L’ignoranza emotiva.

lignoranzaTroppo spesso leggiamo articoli o libri che presentano l’intelligenza emotiva come la chiave di adattamento funzionale alla vita e ai suoi imprevisti. Una fitta rete di parole che descrive questo tipo di intelligenza, evidenziando le competenze individuali e sociali affinché ci sia equilibrio tra cuore e il cervello. Un paradosso solo apparente che invece sottolinea quanto sia necessario favorire l’espressione di tale intelligenza considerandola una funzione adattiva e protettiva della Persona. Essere emotivamente competenti significa conoscere consapevolmente le proprie emozioni, la loro intensità e l’effetto che provocano in se stess* e sugli altri.

Al contrario ahimè, il guardarmi intorno mi evidenzia quotidianamente un fenomeno sempre più evidente che coinvolge davvero tutt* e che si identifica come ignoranza emotiva. A livello semantico la parola lascia ben poco spazio all’immaginazione, perché ben chiara e definita. Simbolicamente parlando immagino l’ignoranza emotiva come una vera e propria lacuna della psiche dove è difficile sintonizzarsi e riconoscersi nelle proprie emozioni e in quelle altrui e dove è facile perdersi in un Io poco nutrito della linfa vitale emotiva, necessaria per la nostra sopravvivenza.

Ma come si promuove l’ignoranza emotiva?

Le emozioni sono una serie di cambiamenti che si registrano nel nostro corpo, nei nostri pensieri e nei nostri comportamenti che la Persona utilizza in risposta ad un evento. Possiamo definire le emozioni come un’esperienza intensa e passeggera che ci permette di entrare in contatto con gli altri, favorendo o ostacolando l’apprendimento. Alcune sono innate e definite primarie, altre nascono dalla combinazione delle emozioni primarie sviluppandosi grazie alla crescita della Persona e alle sue interazioni con l’ambiente. A dirla tutta le emozioni sono la nostra bussola, elemento fondamentale per orientarci nel mondo delle relazioni e degli eventi. Ma ritorniamo all’ignoranza emotiva e al suo dilagare incessante in un mondo sempre più distratto.

Troppe volte mi scontro con parole come CONTROLLO e GESTIONE, sostantivi claustrofobici che poco si sposano con tutto ciò che è fluido ed evolutivo.

Perché le emozioni non si gestiscono, né si controllano e ancor meno si combattono. Perché fare questo vuol dire rinnegarne il significato più profondo, dimenticando la via elettiva per sfruttare al meglio il loro valore nella nostra vita.

Perché le emozioni si accolgono, si ascoltano e si riconoscono, in un esercizio quotidiano e costante che genera adattamento e consapevolezza.

Perché ogni qualvolta snaturiamo l’essenza più profonda delle emozioni, diventiamo sempre più ignoranti emotivamente. Perché è difficile comprendere se non ascolto. E non riconosco.

Perché l’intelligenza emotiva è un’abilità, e come tale va esercitata, ogni giorno.

Perché è facile parlare di emozioni, ignorandone il loro vero significato.

Perché parlare (correttamente) di emozioni, sin dal preconcepimento, vuol dire promuovere salute psicologica. E come psicolog* noi sappiamo bene che le parole sono importanti.

Cecilia Gioia

 

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Anatomia del setting psicoterapeutico.

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Luogo davvero intimo e prezioso, fatto di segni e di significati, il setting terapeutico si presenta agli occhi della Persona che decide di intraprendere un percorso di psicoterapia, con le sue caratteristiche squisitamente individuali. Il termine setting deriva dal verbo inglese “to set” che significa delimitare, ma costituisce anche un sostantivo di per sé col significato essenzialmente di “cornice”. Una cornice davvero unica, dove possono liberamente esprimersi le storie terapeutiche, attraverso una narrazione costellata di simboli e ricordi. Un vero e proprio palcoscenico dove drammatizzare le proprie emozioni, dove sentirsi comod* di raccontarsi e prendersi cura del proprio dolore psichico. Un luogo dell’attesa, dove ogni elemento fisico e astratto racconta un significato, dove nessuna scelta è casuale ma funzionale, per “accogliere” e “contenere” e dove ogni psicoterapeuta racconta la sua esperienza come Persona. Che luogo incredibile, sembra quasi di “camminare dentro” le sfumature della personalità di chi accoglie e aspetta ora dopo ora le storie delle Persone, in una ciclicità di un tempo che ascolta e cura.

Perchè il setting terapeutico, il mio setting, è fatto di me e delle tracce che ogni Persona che ha scelto di “abitare” per un periodo questo spazio, ha lasciato. Piccole ma indelebili briciole che creano un continuum fatto di inizi, percorsi e saluti, dove ogni storia si è fatta spazio e a preso forma accomodandosi nella poltrona bianca.

Si inizia sempre così, timidamente ci si siede, provando ad esplorare con lo sguardo lembi di uno spazio sconosciuto. Quanto dolore negli occhi di chi si siede per la prima volta su quella poltrona e quanto stupore quando io mi siedo di fronte, eliminando quindi dal campo visivo, limiti o barriere fisiche o astratte. Si inizia sempre così, ci si scruta negli occhi, si prova a sostare negli angoli, in quegli angoli in cui per troppo tempo la psiche è stata costretta. La luce soffusa poi, la poltrona che avvolge e il non verbale che accoglie rende tutto più fluido. La schiena da rigida si appoggia allo schienale della poltrona, il tremolio della voce si riduce, le mani si aprono, lo sguardo si estende e la narrazione prende spazio. Uno spazio e un tempo rotondo che contiene, assimila, restituisce, respira. E cura, attraverso atti psicoterapeutici lavorando sulle risorse della Persona e sulla Relazione, ricucendo strappi di storia e rileggendo i ricordi, radici su cui fondiamo il nostro presente e il nostro futuro.

Il mio setting è fatto di me, di una scrivania che quotidianamente si arricchisce di tracce, di libri (tanti) e di appunti. Di penne che spesso faticano a scrivere, di post-it dai colori improbabili, di disegni dei figli e da una ciotola di caramelle spesso rifocillata anche dalle Persone che abitano settimanalmente il setting e che lasciano dolci tracce per le Persone che verranno nelle ore successive. Vedo in questo atto un gesto di grande alleanza e consapevolezza, di chi sa di coabitare questo spazio prendendosene cura per sé stess* e per le altre Persone; attraverso il gesto del lasciare non solo la sua storia e la sua sofferenza di vita, ma anche piccole dolcezze, l’essenza del dono prende forma, tra sconosciuti ignari ma consapevoli che un filo invisibile li lega, il desiderio di stare bene.

Sono grata al mio setting, ogni giorno e oggi, come sempre, voglio celebrarlo.

Cecilia Gioia

Quando Narciso si riflette.

Michelangelo_Merisi_da_Caravaggio_-_Narcissus_-_WGA04109Il narcisismo è un tratto di personalità presente in ognuno di noi e utilizzato come difesa del proprio sé. In psicologia evolutiva il narcisismo è inteso come avere una prospettiva centrata su di sé, strategia naturale che permette al bambino di esprimere dolore fisico e disagio emotivo, soprattutto quando non ha ancora acquisito l’utilizzo del linguaggio. La capacità di riconoscere ed esprimere i propri bisogni piangendo, gli permette di ottenere l’accudimento necessario per sopravvivere. Alla luce di questo il narcisismo sano permette lo sviluppo di un attaccamento sicuro, sostenuto da una capacità adattiva di entrare in relazione con gli altri mantenendo la giusta distanza.

Questo permette lo sviluppo di una serie di caratteristiche di personalità che ben si identificano in una persona assertiva, capace di raggiungere un certo livello di successi e riconoscimento dagli altri, con specifiche competenze empatiche che facilitano relazioni efficaci e soddisfacenti.

La differenza tra il narcisismo sano e quello patologico è evidenziata dalla completa mancanza di empatia e la tendenza a reagire difensivamente quando la persona sente di ricevere una potenziale ferita al proprio valore.

Questa modalità reattiva si caratterizza nel Sottotipo Overt da un senso di superiorità e disprezzo, attraverso il non riconoscimento delle proprie azioni, una elevata autostima, una bassa tolleranza alle critiche, ossessione per il successo, necessità di dominare o comandare, mancanza di empatia. Viceversa nel Sottotipo Covert è evidente l’evitamento del confronto con l’altro percepito come spaventante, introversione, vulnerabilità, alta sensibilità ai giudizi e alle critiche, svalutazione di sé e idealizzazione degli altri. I narcisisti overt sono grandiosi e arroganti per riuscire a nascondere l’insicurezza e la depressione. Al contrario i covert sono insicuri e timidi per nascondere il nucleo grandioso.

Spesso i due sottotipi coesistono, ma molti narcisisti mostrano in maniera più evidente uno dei due sottotipi.

Il DSM 5 (il testo di riferimento per gli psicologi e psichiatri di tutto il mondo) presenta il Disturbo Narcisistico di Personalità come un quadro pervasivo di grandiosità (nella fantasia o nel comportamento), necessità di ammirazione e mancanza di empatia, che compare entro la prima età adulta ed è presente in una varietà di contesti, come indicato da cinque (o più) dei seguenti elementi:

1) ha un senso grandioso di importanza (per es., esagera risultati e talenti, si aspetta di essere notato come superiore senza una adeguata motivazione);

2) è assorbito da fantasie di illimitati successo, potere, fascino, bellezza, e di amore ideale;

3) crede di essere “speciale” e unico, e di dover frequentare e poter essere capito solo da altre persone (o istituzioni) speciali o di classe elevata;

4) richiede eccessiva ammirazione;

5) ha la sensazione che tutto gli sia dovuto,   cioè,   la   irragionevole   aspettativa   di   trattamenti   di   favore   o   di soddisfazione   immediata   delle   proprie   aspettative;

6)   sfruttamento interpersonale, cioè, si approfitta degli altri per i propri scopi;

7) manca di empatia: è incapace di riconoscere o di identificarsi con i sentimenti e le necessità degli altri;

8) è spesso invidioso degli altri, o crede che gli altri lo invidino;

9) mostra comportamenti o atteggiamenti arroganti e presuntuosi.

Un ulteriore elemento diagnostico è l’abuso di sostanze (es. tabacco, alcol, cocaina), che rappresenta un tentativo disfunzionale di curare l’irrequietezza e il mal di vivere, tipici di questa patologia.

Solitamente il narcisista patologico nella prima infanzia non ha ricevuto un accudimento adeguato perché figlio di genitori anaffettivi o passivo aggressivi. Ecco perché ha sviluppato, come difesa da questa situazione, una percezione grandiosa di sé, organizzando la propria vita facendo a meno dell’amore degli altri e non richiedendo il loro sostegno. Non riconoscere i propri bisogni sviluppa nel narcisista un atteggiamento di distacco e di superiorità ma allo stesso tempo di continua lotta per ricevere attenzione e ammirazione dagli altri.

Spesso le persone con disturbo narcisistico di personalità intraprendono un trattamento di psicoterapia quando sviluppano stati depressivi generati dalla percezione di una profonda discrepanza tra le aspettative idealizzate e la realtà. Tale condizione produce un senso di disperazione, stati d’ansia, depressione, altri quadri sintomatologici o problematiche comportamentali che inducono il narcisista a richiedere un trattamento psicoterapeutico, eventualmente associato a terapia farmacologica. I sintomi di ansia e depressione e altri sintomi emotivi costituiscono il primo obiettivo del trattamento. In particolare, la terapia cognitivo comportamentale identifica le modalità di pensiero disfunzionali sostituendole con altre più adattive. Nello specifico si lavora sulla ristrutturazione cognitiva per limitare nella persona narcisista il “pensiero tutto o nulla” che consiste nel considerarsi o meravigliosamente superiori o completamente senza valore sostituendole con convinzioni alternative e realistiche. La terapia è generalmente a lungo termine date le difficoltà a modificare tratti così radicati e permette di aiutare i pazienti a entrare in contatto con i propri bisogni emotivi, insegnando loro modalità adattive per soddisfarli.

M. Cecilia Gioia

Bibliografia

  • American Psychiatric Association (2014). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Quinta editione. DSM-5. Milano: Raffaello Cortina Editore.
  • Kernberg, O. F. (1998). Pathological narcissism and narcissistic personality disorder: Theoretical backgroundand diagnostic classification. In E. Ronningstam (Ed.), Disorders of narcissism: Diagnostic, clinical,and empirical implications (pp. 29−51). Washington DC: American Psychiatric Press
  • Wink, P. (1991). Two faces of narcissism. Journal of Personality and Social Psychology, 61, 590-597.

 

Copyrights – 2017 Amigdala Studio di Psicoterapia by M. Cecilia Gioia

 

Raccoglistorie.

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Quando incontri una storia speciale, te ne accorgi subito. L’aria si sospende, il battito rallenta, lo sguarda prova ad andare oltre e si sincronizza anche il respiro. Quando ascolto una storia di vita i miei sensi si amplificano, mentre contemplo un qui ed ora che raccoglie l’infinito dono dell’esserci davvero. E quindi annuso, raccolgo, accarezzo, studio parole che scorrono in uno spazio amniotico come il setting psicoterapeutico. Perchè in quell’incontro si racchiude tutto, la paura, il coraggio, le incertezze, la voglia di scappare mista ad uno sguardo che racconta un’unica domanda: “potrai prenderti cura della mia storia?“. E quindi aspetto, annuisco, invito, respiro e mi ascolto per ascoltare fino all’ultima briciola di una narrazione finalmente libera di raccontarsi. Fare psicoterapia significa quotidianamente accogliere doni per condividerli poi nel setting attraverso una rilettura che dona significati e significanti, mentre la vita scorre attraverso immagini che prendono forma e colore. Suoni ed emozioni.

Quasi come una storia fatta di silenzi, di respiri rumorosi, di braccia chiuse, di postura rigida e di sguardo perso nelle innumerevoli domande di una vita. O una storia rumorosa dove vomitare parole ed immagini sembra la via elettiva per raccontarsi e viversi, dove non ci sono pause, ma fiumi di suoni bulimicamente vissuti. O la storia intrecciata nei mille fili di dolore, dove la vita srotola dipendenza affettiva e ricerca di accettazione, mentre le mani narrano episodi e ferite. E violenza subite. C’è poi la storia dalla narrazione dissonante, dove le parole non si accordano alle emozioni mostrate, dove si sta un po’ scomodi, dove ci si prende un tempo per riflettere e decidere se accompagnarsi.

Storie di donne e uomini che decidono di raccontarsi, per dare vita ad un passato troppo spesso vissuto come spaventante, o ad un presente difficile da viversi.

Storie che quotidianamente ascolto e respiro, mentre la vita scorre e ride delle innumerevoli pieghe in cui è facile perdersi e difficile riconoscersi. Ed è proprio qui, in quello spazio che sospende il tempo, il setting, che si celebra la vita, onorandola di ascolto, accoglienza e cura, ogni giorno.

Dentro i giorni.

M. Cecilia Gioia

Copyrights – 2017 Amigdala Studio di Psicoterapia by M. Cecilia Gioia

L’arte di essere semplice.

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Immagine dal web

E’ dalle prime ore dell’alba che questo titolo ha iniziato a bussare nei miei pensieri e allora lo scrivo, lo riconosco e provo a dargli una forma, mentre sorrido alla mia tastiera attonita.

Partiamo dal significato della parola “semplice”, aggettivo troppo spesso utilizzato nel lessico comune dai connotati ampi e dalle riletture, spesso superficiali.

Cercando nel vocabolario emergono definizioni come non complicato, sincero, che è soltanto ciò che viene detto e null’altro, formato di un solo elemento, ma anche inesperto, ingenuo, che occupa un livello più basso di una gerarchia. Si passa quindi da un polo positivo ad uno negativo per spiegare etimologicamente questo aggettivo.

A me la parola “semplice” evoca “pulito”, “limpido”, “presente” e mi orienta verso emozioni positive e sensazioni corporee di benessere, insomma mi piace.

Perché in questo mondo stratificato dal bisogno di indossare maschere, la parola “semplice” diventa un piccolo faro che illumina e schiarisce le innumerevoli ruminazioni che spesso accompagnano la nostra vita.

Si, perchè “semplice” non fa rima con inutile, ridondante, giudicante, ruminante, ambivalente e come un panno morbido ripulisce, quotidianamente, concetti e cognizioni spesso rigide, rendendo tutto più accessibile. E accogliente.

Ma cosa significa “essere semplice”?

E soprattutto la semplicità è una qualità innata o si acquisisce?

Mi viene da pensare a tutte le volte in cui non ho preso in considerazione la possibilità di provare ad esserlo. E non parlo di una semplicità intesa come una modalità scarsamente profonda e meno intensa di viversi, parlo piuttosto di una abilità densa di “presenza”, “coerenza” e “autenticità” prima con sé stess* e poi con il resto dell’umanità che incontriamo nel nostro percorso di vita. Parlo di un’occasione per riconoscersi, accettarsi e amarsi senza filtri e remore, avviando un processo di autodeterminazione e consapevolezza, basi sicure per vivere.

E se ripenso a tutte quelle volte in cui non ho provato ad essere semplice, sento di essermi tradita, di non aver dato a me stessa l’opportunità di vivermi in pienezza, raccogliendo e amando tutte le parti di me.

Perché essere semplice è un’abilità che guarisce e che necessita impegno, esercizio e rimodellamento. Significa riconoscere i benefici psicofisici che immediatamente si manifestano godendo delle emozioni di saper stare dentro un qui ed ora, ricco di nutrienti.

Significa ascoltarsi, alleggerirsi e volersi bene, sugellando verso noi stess* una promessa di fedeltà, da rinnovare quotidianamente attraverso atti gentili e “semplici”.

Perché per me semplice va rima con vivere, ed io ne ho il diritto. Ogni giorno.

Cecilia Gioia

Copyrights – 2017 Amigdala Studio di Psicoterapia by M. Cecilia Gioia

 

Il (mio) significato della psicoterapia.

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Marc Chagall All’imbrunire, 1938-43

Credo fermamente che il miglior modo di onorare una notte d’estate dall’aria rarefatta e sospesa, sia scrivere pensieri ribelli dall’ apnea densa e faticosa.

E allora scrivo. E accolgo pensieri.

Scrivo di storie di donne e di uomini che quotidianamente ascolto grazie al mio lavoro, raccolgo emozioni di vite vissute, sostengo fatiche di un quotidiano viversi, riunisco parti di Sé in frammenti. In una parola ASCOLTO (dentro), lasciando scorrere tutto questo attraverso un sistema osmotico di pieni e vuoti che solo anni di pratica clinica insegnano e consolidano in un quotidiano ripetersi di rituali per accogliere ed accogliersi.

Perché è facile entrare nella relazione d’aiuto, ci gratifica sollecitando parti di un Sé affamato di riconoscimento, il difficile poi è rimanerci imparando a staccarsi, in un quotidiano arrivederci, mentre la terapia scorre, accoglie, raccoglie e guarisce storie quotidiane di un faticoso viversi.

Il difficile è accettare quella traccia che ogni paziente lascia in noi ogni giorno, tracce spesso dolorose, silenziosi segni che incidono la nostra psiche e la nostra storia. Il difficile è lasciarsi andare, mescolarsi, accettare senza perdersi, senza perdere mai di vista l’unico obiettivo della relazione terapeutica: la guarigione psichica della Persona che ci ha scelto. Ogni incontro è un movimento rotatorio, spesso veloce, altre volte lento, dove due sostanze diverse si mescolano per alcuni momenti ritornando ognuna al proprio posto, quando la forza terapeutica del setting smette di “centrifugare” emozioni e storie. Un pò come l’acqua e l’olio, sostanze dalla natura diversa, ma capaci di convivere nello stesso spazio che contiene differenze e confini, formando per pochi attimi una miscela empatica per poi dividersi in due strati separati ma complici. Ecco, io immagino ogni incontro terapeutico così, raccogliendo a fine giornata tutto questo, integrandolo nella mia storia di donna, di madre e di psicoterapeuta, imparando da ogni incontro l’importanza di sentirsi amati e accuditi, sin dal preconcepimento.

E parto proprio da lì, dal racconto del loro parto, perché è dentro l’utero materno che noi psicoterapeuti riusciamo ad iniziare la Persona alla narrazione di sé. Perché nel modo di venire al mondo c’è una fonte inesauribile di storie, vissuti, letture, schemi che si ripetono nel quotidiano viversi in una coazione spesso dolorosa, dai significati misteriosi che aspetta solo di essere ascoltata e restituita in una rilettura che libera da meccanismi disfunzionali e affaticati. Perché accettare di lavorare su memorie remote, significa mescolarsi, sentirsi, riconoscersi e distaccarsi, riportando la narrazione in un qui ed ora denso di sintomi e di sofferenza psichica. Significa viaggiare nel tempo, senza mai disorientarsi, raccogliendo i rischi dell’ignoto, mentre la Persona svela parti di Sé mai raccontate. Significa accettare, anche le parti scomode, quelle che non avremmo mai voluto sentire ma che appartengono alla Persona che ci ha scelto. Significa accompagnare, lenire, asciugare lacrime e guarire da una sofferenza psichica la/il protagonista della storia ascoltata. Significa lasciarla/o andare in un addio che sugella un patto indissolubile, fatto di rispetto e di confini.

Ecco cosa significa per me, ogni giorno, il mio lavoro.

Si chiama Psicoterapia, si pronuncia Passione.

Cecilia Gioia

Anatomia del senso di colpa.

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Se non fai i compiti, mi arrabbio!”.

Chissà quante volte, da bambini, abbiamo ascoltato questa frase dai nostri genitori. E chissà quante altre volte questa frase ha risuonato nella nostra vita adulta sotto forma di emozioni dense e spesso non semplici da nominare. Ed ecco che il senso di colpa inizia a strutturarsi in noi, aderendo come una seconda pelle e filtrando, inevitabilmente, il nostro modo di stare nel mondo.

Perché il senso di colpa è un vero e proprio meccanismo psicologico che si attiva quando facciamo qualcosa che va contro il nostro codice di comportamento acquisito, agendo da supervisor inflessibile e scarsamente accomodante. Si manifesta attraverso la rabbia verso noi stessi tormentandoci e condizionando la nostra vita fino a quando non facciamo qualcosa per riparare all’accaduto.

Ma torniamo agli albori di questo sentimento, a come si presenta a noi sin dalla primissima età consolidandosi in schemi cognitivi e comportamentali mal adattivi che influenzano la nostra vita adulta tanto da strutturare in noi vissuti di inadeguatezza e bassa autostima. Torniamo al nostro Io Bambin* desideros* di non deludere le aspettative genitoriali, sempre alla ricerca di quello sguardo amorevole e compiaciuto dei nostri genitori, sguardo che spesso si è vestito di delusione e frasi scomode, consolidando in noi la colpa, e il pensiero disfunzionale di aver commesso delle cose orribili.

Secondo uno studio condotto alla Washington University di St. Louis, la predisposizione a sentirsi colpevole potrebbe essere collegata ad un’alterazione del volume dell’insula, area cerebrale che regola la percezione, l’autoconsapevolezza e le emozioni e che sappiamo essere coinvolta in molti disturbi mentali. I ricercatori del Dipartimento di Psichiatria hanno misurato prima i livelli di senso di colpa e depressione in un gruppo di bambini reclutati in età prescolare, tra i 3 e i 5 anni. Costoro, raggiunta un’età compresa tra i 7 e i 13 anni, sono stati sottoposti a tre esami di risonanza magnetica funzionale, una ogni 18 mesi circa. Secondo i risultati dello studio, pubblicato su Jama Psichiatry, oltre la metà dei bambini depressi aveva anche un senso di colpa patologico; inoltre, i bambini non necessariamente depressi ma con un senso di colpa patologico mostravano delle dimensioni ridotte della parte anteriore dell’insula rispetto ai loro coetanei. L’individuazione del legame tra funzioni cerebrali e specifiche aree e reti di connessioni neurali è una delle più grandi sfide che le neuroscienze sta portando avanti attraverso un approccio integrato alla psicologia. A tal proposito ricercatori stanno indagando quali siano i modi più efficaci per aiutare i bambini a gestire i sensi di colpa appresi ed ecco che la psicologia assume ruolo predominante in un’ottica di prevenzione e promozione di salute psicologica sin dalla primissima età.

E da adulti? Come possiamo prenderci cura di noi stessi e di questo meccanismo psicologico che blocca il nostro sentirci liberi di mostrarci davvero per quello che siamo e non per quello che per anni abbiamo costruito come immagine ideale del nostro Sé? Iniziare a sperimentare che certi pensieri non producono nessun disastro irreversibile è un buon esercizio per riuscire a esprimere il nostro vero sentire e provare a rompere gli schemi rigidi e acquisiti che per anni hanno condizionato le nostre scelte, influenzando la qualità della vita. Tutto questo avvia un processo di riconoscimento di noi stessi e della autenticità delle nostre emozioni per stabilire delle relazioni interpersonali efficaci e sviluppare con loro una comunicazione rispettosa e funzionale.

M. Cecilia Gioia

 

Bibliografia

Belden AC, Barch DM2, Oakberg TJ1, April LM1, Harms MP1, Botteron KN3, Luby JL1. Anterior insula volume and guilt: neurobehavioral markers of recurrence after early childhood major depressive disorder. JAMA Psychiatry. 2015 Jan;72(1):40-8