Il ciuccio secondo un approccio bio-psico-sociale.

Fotolia_135653950_S-1

Foto dal web

Leggere il proprio bambino o la propria bambina è uno dei compiti più complessi per un genitore, soprattutto se alle prime esperienze. Perché genitori non si nasce, ma si diventa, attraverso un processo in continua evoluzione.
Negli incontri che conduco con i genitori in attesa emerge (ma solo in superfice) sempre di più il bisogno sul “fare” a discapito del “sentire” la genitorialità, come relazione continua e nutriente dove imparare a so-stare. E nutrire il confronto.

Uno dei tanti argomenti a me cari è l’uso del ciuccio, croce e delizia dei neogenitori, in un’ottica bio-psico-sociale.
Bio perché sappiamo, e l’Organizzazione Mondiale della Sanità lo conferma, l’importanza di limitare l’uso del ciuccio a supporto della promozione dell’allattamento al seno, considerandolo un interferente, soprattutto nel primo mese di vita del* bambin*. Infatti l’uso del ciuccio necessita di una tecnica di suzione diversa rispetto al seno, ecco perché alcun* bambin* finiscono per confondersi, rendendo la suzione alla mammella inefficace e spesso dolorosa.
Psico, perché numerosi studi evidenziano l’influenza di tale pratica sulla relazione tra genitori e figli/e. Mi spiego meglio. Secondo i ricercatori della University of Wisconsin, infatti, il ciuccio potrebbe rappresentare una barriera alla comunicazione emotiva tra bambin* e adult*, influenzando negativamente la formazione del loro legame.

La ricerca – pubblicata sulla rivista scientifica Basic and Applied Social Psychology – ha studiato le reazioni di un campione di 29 donne alle immagini di bambin* privi o muniti di ciuccio. Grazie all’utilizzo dell’elettromiografia (EMG), i ricercatori hanno acquisito e interpretato i movimenti muscolari del viso delle donne studiate. I risultati hanno manifestato un legame tra la presenza del ciuccio e il minore impatto suscitato nelle volontarie dalle espressioni facciali del* bambin*, con un’evidente difficoltà a leggere e interpretare i suoi stati emotivi. Le donne, infatti, hanno considerato i bambini e le bambine con il ciuccio meno felici o meno tristi rispetto a quell* che ne erano priv*, dimostrando una ridotta empatia nei loro confronti. Il ciuccio, quindi, potrebbe rappresentare un  ostacolo allo sviluppo di un legame emotivo tra madri e figli/e, interferendo alle basi la manifestazione di questa importante relazione.
Sociale, perché visibilmente accettato, anzi enfatizzato per le sue proprietà miracolose, da una società sempre più sorda ai reali bisogni del* bambin* e sempre più svalutante le competenze dei genitori di rispondere a tali bisogni. Mettere un ciuccio in bocca al* nostr* bambin* equivale a dire “Siccome faccio fatica a comprendere i tuoi segnali di pianto, preferisco non ascoltarli”, “Non riesco a consolarti, meno male che hanno inventato il ciuccio!”, “Utilizzo il ciuccio altrimenti ti vizio” e potrei continuare per ore in un elenco ricco di dissonanze e frustrazioni genitoriali.
Noi genitori siamo competenti, molto più di un “tappo” (concedetemelo) di gomma.

E abbiamo uno strumento consolatorio per le nostre bambine e bambini di lunga durata, che non presenta controindicazioni e si chiama CONTATTO, strumento elettivo, psicologico e fisico, per una crescita armoniosa. Insegnamo loro che la soddisfazione dei propri bisogni passa attraverso le relazioni umane, e non attraverso l’utilizzo di un oggetto.
E allora conTATTiAMOci, comunicando consapevolmente con i nostri figli, eliminando barriere e tappi di gomma.
In una parola, godiamo del valore inestimabile del diventare genitore dei nostri figli e delle nostre figlie ricordando a noi stess* le nostre competenze nell’ interpretare i loro bisogni.

Cecilia Gioia

Bibliografia:

M. Rychlowskaa, S. Korba, Markus Brauera, S. Droit-Voletb, M. Augustinovab, L. Zinnerc & P. M. Niedenthala “Pacifiers Disrupt Adults’ Responses to Infants’ Emotions”, Basic and Applied Social Psychology, Volume 36, Issue 4, 2014

Genitori pretermine.

neonati-prematuri-serve-piu-sostegno-per-i-genitori-4178868329[2024]x[844]780x325Ci sono gravidanze che durano tanto (cit. Anna, 42 settimane) e gravidanze che terminano prima del tempo. Il parto prematuro è un evento improvviso che colpisce i neogenitori , catapultandoli in una situazione imprevedibile e sconosciuta.

Una gravidanza fisiologica dura dalle 37 alle 42 settimane, pertanto tutti i neonati che nascono prima delle 37 settimane sono da considerare “pre-termine”. Più ci si avvicina alle 37 settimane più la prematurità è modesta, al contrario tanto più ci si allontana da tale termine più diventa importante o grave.

Innumerevoli studi presenti in letteratura si sono focalizzati sugli aspetti fisiologici del parto prematuro, ma è necessario accogliere tale nascita attraverso un modello bio-psico-sociale che abbracci in maniera esaustiva il significato di un evento così importante nella vita del bambino e dei genitori.

Genitori, troppo spesso, lasciati soli negli innumerevoli vuoti che una nascita così improvvisa inevitabilmente comporta.
Una mamma e un papà prematuri necessitano di calore, accoglienza, silenzi, rispetto, cure.

Proprio come il loro bambino.

Bisogna saperli sfiorare, senza invadere il loro spazio, già sconfinato dall’imprevedibile.

E accompagnarli, un passo indietro, rispettando la giusta distanza emotiva, che permette loro di andare avanti, nonostante tutto.
I genitori pretermine hanno sguardi pieni di domande in attesa di risposte, e ogni silenzio non spiegato destabilizza un equilibrio difficile perché fatto di attimi e di segnali.

Perché cambia tutto, e i 5 sensi si amplificano per cogliere anche il più piccolo segnale del proprio bambino.

E un mondo finora sconosciuto diventa casa, dove suoni innaturali si trasformano in ninne nanne per tutti i piccoli guerrieri.
Dove è facile riconoscersi e sostenersi, ognuno con la sua storia e le sue paure, mentre le ore scorrono e la speranza cresce.

I genitori pretermine sono genitori in battaglia, genitori che guardano le loro paure più grandi negli occhi e sfidano l’imprevedibile, che graffiano la vita accarezzando i cuori dei loro bambini.

I genitori pretermine sono tanti e spesso soli, e tutti noi ne siamo responsabili.

Ogni giorno.
Cecilia Gioia

La genitorialità “arrabbiata”.

mama-1751487__340Ascolto quotidianamente le storie dei genitori, storie dense di emozioni, alcune scomode, altre morbide come una carezza, che accompagnano i miei anni di attività clinica e di genitorialità.

Perchè negli anni il mio essere madre psicoterapeuta che accompagna i genitori sin dal preconcepimento, mi ha permesso di riconoscere innumerevoli parti di me e di scoprire le incredibili sfaccettature che la genitorialità sa donare. Infinite espressioni di competenze genitoriali di cui spesso non siamo consapevoli e che facilmente sono messe a tacere quando la rabbia prende il sopravvento rivelando una genitorialità esplosiva e dolorosa. Perchè spesso i momenti di perdita di controllo con i nostri figli si alimentano dall’emergere dei nostri bisogni infantili mal nutriti, rivelando impotenza e frustrazioni che bloccano la nostra parte adulta. Sono i vuoti che ognuno di noi porta nella sua storia personale e che spesso, nella relazione genitore-figli* prendono il sopravvento, diventando più profondi ed assordanti.

Bisogna, come genitori, prendere consapevolezza che i vuoti del nostro passato esistono  e che nessuna azione possa cancellarli. In poche parole bisogna imparare a stare nel lutto per accogliere questi vuoti come parti di noi e della nostra storia.

Credo fortemente che il lavoro terapeutico che alcuni genitori intraprendono per prendersi cure delle proprie sofferenze psicologiche sia uno strumento potente che genera salutogenesi non solo nel genitore stesso, ma nella relazione con i suoi figli e/o le sue figlie e quindi, in un’ottica sistemica, con tutta la sua famiglia. Prendersi cura dei propri vuoti equivale ad integrarli come doni che arricchiscono la propria storia e la propria genitorialità rendendola unica e speciale. Quando i figli si accorgono di questo processo di guarigione, possono finalmente tornare a fare i figli, senza preoccuparsi di sanare i vuoti dei propri genitori.

Il lavoro di noi psicoterapeut* può davvero attivare questo processo mettendo al centro della relazione la genitorialità come dono che necessita accudimento, sostegno, ascolto e mai giudizio.

Il lavoro dei genitori troppo spesso “arrabbiati” invece, è quello di chiedere aiuto per prendersi cura della propria salute psicologica, per imparare ad ascoltarsi per ascoltare e per crescere come genitori consapevoli del proprio passato e proattivi nel proprio presente.

Cecilia Gioia, madre e psicoterapeuta.

 

 

 

Mazze e panelle fannu li figl* belli?

abusi-bambini-violenza-i

Foto dal web

Difficile credere alla valenza educativa delle botte verso i figli o le figlie, o no?

Continuo a domandarmelo, mentre osservo un’infanzia vessata quotidianamente da affermazioni come queste, che squalificano la genitorialità, imponendo un modello basato sulla paura e la violenza. Si, perchè di violenza si tratta, di quelle più subdole travestita da atti educativi “per il loro bene“.

Ma quale bene può esserci in un tradimento di questo tipo, che vìola la relazione primaria per eccellenza, relazione che necessita di ascolto e fiducia costante?

Che tipo di educazione, come genitori, pensiamo di impartire, mentre colpiamo con uno “schiaffetto” (al culetto però, che male c’è? cit.) il corpo dei nostri figli e figlie?

No, non si tratta di educazione, non possiamo chiamarla educazione. E’ altro e bisogna esserne consapevoli, quando come genitori, esercitiamo un atto di potere verso un’infanzia che che si fida di noi. Quanta delusione negli occhi di un figlio o una figlia, che riconosce la relazione con le sue figure di accudimento attraverso la paura, la rabbia, l’impotenza e il senso di colpa, di un atto che non può e non deve rientrare nelle pratiche educative. Quanta solitudine può ricordare un atto di potere di questo tipo, verso un’infanzia che necessita invece di sguardi che rinforzano, carezze che confermano, contenimenti che accolgono, parole che spiegano?

No, “mazze e panelle non fannu li figl* belli”, ma li crescono spaventati, mentre si percepiscono “sbagliati” perchè meritevoli di contatti violenti, anche se ben camuffatti.

E quindi non ci sto, non voglio e non posso accettare tutto questo!

Ecco perchè come donna, figlia, madre e psicoterapeuta, rivendico, come ogni giorno, il dovere di noi adulti di esercitarci alla consapevolezza verso questa spirale di violenza travestita, rieducandoci al rispetto verso un’infanzia che ci ha scelto, donandosi a noi con un atto di amore e di fiducia incondizionata, attraverso un’esercizio quotidiano che responsabilizza tutt*.

E promuove cultura del rispetto e salute psicologica in famiglia, perchè è da lì che bisogna partire per costruire una società consapevole.

Cecilia Gioia

Feste di compleanno….strategie di sopravvivenza da bismamma.

 

stanca3

Foto dal web

Ho calcolato che in media una mamma accompagna i propri figli da una parte all’altra della città, scarrozzandoli nei vari compleanni dei compagni da 1, 5-2 volte al mese. A tutto questo aggiungi l’estrema difficoltà a ricordare i regali degli anni passati, correndo spesso (sic) il rischio di replicare, il risultato che emerge è un’esposizione sistematica a situazioni stressanti e spesso decisamente “scomode”. E allora che fare?

Dopo 12 anni di sovraesposizioni costanti a questi eventi ciclici e, nel mio caso, al quadrato (sono una BisMamma) ho deciso di affrontare il tutto puntando agli aspetti positivi dei compleanni, crocevia di mamme e papà spesso affannati dagli innumerevoli incastri quotidiani.

E quindi mentre aspetto il fatidico giorno, sfrutto la preparazione del biglietto da dare al festeggiato di turno come attività da proporre ai miei bambini; tempo di realizzazione, circa mezz’ora che utilizzo per una doccia veloce e shampoo, piuttosto che una manicure con annesso smalto o altre attività che spesso sono costretta a rimandare. Ovviamente il tempo di realizzazione del piccolo manufatto si allunga se proponiamo un biglietto decorato con collage o quant’altro.

L’acquisto poi del regalo è una buona occasione per ritagliarsi del tempo rubato per fare uno shopping veloce giustificandolo come ricerca accurata per un regalo utile e educativo per il piccolo festeggiato.

E arriva il giorno della festa e tra un incastro e l’altro, un buco tra gli appuntamenti segnato nella mia agenda e un ritardo, ormai cronico e inconsapevole (?) parto con i miei bimbi alla ricerca di un nuovo asilo o ludoteca dove si terrà la festa.

E ci si ritrova, tra gli sguardi spesso stanchi, mentre l’animazione ci accoglie e coinvolge immediatamente i bambini in giochi di magia. Anche in questo caso, un rapido sguardo mi permette di localizzare un luogo confortevole per seguire i miei bambini e il flusso dei miei pensieri. E mentre riapro l’agenda, sperando di riuscire ad organizzare la prossima giornata lavorativa, la mamma di turno si avvicina e in quel momento esatto capisco che la mia ultima speranza di godere di un momento per me, si è definitivamente spenta e con essa la possibilità di sfuggire.

E allora che compleanno sia, chiudo l’agenda, abbraccio una mamma e punto la torta. Il resto potete immaginarlo, ed il ritorno in macchina mentre osservo dallo specchietto lo sguardo soddisfatto dei miei figli mi ripaga di tutto il resto, mentre ripeto a mente la prossima data di compleanno da ricordare perché: “Ovviamente i tuoi figli ci saranno? Guarda che vi aspetto, ci conto”.

Ce la posso fare, lo so, sono una BisMamma.

Cecilia Gioia

Tratto da Le nuove mamme

La solitudine delle madri.

1543848972526.jpeg--la_psicologa___depressione_post_parto__meglio_vigilare_su_ogni_donna_

Foto dal web

Noi madri siamo sempre più sole. Sempre più sole e sempre più giudicate.

Devi fare questo“, “Non puoi non fare così“, “Così lo vizi!“, “Ma che tipo di madre sei?” e potrei continuare per ore. Come madre e psicoterapeuta che si occupa di perinatalità, ascolto ogni giorno i rumorosi silenzi delle mamme. E incontro la difficoltà di una società distratta a restare in ascolto, sospendendo il giudizio e sostenendo l’accoglienza.

Il rischio di sviluppare una depressione postnatale è maggiore nelle 5 settimane dopo il parto. Si manifesta quando la donna presenta da e per almeno due settimane umore depresso e interesse nelle abituali attività e almeno cinque di questi sintomi: disturbi del sonno e/o dell’appetito, iperattività motoria o letargia, faticabilità o mancanza di energia, sensi di colpa, bassa autostima, sentimenti di impotenza e disvalore, ridotta capacità di pensare o concentrarsi e pensieri ricorrenti di morte.

Esiste un modello biopsicosociale che spiega la depressione postpartum attraverso tre fattori di diversa natura quali:

  • I fattori di vulnerabilità, che rispecchiano il fatto che alcune donne sono più soggette alla depressione postnatale che altre.
  • I fattori facilitanti-scatenanti: i livelli di stress collegati a eventi difficili accaduti subito prima dell’insorgenza della depressione postnatale, le variabili moderatrici dello stress(sostegno sociale e abilità di coping).
  • I fattori biologici, come un improvviso e considerevole calo nei livelli degli estrogeni dopo il parto.

Le cure possono consistere nella psicoterapia e nella partecipazione a terapie di gruppo con donne che manifestano la stessa sintomatologia; nell’eventuale assunzione di ansiolitici e antidepressivi, che sono cure possibili, ma da assumere comunque sotto controllo medico.

Una donna che soffre di depressione ha bisogno di essere riconosciuta nel suo disagio attraverso una presa in carico che non coinvolge solo la donna, ma tutto il sistema familiare che ne è inevitabilmente coinvolto. Lo sviluppo del rapporto madre-bambino è il processo psicologico centrale del periodo perinatale. La relazione madre-bambino inizia già durante la gravidanza e consiste essenzialmente in idee ed emozioni attivate dal bambino che trovano la loro espressione nei comportamenti affettivi e protettivi della madre. La depressione post-partum trascurata o sottovalutata può avere effetti negativi su tutta la famiglia, condizionando il corretto sviluppo di una buona relazione madre-bambino. Una donna che soffre di depressione postpartum sperimenta quotidianamente un ventaglio di emozioni che fatica a condividere perchè inaccettabili, prima di tutto da se stessa, come ostilità verso il bambino, rammarico per la gravidanza, sensazione di sollievo quando si allontana dal bambino, tentativo di evasione o fuga dal contesto relazionale.

È necessario rivolgersi ad un* specialista, un* psicoterapeuta o un* psichiatra, se i sintomi sono di una entità allarmante o comunque persistono oltre le due settimane, se si ha la sensazione di poter fare del male a se stesse o al proprio bambino e se i sintomi di ansietà, paura e panico si manifestano con grande frequenza nell’arco della giornata.

E’ importante ricordare che la depressione post partum non si manifesta subito dopo il parto. La maternity blues, o tristezza post-partum, è una sindrome transitoria che può intervenire nelle prime 48 ore dopo il parto. Di norma si risolve spontaneamente entro una settimana. È importante identificare le donne con maternity-blues poiché il 20% di esse presentano un episodio depressivo maggiore nel primo anno dopo il parto.

La gravidanza è un momento irripetibile nella vita di una donna, tanto delicato quanto incredibilmente denso di forza e di coraggio. E’ il tempo dell’attesa e della fisiologica necessità di imparare a sostare con gli innumerevoli modifiche fisiche e psicologiche che accompagnano i nove mesi di endogestazione. Ecco perché è importante sostenere le donne e i papà sin dal preconcepimento, in un’ottica di prevenzione e promozione di benessere psicofisico, promuovendo spazi di incontro e confronto tra i neo genitori. Da un po’ di anni, come operatori che si occupano di perinatalità, stiamo cercando di diffondere informazioni per prevenire e portare alla consapevolezza di tutti la necessità di ricreare una rete di sostegno intorno alle neomamme in un’ottica di salutogenesi per tutte le famiglie. Molto è stato fatto, ma non abbastanza, ecco perché è necessario continuare a fare prevenzione attraverso tutti i mezzi divulgativi. Per info si può consultare il sito www.depressionepostpartum.it e selezionare la regione di riferimento per conoscere i centri o le associazioni riconosciute a livello nazionale che si occupano di depressione postpartum. Anche sul nostro territorio sono sempre più presenti associazioni che si occupano di stare accanto alle neomamme e ai neopapà promuovendo il famoso proverbio “Per crescere un bambino o una bambina, ci vuole un intero villaggio”. Ecco, il villaggio attualmente, non fa abbastanza, non riesce a proteggere tutte le madri. Dovremmo imparare a fare più silenzio, per riuscire ad ascoltare la richiesta di aiuto delle madri e delle famiglie, sospendendo il giudizio e accogliendo i bisogni.

Cecilia Gioia

Donne tra lavoro e famiglia.

06lenzi17FB

Foto dal web

Crescere ed educare un bambino o una bambina è un’avventura imprevedibile e affascinante che non preclude nella donna la propria realizzazione professionale, anzi la arricchisce.

Nell’immaginario collettivo il modello chimerico della “brava madre” alimenta quotidianamente aspettative il più delle volte irrealizzabili che minano le competenze, spesso inconsapevoli, di noi donne creando insicurezze e sensi di colpa “mammeschi” che inevitabilmente si ripercuotono nella vita famigliare e lavorativa. Nella mia esperienza personale e professionale il primo passo verso un sano compromesso è l’accettazione consapevole del cambiamento che la nascita di un figlio o di una figlia comporta, la scoperta graduale di una flessibilità inaspettata ma necessaria in questa nuova vita di donna e madre e l’ascolto quotidiano dei propri bisogni e di quelli del proprio bambino o della propria bambina.

So di riportare concetti già abbondantemente “masticati” ma personalmente scarsamente “digeriti” ma viviamo in una società che considera la maternità un ostacolo alla carriera di una donna, e che sottovaluta l’enorme risorsa, in termini funzionali, del diventare madre. Ricerche nel campo delle neuroimmagini hanno evidenziato gli innumerevoli cambiamenti anatomo-funzionali che avvengono nel cervello durante la gravidanza e nel postartum in termini di efficacia e di risorse facilmente spendibili nei due ruoli che la donna si appresta a vivere, quello di madre e di lavoratrice. Si è scoperto infatti, che i flussi ormonali legati alla gravidanza, alla nascita e all’allattamento, in effetti, rimodellano il cervello, per esempio, aumentando la grandezza dei neuroni in alcune regioni e producendo trasformazioni strutturali in altre. Quindi, mamme stiamo serene, è scientificamente provato che dal punto di vista cognitivo la maternità non ci ha tolto nulla, semmai ci ha arricchito.

Mi chiedo quindi perché non investire strategicamente nell’accoglienza di una scelta così importante come quella di generare una nuova vita promuovendo azioni che sostengono e accompagnano l’evento nascita.

Ma quali possono essere gli strumenti giusti per scardinare questi meccanismi mentali? Per prima cosa, la corretta informazione e l’attenzione quotidiana dei media e della società sull’evento nascita attraverso la promozione di azioni nutrienti che coinvolgono la collettività sull’importanza della maternità consapevole. E’ necessario, inoltre, creare gruppi di sostegno alla pari nelle nostre città che compensano le lacune attuali presenti nel territorio a sostegno della donna e del proprio bambino.

Altro aspetto fondamentale il rinforzo quotidiano dell’alleanza tra noi donne che ricrea quella famosa rete di sostegno tanto cara alle nostre nonne e che permetteva loro di continuare a lavorare nei campi o in casa generando figli.

E l’obiettivo condiviso tra noi mamme che la mamma perfetta non esiste, ma che tutte noi possiamo diventare “mamme sufficientemente buone” per il nostro bambino o la nostra bambina, migliorandoci ogni giorno senza esitare di chiedere aiuto.

Cecilia Gioia