La nascita silenziosa

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Mi dispiace, non c’è battito– segna un confine tra quello che è stato e quello che poteva essere, ma non è.

Perché si è trasformato in altro, rimbombando nella mente e nel cuore di chi è costretto ad ascoltare questa frase.

Anche l’aria si sospende, mentre un non tempo accoglie genitori in fuga da una realtà che squarcia e urla dolore.

Ed è proprio quel momento che determina, negli operatori, la consapevolezza del “sentire” e del “fare”. In ostetricia, non sempre fare molto significa fare meglio, ecco perché prima di qualsiasi azione è necessario ascoltarsi e ascoltare.

E capire come entrare in contatto con genitori smarriti in un vuoto troppo grande, senza avvicinarsi troppo, ricordando a noi stessi le ustioni profonde generate da quella frase pronunciata appena due minuti fa: –Mi dispiace, non c’è battito-.

Bisogna sospendersi per sostare in un qui ed ora da cui si vorrebbe sfuggire. Bisogna fermarsi e fermare pensieri interferenti che provano a distoglierci dall’immobilità e dal silenzio.

Bisogna entrare in contatto con la paura e l’impotenza che ci assale e accoglierla per accogliere.

Come operatori che lavoriamo in un punto nascita capita di provare tutto questo ed altro ancora, mentre cerchiamo le giuste parole per spiegare ai genitori cosa è possibile fare.

Perchè dopo la diagnosi noi operatori conosciamo le procedure da avviare, ripetiamo a mente le sequenze, i luoghi che visiteremo insieme ai genitori per accogliere la nascita del loro bambino o della loro bambina, ma in quel momento esatto disconosciamo il suono della nostra voce. E iniziamo a comuni-care, con lentezza, cercando di rimanere in quel qui ed ora silenziosamente rumoroso.

Spieghiamo lentamente, e accompagniamo i genitori verso il tempo indefinito di una nascita silenziosa.

Il ricovero, in ginecologia, gli esami, la revisione della cavità uterina o l’induzione del parto, a seconda dell’età del bambino o della bambina, il travaglio, la dissociazione nei genitori, il luogo scelto per il travaglio, l’attesa, il tempo che distilla ricordi ed emozioni, la disperazione, la paura, la forza e infine la nascita, silenziosa quanto assordante.

Ho imparato negli anni che si può stare in quel silenzio, onorando e rispettando la nascita come momento sacro dove la “presenza” consapevole e l’accoglienza delle emozioni fanno la differenza. E favoriscono i ricordi, mentre il tempo si ferma, tace e le emozioni urlano in silenzio.

Perché quando una mamma, e un papà, mettono al mondo il loro bambino o la loro bambina nat* mort*, ci sentiamo, come operatori, travolti da emozioni contrastanti. Perché è davvero troppo contenerle tutte. E allora, negli anni, ho imparato a farmi attraversare, restando immobile, mentre fluiscono lentamente segnando solchi di esperienza e ricordi che ogni nascita silenziosa ha deciso di donarmi.

E poi il contatto con il bambino o la bambina, la vicinanza, l’abbraccio, il ricongiungersi, il respiro sospeso dei genitori, lo sguardo, l’amore assoluto che ci travolge e ogni volta, ci stupisce per la sua immensa dignità. La cura verso quella nascita, i vestiti scelti durante l’attesa mentre mani sapienti e rispettose delle ostetriche vestono un amore così grande. E poi le carezze, i nostri sguardi di operatori, verso tanta dolcezza. Perché i bambini e le bambine nat* mort* sono un amore senza fine, e hanno bisogno di tenerezza, rispetto e cura. Come i loro genitori, che se sostenuti adeguatamente dal personale, possono stare in contatto con la loro creatura. Abbracciarla, baciarla, esplorare le manine e cercare in quei tratti somiglianze. Ecco, in quel momento esatto, in noi operatori, il battito rallenta, il respiro è più lento, il tempo può tornare a scorrere, le immagini si integrano, mentre una famiglia si riconosce il diritto del suo tempo, sfidando anche la morte. E rendendoci tutti più consapevoli.

Perché sin dal momento della diagnosi, noi operatori possiamo contribuire ad avviare quel processo lento, doloroso per attraversare il lutto in gravidanza e dopo la nascita.

E fare la differenza.

Cecilia Gioia

 

 

 

 

 

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Il corpo delle mamme non si “deve” vedere?

Uno scritto di 5 anni fa, ahimè sempre attuale.

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Ho aspettato un po’ prima di utilizzare la scrittura come mezzo elettivo per condividere emozioni di “pancia” e pensieri di “testa”, ma adesso credo che sia maturato in me il bisogno di esprimermi. Ho assistito, in questi giorni, a reazioni inaspettate, manifestate da donne (spesso anche mamme) e uomini (spesso anche papà) verso immagini che mostravano l’evento nascita. Eh si, avete capito bene, l’evento nascita proprio come avviene dalla notte dei tempi, non un bimbo sotto il cavolo o una cicogna svolazzante, ma una mamma che mette al mondo il suo bambino, in un momento che si ripete da sempre e che ha permesso di non estinguerci. Un corpo che si apre al mondo, che dona senza remore il frutto del suo amore, un corpo che è meglio non vedere, perché evoca, a quanto pare, reazioni e imbarazzi soprattutto tra noi donne. Ecco, l’ho detto.

Adesso prometto di fare un bel respiro per accogliere le mie emozioni rumorose rispetto a tutto questo e abbracciare le nostre innumerevoli diversità di ognuno. Ma sono sincera, come sempre, a me leggere quei commenti, ha fatto male. E non solo come donna che conosce il suo corpo e che rimane incantata, ogni volta, dell’incredibile bellezza del femminile, ma come mamma che considera l’evento nascita un vero miracolo che si manifesta gratuitamente a tutti noi. Mi chiedo cosa risuona nelle pance di ognuno, l’immagine della vita che nasce. Mi chiedo anche quanto spesso ci lasciamo sopraffare dalla generalizzazione, senza soffermarci sul significato unico e irripetibile che ogni nascita porta con sé. E poi mi soffermo a pensare alla nascita di ognuno di noi, di cui non abbiamo un ricordo consapevole ma che appartiene a una memoria viscerale che si risveglia sollecitata dall’immagine di una donna che partorisce. Alle emozioni che inconsapevolmente evoca, che ci sintonizza alla nostra nascita, un passaggio obbligato dall’utero caldo e accogliente di nostra madre alle luci, le voci, i suoni estranei che ci hanno travolto, segnandoci per sempre. “Non si potrà mai cambiare la società se non si cambia il modo di mettere al mondo i propri figli” dice di Michel Odent. E questa affermazione ben si lega per noi donne e mamme, all’esperienza della gravidanza e ai nostri parti.

Naturali, indotti, vaginali, cesarei, sognati, delusi, ricordati, rimossi, odiati, amati.

Una carrellata di eventi che segnano la nostra vita di donna e di mamma con cicatrici non sono solo fisiche, ma psicologiche e spesso ancora dolorose. E tutto questo bagaglio che quotidianamente ci portiamo dietro che inizia dalla nostra nascita fino il parto dei nostri figli è un’eredità non sempre comoda di cui spesso siamo scarsamente consapevoli. E intanto la nostra pancia e la nostra vista si turba profondamente davanti a scene naturali, fisiologiche e spesso vissute, percependole come non idonee, o meglio eccessivamente imbarazzanti e “inguardabili”.

Cosa sta succedendo?

Tempo fa mio figlio Esteban (6 anni) mi ha chiesto stupito perché una donna semi-nuda era affissa su un cartellone pubblicitario di una nota marca di abbigliamento. Ma non mi ha mai fatto domande davanti ad una mamma con il seno scoperto mentre allatta il suo bambino o davanti a delle foto che rappresentano la nascita.

Ecco, questo a me fa riflettere e molto.

E adesso silenzio, facciamo parlare le nostre pance e il nostro cuore.

In una parola, ascoltiamoci.

Cecilia Gioia.

 

 

La psicologia perinatale riguarda tutti.

13620995_653876371426362_6052513415105741111_n.jpgLa psicologia perinatale riguarda tutti. Lo penso davvero e lo vivo ogni giorno nel reparto di Ostetricia e Ginecologia dove lavoro e incontro neogenitori e cuccioli appena nati. Si, perché stare accanto alla mamma e al papà in un setting privilegiato come la sala parto o la sala operatoria mi conferma quotidianamente quanto sia nutriente l’accoglienza e il SAPER STARE un passo indietro per non intralciare il naturale processo della genitorialità, o il SAPER SOSTENERE, qualora ce ne fosse bisogno, attraverso la maieutica, le competenze genitoriali, patrimonio di cui spesso siamo portatori sani ma inconsapevoli.

La psicologia perinatale è anche delle mamme che conoscono la depressione postpartum. Perché amo e sostengo la fisiologia, ma come psicoterapeuta che lavora con le donne e le mamme, incontro quotidianamente luci ed ombre di una maternità non sempre “comoda” e provo umilmente a prendermene cura, attraverso atti terapeutici specifici.

La psicologia perinatale è dei genitori di bimbi nati morti, perché può sostenere e accompagnare un percorso “in cui l’amore per il bambino perduto e il dolore per la perdita si intrecciano al vissuto dei genitori e lo segnano, modificandone il decorso e entrando a fare parte della loro biografia” (cit. C. Ravaldi). E la presenza in un reparto di Ostetricia e Ginecologia di una psicoterapeuta formata al sostegno e al trattamento del lutto perinatale dal momento della diagnosi, durante il parto e il rientro a casa, può facilitare lo sviluppo delle competenze necessarie all’elaborazione del lutto.

La psicologia perinatale è dei neogenitori o delle nonne preoccupate per un allattamento in salita, dove adeguate competenze e formazione di noi operatori, possono sostenere e accompagnare l’espressione di una consapevolezza antica, inficiata, spesso, da interferenze rumorose e disturbanti.

La psicologia perinatale è in sala parto o in sala operatoria, è con la mamma e il papà che immaginavano un parto diverso, è nella cicatrice di un cesareo non voluto, è nella sorpresa di un parto prematuro, è nella scoperta di una diagnosi inaspettata.

La psicologia perinatale è patrimonio di tutti, e come tale va tutelato, protetto, nutrito e mai improvvisato. Ecco perché necessita per noi operatori, oltre alla formazione teorica l’esperienza pratica che permette di applicare la formazione in itinere (perché non smettiamo mai di formarci) al sostegno giornaliero, in un esercizio di “presenza” costante.

Si, la psicologia perinatale riguarda tutti ed io come donna, madre, psicoterapeuta ogni giorno godo della scoperta consapevole di quanto sia necessario sensibilizzare e coinvolgere tutti, operatori e non, per promuovere salute e benessere psicofisico, sin dal preconcepimento; un Bambino alla volta, un Genitore alla volta, una Persona alla volta, un Operatore alla volta, perché tutti noi ne siamo responsabili.

Cecilia Gioia, Phd-Psicologa-Psicoterapeuta.

Gravidanza, “fare spazio ” attraverso il PerCorso di Accompagnamento alla Nascita e alla Genitorialità.

37800414_1787117034658751_3558612968625143808_nI tempi dell’attesa necessitano di uno spazio fisiologico per allinearsi nella mente e nel cuore della mamma e del papà, in un processo straordinario che racconta l’identità della coppia e i suoi bisogni. Compito di noi operatori è accogliere e favorire l’ascolto attivo attraverso gli incontri del PerCorso di Accompagnamento alla Nascita e alla Genitorialità, occasione elettiva per stimolare maggiore consapevolezza delle proprie competenze genitoriali, elemento necessario per “sostare in contatto” con le emozioni della gravidanza. Perché è nutriente “fare spazio” attraverso la narrazione e il confronto con le altre coppie in un luogo che non presenta spigoli ma curve morbide e accoglienti come le pance delle mamme dove tessere una rete di sostegno alla pari diventa una fisiologica necessità per ascoltarsi e ascoltare.

 

Oggi più che mai è evidente la difficoltà di noi donne a so-stare in questi mesi di endogestazione senza “dover” inevitabilmente “mollare qualcosa “ (cit. Emma, 37 anni, avvocata) provando con fatica, a modulare e rallentare i nostri ritmi quotidiani. E scoprire spesso, in fase finale, quanto sia necessario regalarsi un tempo senza tempo, dove il nostro utero e la nostra mente, crea spazio al nostro bambino.

Perchè noi donne siamo incredibilmente flessibili, e questo possiamo riconoscercelo a gran voce. In fondo, chi altri accetterebbe di diventare “casa” e “nutrimento” per nove mesi della propria vita accogliendo un inquilino sconosciuto e alcune volte inaspettato? In alcuni casi poi la convivenza si rivela un periodo non semplice con espressioni fisiche più o meno esplicite che raccontano quanto sia delicato questo periodo di “conoscenza” e “adattamento”.

Ma torniamo al concetto di “fare spazio” per accogliersi e accogliere fisiologiche trasformazioni che confermano un momento speciale e unico perché costellato di segni e di attimi indelebili nella nostra mente e nel nostro cuore.

E l’idea di una maternità nel corpo, equivalente in ogni donna, crolla rapidamente nei racconti che scambiamo, magari durante gli incontri nei PerCorsi di Accompagnamento alla Nascita e alla Genitorialità, e che raccontano i nove mesi (e oltre) per fare spazio.

Perché vivere la gravidanza in modo consapevole, accompagna la donna in un processo di cambiamento psicofisico trasformando ogni singolo momento in una risorsa da cui attingere nei primi mesi dopo il parto. Gli ormoni poi giocano un ruolo attivo in questo processo di cambiamento agendo da modulatori delle emozioni. Grazie agli estrogeni la donna diventa “morbida” e riesce a fare spazio con la mente e con il corpo per accogliere il suo bambino, mentre il progesterone rallenta i suoi ritmi “costringendola” a so-stare in questo tempo di attesa e di trasformazione. Alcune volte però è difficile mettersi in ascolto “attivo” dei messaggi del proprio corpo, non assecondando inevitabilmente, i bisogni fisiologici dell’attesa. Questo si ripercuote significativamente sulla produzione dei due ormoni, inibendo o rallentando i benefici sopraelencati.

“Fare spazio”, sempre.

In ogni momento della giornata, favorire il con-tatto interiore, accarezzando ogni attimo di comunione con una vita che cresce, per nutrire e nutrirsi di emozioni.

Cercare uno spazio, un luogo che non giudica umori altalenanti costellati da piccoli conflitti e importanti promesse, tra rifiuto e accettazione alla ricerca di un equilibrio che accompagni questi nove mesi ad una consapevole accoglienza. Il PerCorso di Accompagnamento alla Nascita e alla Genitorialità diventa un tempo senza tempo dove viversi sin dalla 16° settimana di gestazione senza sentirsi valutate, dove è semplice autorizzarsi l’espressione di sensazioni, spesso rinnegate o inibite. Uno spazio senza spazio dove la circolarità prende forma armonizzando pensieri e respiri, dove la forza creatrice della donna può so-stare e riempire. Un luogo che facilita trasformazioni attraverso il “sentire” e il “fare” nel gruppo attivando processi evolutivi e relazioni nutrienti. Una serie di incontri che potenziano le competenze della donna e dell’uomo attraverso la condivisione e l’ascolto attivo dove è facile lasciarsi andare e riconoscere emozioni. Un gruppo che si crea, che assume una sua identità esprimendo aspetti di personalità spesso celati. Il mio obiettivo primario durante questo per-corso è offrire un’occasione di incontro per le mamme e i papà per promuovere consapevolezza delle proprie competenze genitoriali attraverso l’ascolto, il contenimento e la successiva restituzione, strumenti che funzionano come catalizzatori delle emozioni e forniscono la creazione di uno spazio psichico, in cui i genitori si sentono liberi di riconoscersi nel loro valore di coppia in attesa. Per “fare spazio” all’imprevedibile imparando a coltivare una relazione di coppia soddisfacente che permetterà al bambino di entrare in uno spazio “sufficientemente buono” e funzionante dove è semplice differenziarsi e crescere. Perché quando nasce un bambino nasce una mamma e un papà, e questo è bene ricordarselo durante i mesi di attesa per confrontarsi quotidianamente sui bisogni e aspettative spesso, ahimè, scarsamente irrealizzabili perché impersonali. Ed ecco che gli incontri di un PerCorso di Accompagnamento alla Nascita e alla Genitorialità si trasformano ogni volta in braccia accoglienti ed emozioni in con-tatto dove timori e paure si raccontano nell’ espressione più profonda, dove le pance delle mamme e anche dei papà possono allinearsi e riconoscersi attraverso il racconto dell’attesa, un ponte che unisce la vita passata e futura dei neogenitori.

Maria Cecilia Gioia, PhD, psicologa e psicoterapeuta cognitivo comportamentale.

Lavora come psicologa presso la Casa di Cura Sacro Cuore di Cosenza e si occupa di psicologia perinatale, assistenza psicologica in sala parto e PerCorsi di Accompagnamento alla Nascita e alla Genitorialità. E’ autrice di numerosi articoli scientifici su riviste internazionali e presidente dell’Associazione Culturale MammacheMamme www. mammachemamme.org.

I pensieri di una psicoterapeuta.

4Credo fermamente che il miglior modo di onorare una notte d’estate dall’aria rarefatta e sospesa, sia scrivere pensieri ribelli dall’ apnea densa e faticosa. E allora scrivo. E accolgo pensieri. Scrivo di storie di donne e di uomini che quotidianamente ascolto grazie al mio lavoro, raccolgo emozioni di vite vissute, sostengo fatiche di un quotidiano viversi, riunisco parti di Sé in frammenti. In una parola ASCOLTO (dentro), lasciando scorrere tutto questo attraverso un sistema osmotico di pieni e vuoti che solo anni di pratica clinica insegnano e consolidano in un quotidiano ripetersi di rituali per accogliere ed accogliersi.

Perché è facile entrare nella relazione d’aiuto, ci gratifica sollecitando parti di un Sé affamato di riconoscimento, il difficile è rimanerci imparando a staccarsi, in un quotidiano arrivederci, mentre la terapia scorre, accoglie, raccoglie e guarisce storie quotidiane di un faticoso viversi.

Il difficile è accettare quella traccia che ogni paziente lascia in noi ogni giorno, tracce spesso doloroso, silenziosi segni che incidono la nostra psiche e la nostra storia. Il difficile è lasciarsi andare, mescolarsi, accettare senza perdersi, senza perdere mai di vista l’unico obiettivo della relazione terapeutica: la guarigione psichica della Persona che ci ha scelto. Ogni incontro è un movimento rotatorio, spesso veloce, altre volte lento, dove due sostanze diverse si mescolano per alcuni momenti ritornando ognuna al proprio posto, quando la forza terapeutica del setting smette di “centrifugare” emozioni e storie. Un pò come l’acqua e l’olio, sostanze dalla natura diversa, ma capaci di convivere nello stesso spazio che contiene differenze e confini, formando per pochi attimi una miscela empatica per poi dividersi in due strati separati ma complici. Ecco, io immagino ogni incontro terapeutico così, raccogliendo a fine giornata tutto questo, integrandolo nella mia storia di donna, di madre e di psicoterapeuta, imparando da ogni incontro l’importanza di sentirsi amati e accuditi, sin dal preconcepimento.

E parto proprio da lì, dal racconto del loro parto, perché è dentro l’utero materno che noi psicoterapeuti riusciamo ad iniziare la Persona alla narrazione di sé. Perché nel modo di venire al mondo c’è una fonte inesauribile di storie, vissuti, letture, schemi che si ripetono nel quotidiano viversi in una coazione spesso dolorosa, dai significati misteriosi che aspetta solo di essere ascoltata e restituita in una rilettura che libera da meccanismi disfunzionali e affaticati. Perché accettare di lavorare su memorie remote, significa mescolarsi, sentirsi, riconoscersi e distaccarsi, riportando la narrazione in un qui ed ora denso di sintomi e di sofferenza psichica. Significa viaggiare nel tempo, senza mai disorientarsi, raccogliendo i rischi dell’ignoto, mentre la Persona svela parti di Sé mai raccontate. Significa accettare, anche le parti scomode, quelle che non avremmo mai voluto sentire ma che appartengono alla Persona che ci ha scelto. Significa accompagnare, lenire, asciugare lacrime e guarire da una sofferenza psichica la/il protagonista della storia ascoltata. Significa lasciarla/o andare in un addio che sugella un patto indissolubile, fatto di rispetto e di confini.

Ecco cosa significa per me, ogni giorno, il mio lavoro.

Si chiama Psicoterapia, si pronuncia Passione.

Cecilia Gioia

 

Giornata Mondiale della Prematurità

 

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Il 17 novembre si celebra la Giornata Mondiale della Prematurità.
Ogni anno, circa 15 milioni di bambini nascono prima del termine e ben un milione non sopravvive. Globalmente, un neonato su 10 nasce prematuro. In occasione di questa giornata, in tutto il mondo verranno illuminati monumenti o punti di interesse con il colore viola (colore che nel mondo rappresenta la prematurità). I bambini nati prima del termine, in generale, presentano un più elevato rischio di complicazioni per la salute e condizioni croniche che possono avere un impatto sul loro sviluppo futuro e sulla vita quotidiana. Spesso le pratiche ospedaliere sono, nella maggior parte dei casi, focalizzate sulla stabilizzazione dei parametri vitali del bambino. Ruolo dello psicologo sarà quello di accompagnare e sostenere la coppia in un percorso di accompagnamento ad quel processo di genitorialità interrotto prematuramente, che si forma proprio durante le quaranta settimane di gestazione. Innumerevoli studi presenti in letteratura si sono focalizzati sugli aspetti fisiologici del parto prematuro, ma è necessario accogliere tale nascita attraverso un modello bio-psico-sociale che abbracci in maniera esaustiva il significato di un evento così importante nella vita del bambino e dei genitori. E’ necessario promuovere un modello di assistenza individualizzata caratterizzato da maggiore attenzione al coinvolgimento della famiglia nelle cure del bambino e al supporto dei genitori. Genitori, troppo spesso, lasciati soli negli innumerevoli vuoti che una nascita così improvvisa inevitabilmente comporta. Una mamma e un papà prematuri necessitano di calore, accoglienza, silenzi, rispetto, cure. Proprio come il loro bambino. Bisogna saperli sfiorare, senza invadere il loro spazio, già sconfinato dall’imprevedibile. E accompagnarli, un passo indietro, rispettando la giusta distanza emotiva, che permette loro di andare avanti, nonostante tutto. I genitori pretermine hanno sguardi pieni di domande in attesa di risposte, e ogni silenzio non spiegato destabilizza un equilibrio difficile perché fatto di attimi e di segnali. Perché cambia tutto, e i 5 sensi si amplificano per cogliere anche il più piccolo segnale del proprio bambino. E un mondo finora sconosciuto diventa casa, dove suoni innaturali si trasformano in ninne nanne per tutti i piccoli guerrieri. Dove è facile riconoscersi e sostenersi, ognuno con la sua storia e le sue paure, mentre le ore scorrono e la speranza cresce. I genitori pretermine sono genitori in battaglia, genitori che guardano le loro paure più grandi negli occhi e sfidano l’imprevedibile, che graffiano la vita accarezzando i cuori dei loro bambini. Ecco perché, nonostante i progressi nelle cure neonatologiche, la nascita pretermine continua a rappresentare un evento potenzialmente traumatico per i genitori e per lo sviluppo del loro bambino. Questo rende necessario un intervento di prevenzione e trattamento in grado di rispondere efficacemente alle esigenze psicologiche della triade madre-papà-bambino e al bisogno di riprendere quel processo di genitorialità bruscamente interrotto e iniziato durante i mesi dell’attesa.
M. Cecilia Gioia

Quando le mamme sono tristi.

post_partum_aw-2-225x300  La nascita di un bambino viene considerata da sempre come un evento gioioso. Il vissuto provato della nascita invece è spesso in netto contrasto con questa immagine idealizzata della maternità. Dopo il parto la donna sperimenta un calo dell’umore e una certa instabilità emotiva. Spesso molte donne si trovano a dover affrontare le richieste del neonato, per le quali hanno una preparazione e un sostegno inadeguati, la perdita della routine, le notti insonni, i cambiamenti di ruolo comprese le decisioni relative al proprio lavoro. Altri fattori stressanti possono essere l’isolamento, difficoltà finanziarie o un parto inaspettatamente problematico. Questo sconvolgimento emotivo può scatenare nelle donne più vulnerabili un’esperienza depressiva di varia intensità.

Il 10-20% delle donne si ammala di depressione postnatale, una condizione caratterizzata da sentimenti di tristezza, colpa, senso di inutilità e ansia, pensieri sul suicidio e sulla morte, difficoltà di concentrazione e nel prendere decisioni, disturbi del sonno e dell’appetito, mancanza di interessi e di energia. Questi sintomi non sono transitori e possono persistere con vari livelli di intensità per parecchi anni.

Esiste un modello biopsicosociale che spiega la depressione postnatale attraverso tre fattori di diversa natura quali: i fattori di vulnerabilità, che rispecchiano il fatto che alcune donne sono più soggette alla depressione postnatale che altre. I fattori facilitanti-scatenanti ovvero i livelli di stress collegati a eventi difficili accaduti subito prima dell’insorgenza della depressione postnatale, le variabili moderatrici dello stress(sostegno sociale e abilità di coping). I fattori biologici, come un improvviso e considerevole calo nei livelli degli estrogeni dopo il parto.

Le cure possono consistere nella psicoterapia e nella partecipazione a terapie di gruppo con donne che manifestano la stessa sintomatologia; nell’eventuale assunzione di ansiolitici e antidepressivi, che sono cure possibili, ma da assumere comunque sotto controllo medico. È necessario rivolgersi ad uno specialista, uno psicoterapeuta o uno psichiatra, se i sintomi sono di una entità allarmante o comunque persistono oltre le due settimane, se si ha la sensazione di poter fare del male a se stesse o al proprio bambino e se i sintomi di ansietà, paura e panico si manifestano con grande frequenza nell’arco della giornata

La relazione madre-bambino.

Lo sviluppo del rapporto madre-bambino è il processo psicologico centrale del periodo perinatale. La relazione madre-bambino inizia già durante la gravidanza in uno scambio reciproco di emozioni che consolidano l’attesa attraverso lo sviluppo di una identità materna. La depressione postnatale trascurata o sottovalutata può avere effetti negativi su tutta la famiglia, condizionando il corretto sviluppo di una buona relazione madre-bambino. Una donna che soffre di depressione postnatale sperimenta quotidianamente un ventaglio di emozioni che fatica a condividere perchè inaccettabili, prima di tutto da se stessa, come ostilità verso il bambino, rammarico per la gravidanza, sensazione di sollievo quando si allontana dal bambino, tentativo di evasione o fuga dal contesto relazionale.

Il baby blues.

La maternity blues, o tristezza post-partum, è una sindrome transitoria che interviene nelle prime 48 ore dopo il parto. Di norma si risolve spontaneamente entro una settimana. È importante identificare le donne con maternity-blues poiché il 20% di esse presentano un episodio depressivo maggiore nel primo anno dopo il parto.

La depressione in gravidanza.

La gravidanza è un momento irripetibile nella vita di una donna, tanto delicato quanto incredibilmente denso di forza e di coraggio. E’ il tempo dell’attesa e della fisiologica necessità di imparare a sostare con gli innumerevoli modifiche fisiche e psicologiche che accompagnano i nove mesi di endogestazione. Ecco perché è importante sostenere le donne e i papà sin dal preconcepimento, in un’ottica di prevenzione e promozione di benessere psicofisico, promuovendo spazi di incontro e confronto tra i neo genitori.

Perché una donna che soffre di depressione ha bisogno di essere riconosciuta nel suo disagio attraverso una presa in carico che non coinvolge solo la donna, ma tutto il sistema familiare che ne è inevitabilmente coinvolto.

Da un po’ di anni, come psicoterapeuta che si occupa di perinatalità, sto cercando di diffondere informazioni per prevenire e portare alla consapevolezza di tutti la necessità di ricreare una rete di sostegno intorno alle neomamme in un’ottica di salutogenesi per tutte le famiglie. Molto è stato fatto, ma non abbastanza, ecco perché è necessario continuare a fare prevenzione attraverso tutti i mezzi divulgativi. Per info si può consultare il sito www.depressionepostpartum.it e selezionare la regione di riferimento per conoscere i centri o le associazioni riconosciute a livello nazionale che si occupano di depressione postpartum. Sul nostro territorio è attiva l’Associazione Culturale MammacheMamme , di cui sono presidente, unica associazione riconosciuta in Calabria dall’Osservatorio Nazionale sulla Salute della Donna (ONDA) che da quattro anni è accanto alle neomamme e ai neopapà promuovendo il famoso proverbio “Per crescere un bambino, ci vuole un intero villaggio”. Ecco, spesso il villaggio non fa abbastanza. Dovremmo provare a fare tutti più silenzio, per riuscire ad ascoltare la richiesta di aiuto di una madre. E di una famiglia.

Cecilia Gioia