noi sappiamo bene che le parole sono importanti.

Cecilia Gioia

 

Anatomia del setting psicoterapeutico.

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Luogo davvero intimo e prezioso, fatto di segni e di significati, il setting terapeutico si presenta agli occhi della Persona che decide di intraprendere un percorso di psicoterapia, con le sue caratteristiche squisitamente individuali. Il termine setting deriva dal verbo inglese “to set” che significa delimitare, ma costituisce anche un sostantivo di per sé col significato essenzialmente di “cornice”. Una cornice davvero unica, dove possono liberamente esprimersi le storie terapeutiche, attraverso una narrazione costellata di simboli e ricordi. Un vero e proprio palcoscenico dove drammatizzare le proprie emozioni, dove sentirsi comod* di raccontarsi e prendersi cura del proprio dolore psichico. Un luogo dell’attesa, dove ogni elemento fisico e astratto racconta un significato, dove nessuna scelta è casuale ma funzionale, per “accogliere” e “contenere” e dove ogni psicoterapeuta racconta la sua esperienza come Persona. Che luogo incredibile, sembra quasi di “camminare dentro” le sfumature della personalità di chi accoglie e aspetta ora dopo ora le storie delle Persone, in una ciclicità di un tempo che ascolta e cura.

Perchè il setting terapeutico, il mio setting, è fatto di me e delle tracce che ogni Persona che ha scelto di “abitare” per un periodo questo spazio, ha lasciato. Piccole ma indelebili briciole che creano un continuum fatto di inizi, percorsi e saluti, dove ogni storia si è fatta spazio e a preso forma accomodandosi nella poltrona bianca.

Si inizia sempre così, timidamente ci si siede, provando ad esplorare con lo sguardo lembi di uno spazio sconosciuto. Quanto dolore negli occhi di chi si siede per la prima volta su quella poltrona e quanto stupore quando io mi siedo di fronte, eliminando quindi dal campo visivo, limiti o barriere fisiche o astratte. Si inizia sempre così, ci si scruta negli occhi, si prova a sostare negli angoli, in quegli angoli in cui per troppo tempo la psiche è stata costretta. La luce soffusa poi, la poltrona che avvolge e il non verbale che accoglie rende tutto più fluido. La schiena da rigida si appoggia allo schienale della poltrona, il tremolio della voce si riduce, le mani si aprono, lo sguardo si estende e la narrazione prende spazio. Uno spazio e un tempo rotondo che contiene, assimila, restituisce, respira. E cura, attraverso atti psicoterapeutici lavorando sulle risorse della Persona e sulla Relazione, ricucendo strappi di storia e rileggendo i ricordi, radici su cui fondiamo il nostro presente e il nostro futuro.

Il mio setting è fatto di me, di una scrivania che quotidianamente si arricchisce di tracce, di libri (tanti) e di appunti. Di penne che spesso faticano a scrivere, di post-it dai colori improbabili, di disegni dei figli e da una ciotola di caramelle spesso rifocillata anche dalle Persone che abitano settimanalmente il setting e che lasciano dolci tracce per le Persone che verranno nelle ore successive. Vedo in questo atto un gesto di grande alleanza e consapevolezza, di chi sa di coabitare questo spazio prendendosene cura per sé stess* e per le altre Persone; attraverso il gesto del lasciare non solo la sua storia e la sua sofferenza di vita, ma anche piccole dolcezze, l’essenza del dono prende forma, tra sconosciuti ignari ma consapevoli che un filo invisibile li lega, il desiderio di stare bene.

Sono grata al mio setting, ogni giorno e oggi, come sempre, voglio celebrarlo.

Cecilia Gioia

Cosa farò da grande?

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Volevo fare la cantante, la ballerina, la musicista, poi la giornalista, la scrittrice, l’arredatrice di interni, l’ispettrice di polizia, l’archeologa, la critica d’arte e la missionaria.

Mio padre invece voleva che facessi l’avvocata, mia madre l’insegnante.  Il mio essere figlia unica aveva permesso loro di avere idee chiare, quando si è unici meglio non caricare troppo, si rischia di confondere i desideri.

Io oggi  “sono” e “faccio” la psicologa clinica e psicoterapeuta.

Canto le storie delle persone che si rivolgono a me, danzo e percorro i loro passi, ho un buon orecchio per ascoltare attentamente la loro musica, suonando in concerto i loro spartiti di vita, e poi vivo di storie e conosco personaggi, li accolgo, li riconosco e do loro un nome; suggerisco arredi all’interno della psiche, armonizzando le sue mille sfumature, cerco indizi e tracce per leggere meglio i sintomi, torno indietro nel tempo e raccolgo i ricordi, mi soffermo in tutte le forme di bellezza, esercitando l’esercizio della psicoterapia come arte. E poi sto nella relazione d’aiuto con consapevolezza. Dimenticavo, esercito quotidianamente dispute sulle convinzioni irrazionali, e insegno attraverso la relazione terapeutica, l’arte della maieutica, aiutando a “tirar fuori” dalla persona le proprie risorse e consapevolezze.

E quindi, da grande, ho scelto bene. Ho integrato tutti i miei molteplici desideri del cuore in un’unica professione.

Sono e faccio la psicologa e psicoterapeuta, what else?

Cecilia Gioia

 

Quando Narciso si riflette.

Michelangelo_Merisi_da_Caravaggio_-_Narcissus_-_WGA04109Il narcisismo è un tratto di personalità presente in ognuno di noi e utilizzato come difesa del proprio sé. In psicologia evolutiva il narcisismo è inteso come avere una prospettiva centrata su di sé, strategia naturale che permette al bambino di esprimere dolore fisico e disagio emotivo, soprattutto quando non ha ancora acquisito l’utilizzo del linguaggio. La capacità di riconoscere ed esprimere i propri bisogni piangendo, gli permette di ottenere l’accudimento necessario per sopravvivere. Alla luce di questo il narcisismo sano permette lo sviluppo di un attaccamento sicuro, sostenuto da una capacità adattiva di entrare in relazione con gli altri mantenendo la giusta distanza.

Questo permette lo sviluppo di una serie di caratteristiche di personalità che ben si identificano in una persona assertiva, capace di raggiungere un certo livello di successi e riconoscimento dagli altri, con specifiche competenze empatiche che facilitano relazioni efficaci e soddisfacenti.

La differenza tra il narcisismo sano e quello patologico è evidenziata dalla completa mancanza di empatia e la tendenza a reagire difensivamente quando la persona sente di ricevere una potenziale ferita al proprio valore.

Questa modalità reattiva si caratterizza nel Sottotipo Overt da un senso di superiorità e disprezzo, attraverso il non riconoscimento delle proprie azioni, una elevata autostima, una bassa tolleranza alle critiche, ossessione per il successo, necessità di dominare o comandare, mancanza di empatia. Viceversa nel Sottotipo Covert è evidente l’evitamento del confronto con l’altro percepito come spaventante, introversione, vulnerabilità, alta sensibilità ai giudizi e alle critiche, svalutazione di sé e idealizzazione degli altri. I narcisisti overt sono grandiosi e arroganti per riuscire a nascondere l’insicurezza e la depressione. Al contrario i covert sono insicuri e timidi per nascondere il nucleo grandioso.

Spesso i due sottotipi coesistono, ma molti narcisisti mostrano in maniera più evidente uno dei due sottotipi.

Il DSM 5 (il testo di riferimento per gli psicologi e psichiatri di tutto il mondo) presenta il Disturbo Narcisistico di Personalità come un quadro pervasivo di grandiosità (nella fantasia o nel comportamento), necessità di ammirazione e mancanza di empatia, che compare entro la prima età adulta ed è presente in una varietà di contesti, come indicato da cinque (o più) dei seguenti elementi:

1) ha un senso grandioso di importanza (per es., esagera risultati e talenti, si aspetta di essere notato come superiore senza una adeguata motivazione);

2) è assorbito da fantasie di illimitati successo, potere, fascino, bellezza, e di amore ideale;

3) crede di essere “speciale” e unico, e di dover frequentare e poter essere capito solo da altre persone (o istituzioni) speciali o di classe elevata;

4) richiede eccessiva ammirazione;

5) ha la sensazione che tutto gli sia dovuto,   cioè,   la   irragionevole   aspettativa   di   trattamenti   di   favore   o   di soddisfazione   immediata   delle   proprie   aspettative;

6)   sfruttamento interpersonale, cioè, si approfitta degli altri per i propri scopi;

7) manca di empatia: è incapace di riconoscere o di identificarsi con i sentimenti e le necessità degli altri;

8) è spesso invidioso degli altri, o crede che gli altri lo invidino;

9) mostra comportamenti o atteggiamenti arroganti e presuntuosi.

Un ulteriore elemento diagnostico è l’abuso di sostanze (es. tabacco, alcol, cocaina), che rappresenta un tentativo disfunzionale di curare l’irrequietezza e il mal di vivere, tipici di questa patologia.

Solitamente il narcisista patologico nella prima infanzia non ha ricevuto un accudimento adeguato perché figlio di genitori anaffettivi o passivo aggressivi. Ecco perché ha sviluppato, come difesa da questa situazione, una percezione grandiosa di sé, organizzando la propria vita facendo a meno dell’amore degli altri e non richiedendo il loro sostegno. Non riconoscere i propri bisogni sviluppa nel narcisista un atteggiamento di distacco e di superiorità ma allo stesso tempo di continua lotta per ricevere attenzione e ammirazione dagli altri.

Spesso le persone con disturbo narcisistico di personalità intraprendono un trattamento di psicoterapia quando sviluppano stati depressivi generati dalla percezione di una profonda discrepanza tra le aspettative idealizzate e la realtà. Tale condizione produce un senso di disperazione, stati d’ansia, depressione, altri quadri sintomatologici o problematiche comportamentali che inducono il narcisista a richiedere un trattamento psicoterapeutico, eventualmente associato a terapia farmacologica. I sintomi di ansia e depressione e altri sintomi emotivi costituiscono il primo obiettivo del trattamento. In particolare, la terapia cognitivo comportamentale identifica le modalità di pensiero disfunzionali sostituendole con altre più adattive. Nello specifico si lavora sulla ristrutturazione cognitiva per limitare nella persona narcisista il “pensiero tutto o nulla” che consiste nel considerarsi o meravigliosamente superiori o completamente senza valore sostituendole con convinzioni alternative e realistiche. La terapia è generalmente a lungo termine date le difficoltà a modificare tratti così radicati e permette di aiutare i pazienti a entrare in contatto con i propri bisogni emotivi, insegnando loro modalità adattive per soddisfarli.

M. Cecilia Gioia

Bibliografia

  • American Psychiatric Association (2014). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Quinta editione. DSM-5. Milano: Raffaello Cortina Editore.
  • Kernberg, O. F. (1998). Pathological narcissism and narcissistic personality disorder: Theoretical backgroundand diagnostic classification. In E. Ronningstam (Ed.), Disorders of narcissism: Diagnostic, clinical,and empirical implications (pp. 29−51). Washington DC: American Psychiatric Press
  • Wink, P. (1991). Two faces of narcissism. Journal of Personality and Social Psychology, 61, 590-597.

 

Copyrights – 2017 Amigdala Studio di Psicoterapia by M. Cecilia Gioia

 

Raccoglistorie.

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Quando incontri una storia speciale, te ne accorgi subito. L’aria si sospende, il battito rallenta, lo sguarda prova ad andare oltre e si sincronizza anche il respiro. Quando ascolto una storia di vita i miei sensi si amplificano, mentre contemplo un qui ed ora che raccoglie l’infinito dono dell’esserci davvero. E quindi annuso, raccolgo, accarezzo, studio parole che scorrono in uno spazio amniotico come il setting psicoterapeutico. Perchè in quell’incontro si racchiude tutto, la paura, il coraggio, le incertezze, la voglia di scappare mista ad uno sguardo che racconta un’unica domanda: “potrai prenderti cura della mia storia?“. E quindi aspetto, annuisco, invito, respiro e mi ascolto per ascoltare fino all’ultima briciola di una narrazione finalmente libera di raccontarsi. Fare psicoterapia significa quotidianamente accogliere doni per condividerli poi nel setting attraverso una rilettura che dona significati e significanti, mentre la vita scorre attraverso immagini che prendono forma e colore. Suoni ed emozioni.

Quasi come una storia fatta di silenzi, di respiri rumorosi, di braccia chiuse, di postura rigida e di sguardo perso nelle innumerevoli domande di una vita. O una storia rumorosa dove vomitare parole ed immagini sembra la via elettiva per raccontarsi e viversi, dove non ci sono pause, ma fiumi di suoni bulimicamente vissuti. O la storia intrecciata nei mille fili di dolore, dove la vita srotola dipendenza affettiva e ricerca di accettazione, mentre le mani narrano episodi e ferite. E violenza subite. C’è poi la storia dalla narrazione dissonante, dove le parole non si accordano alle emozioni mostrate, dove si sta un po’ scomodi, dove ci si prende un tempo per riflettere e decidere se accompagnarsi.

Storie di donne e uomini che decidono di raccontarsi, per dare vita ad un passato troppo spesso vissuto come spaventante, o ad un presente difficile da viversi.

Storie che quotidianamente ascolto e respiro, mentre la vita scorre e ride delle innumerevoli pieghe in cui è facile perdersi e difficile riconoscersi. Ed è proprio qui, in quello spazio che sospende il tempo, il setting, che si celebra la vita, onorandola di ascolto, accoglienza e cura, ogni giorno.

Dentro i giorni.

M. Cecilia Gioia

Copyrights – 2017 Amigdala Studio di Psicoterapia by M. Cecilia Gioia