Resilienza: questa sconosciuta.

Jennifer Clutterbuck

Jennifer Clutterbuck

Capita, durante il viaggio della vita, di avere delle battute di arresto. Pause, alcune volte forzate che ci “costringono” a sostare su un momento alcune volte scomodo.

Capita poi che facciamo fatica a “stare” e le innumerevoli resistenze che manifestiamo raccontano le nostre difficoltà ad accogliere l’imprevisto. Perché spesso di imprevisti si parla, di pause improvvise, di spazi vuoti di domande, di step che alcune volte trasformiamo in stop.

Piccole e grandi prove per la nostra poco allenata resilienza, eventi che ricamano la nostra vita rendendola squisitamente imprevedibile e avventurosa.

Re·si·lièn·za, capacità di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza alienare la propria identità (Wikipedia).

Ottima definizione, ma come si fa?

Proviamo a chiudere gli occhi e a ricordare uno dei tanti momenti della nostra vita dove abbiamo incontrato un imprevisto. E se abbiamo rievocato l’immagine, proviamo a concentrarci sulle emozioni che abbiamo vissuto in quel momento, a come ci siamo sentiti e ai pensieri associati a quella situazione. Ecco, se provo a ricordare un episodio recente, la mia pancia brontola e le emozioni sono decisamente scomode e rumorose. I miei pensieri, poco positivi, sono legati ad un unico concetto: “Perché è successo proprio a me?” oppure “Cosa significa tutto questo?”. Domande da cui non è possibile sfuggire, dove risulta necessario stare, smettendo di cercare risposte scarsamente esaustive che possano giustificare il momento di difficoltà che si sta attraversando.

Ed ecco che lo step può ripiegarsi in stop oppure trasformarsi in start, attraverso la nostra resilienza. Significa cercare il buono anche in un’esperienza scomoda, provando ad attribuire nuovi significati agli eventi. Significa ripristinare un equilibrio emotivo compromesso dalle avversità, trasformandole in risorse da cui attingere e ripartire.

Allenare la nostra resilienza vuol dire quotidianamente imparare ad accettare il cambiamento accogliendolo come un’opportunità della vita. Vuol dire stabilire relazioni interpersonali sane, basate sull’accettazione dell’altro diverso da me, come esercizio quotidiano di salute psichica.

Significa imparare a porsi obiettivi realistici che aumentano la nostra autostima e nutrono atteggiamenti resilienti. E imparare a cambiare prospettiva, per avere una visione più ampia che permette al nostro Io di respirare pensieri ossigenanti.

In una parola significa prendersi cura di sé, accogliendosi quotidianamente come promessa di amore verso noi stessi.

Basta volerlo, ogni giorno.

E adesso proviamo a ricordarci l’ultima volta in cui ci siamo abbracciati e se il ricordo tarda ad arrivare, poco male. Facciamolo adesso.

Cecilia Gioia

I gruppi di automutuoaiuto.

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Croce e delizia di un immaginario collettivo dove è facile perdersi in fantasie catastrofiche dense di lacrime e di chiusura. Si, perché troppo spesso si immaginano in questi gruppi momenti di pianti e rimpianti, spazi dove è difficile so-stare perché troppo pieni di tristezza, incontri che non permettono l’ascolto dell’altro perché troppo impegnati ad avvolgersi nelle proprie lacrime. Dolore che genera dolore, luoghi del ricordo che è meglio dimenticare, perché parlare “fa male”, condividere “non serve a nulla” e sul dolore vissuto “è meglio farsene una ragione e non parlarne più”. Come se fosse davvero così facile staccarsi dalla propria storia, far finta di nulla indossando il vestito più bello, fatto di negazioni o evitamenti. Strategie squisitamente umane, che non ci permettono di centrarci sulle nostre emozioni, ma di spostarci su altro, perché l’altro si può ascoltare, le emozioni, soprattutto quelle tristi, no.

Ed ecco che l’incontro con un altro ME diventa rischioso, da evitare perché ricco di ricordi tristi. Meglio non parlarne più, tanto a che serve?

Invece serve, nutre, ascolta, tesse relazioni, dona riconoscimenti, rende visibile ciò che spesso la società tende a non riconoscere, dona suoni a voci troppo spesso inascoltate, vista ad occhi offuscati dalle lacrime e tatto a mani che per troppo tempo non si sono sfiorate.

I gruppi di automutuoaiuto sono una risorsa che genera trasformazioni, abbracci, emozioni che danno vita, legami solidi, promesse di sorrisi, risate di scoperte, in un esercizio costante e coraggioso, fatto di ascolto e accettazione. E generano cambiamento sociale, attraverso azioni collettive, dove si consolida un’identità di gruppo forte in cui quotidianamente “ci si mette la faccia” come atto di appartenenza a chi ha deciso di fluidificare il dolore, troppo spesso cristallizzato, in un’opportunità per se stesso e per gli altri.

Bisogna essere davvero coraggiosi per decidere di far parte di un gruppo di automutuoaiuto: perché significa riconoscere ad ogni incontro la propria storia accogliendo l’altro, creando spazio, imparando il dono dell’ascolto che non giudica. E a stare, consapevolmente, nel silenzio.

Quel silenzio che cura, lenisce, rimbomba, reclama, ricorda. Accoglie. Sorride.

I gruppi di automutuoaiuto donano tutto questo e tanto altro. Basta avvicinarsi e scoprire un mondo fatto di relazioni che si prendono cura. Basta non averne paura.

Cecilia Gioia

Da mamma a figlia. Da figlia a mamma.

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Non possiamo scegliere nostra madre, non possiamo farlo.

Affermazione dura, quanto reale che sottende un legame in divenire perché frutto di un quotidiano lavoro di conoscenza e accettazione. Perché non scelgo mia madre, ma scelgo di imparare a conoscerla o non conoscerla affatto, idealizzandola.

E’ una relazione profonda quella con nostra madre, la RELAZIONE per eccellenza. Uno scambio amniotico che inizia spesso, inconsapevolmente, e continua, anche dopo la morte.

Ed in quei nove mesi uterini si delinea già un rapporto che proverà ad evolversi nel tempo fatto di sguardi, di mani che sfiorano emozioni, di olfatto ossitocinico, di gusti bianchi di latte e di promesse eterne.

Ricami su una psiche in evoluzione, dove il senso materno spesso si trasforma in una chimera irraggiungibile che frustra animi e aspettative.

Perché anche le nostre madri non ci hanno scelto, pur scegliendo di aprirsi alla vita.

Non hanno potuto scegliere la figlia sognata. Aspettata. Idealizzata.

Ecco perché questo appuntamento al buio necessita di tempo, di silenzioso ascolto, di spazio libero da modelli o pessime imitazioni.

Perchè non ci siamo scelte, ci ha pensato la vita attraverso un legame che supera la genetica e va oltre. Nove mesi di scambi emotivi, nove mesi dove si fa fatica a delineare il tu e l’io, ma è facile perdersi nel NOI.

Un NOI alcune volte ingombrante, fatto di dolorosi distacchi, come quando nasciamo e qualcuno decide di tagliare un canale di trasmissione fisico e nutritivo che proverà, nel corso degli anni, a rigenerarsi, creando cordoni invisibili e scomodi, perché evolutivamente dissonanti.

No, non ci scegliamo affatto.

Ecco perché alcune volte, proviamo a scappare.

Ci allontaniamo giorni, anni mentre le nostre vite scorrono in un noi sbiadito, dai contorni liquidi. Alcune volte poi torniamo. Altre volte invece, è la vita che nuovamente decide per noi.

Non ci scegliamo, ma ci amiamo di un amore eterno, carnale, fatto di sangue e di latte, di vuoto e di pieno, di cuore e di testa, in una costante ambivalenza di un noi che sa di sfida e di promesse.

Non ci conosciamo mai abbastanza ma siamo un NOI.

Comodo, scomodo, irriverente, drammatico, spicciolo, nutriente, debole, sadico, incompreso, fragile, forte, malato, evitante, sicuro, inconsapevolmente solo. Consapevolmente unico.

Cecilia Gioia

Quando hai deciso di cambiare davvero?

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Cam-bia-mén-to, parola complessa, distrattamente ripetuta e scarsamente interiorizzata, in un quotidiano denso di promesse e di piccole e grandi delusioni che  accompagnano il nostro vivere.

Proviamo insieme a ricordare l’ultima volta che abbiamo pronunciato la fatidica frase :“Basta, questa volta voglio cambiare davvero!” tentando di rievocare il ricordo che ha accompagnato questa promessa. E mentre proviamo a rievocare, scorrono immagini in cui il pensiero non è stato seguito dall’azione, bensì da una fase limbica e stagnante dove diventa scomodo so-stare in attesa di un cambiamento concreto. Cambiamento che avviene davvero quando scelgo consapevolmente di intraprendere un percorso di psicoterapia. Scelta complessa, impegnativa, che rivela una scintilla primordiale di cambiamento nel momento in cui decido di prendermi cura di alcuni aspetti di me, chiedendo aiuto. Perché cambiare è un processo dinamico che consiste nell’acquisire progressivamente consapevolezza di me stesso, sperimentando nuove strategie per superare delle difficoltà attraverso nuove scelte.

Chiedere aiuto ad uno psicoterapeuta significa darsi l’opportunità di incontrare i propri limiti, riconoscerli per sollecitare in noi stessi le risorse necessarie per attivare il cambiamento. Significa imparare a “stare” nelle innumerevoli contraddizioni che ci appartengono e che spesso non riusciamo a decodificare chiaramente.

Secondo la psicoterapia cognitivo-comportamentale ognuno di noi costruisce la propria idea di realtà e di mondo attraverso la costruzione di schemi mentali che sono alla base poi del modo con cui interpretiamo il mondo. Secondo questo modello esiste una stretta relazione tra pensieri, emozioni e comportamenti e che le difficoltà emotive con cui si manifesta il sintomo siano influenzate dai nostri pensieri e dalle nostre azioni. Poiché tutto ciò che noi viviamo è apprendimento, noi costruiamo la nostra realtà interna a a partire dalle esperienze che facciamo dal preconcepimento in poi.

In questa prospettiva anche il disagio psicologico, è conseguenza dell’apprendimento di schemi comportamentali, emotivi e di pensieri errati, derivanti dall’interpretazione disfunzionale dell’esperienza di vita della persona. Questo significa che la psicopatologia è la conseguenza della costruzione di convinzioni cognitive non adeguate da cui derivano comportamenti non funzionali ed emozioni dolorose, che influenzano notevolmente la qualità della vita.

L’organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce la salute come “stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia”. Quando si parla di salute quindi non si può non avere in mente anche la salute mentale.

Con l’espressione “salute mentale” si fa riferimento ad uno stato di benessere emotivo e psicologico nel quale la persona è in grado di sfruttare le sue capacità cognitive o emozionali, esercitare la propria funzione all’interno della società, rispondere alle esigenze quotidiane della vita di ogni giorno, stabilire relazioni soddisfacenti e mature con gli altri, partecipare costruttivamente ai mutamenti dell’ambiente, adattarsi alle condizioni esterne e ai conflitti interni.

Ed è proprio in un’ottica di salutogenesi che il processo di cambiamento in psicoterapia ben si inserisce nella vita della persona promuovendo nuove risorse e strategie adattive che migliorano la capacità di relazione con se stessi e di azione nel mondo. La poesia di Portia Nelson descrive perfettamente il processo di cambiamento che avviene attraverso il percorso della psicoterapia: dal senso di impotenza data dall’idea di non avere scelta, alla consapevolezza che nuove opzioni sono possibili e alla possibilità di concretizzarle.

Cecilia Gioia

Autobiografia in 5 brevi capitoli
di Portia Nelson

I
Cammino per la strada.
C’è una profonda buca nel marciapiede.
Ci cado.
Sono persa.
Sono impotente.
Non è colpa mia.
Ci vorrà un’eternità per trovare come uscirne.

II
Cammino per la stessa strada.
C’è una profonda buca nel marciapiede.
Fingo di non vederla.
Ci ricado.
Non riesco a credere di essere nello stesso posto.
Non è colpa mia.
Ci vuole ancora molto tempo per uscirne.

III
Cammino per la strada.
C’è una profonda buca nel marciapiede.
Vedo che c’è.
Ci cado ancora… è un’abitudine.
I miei occhi sono aperti.
So dove sono.
E’ colpa mia.
Ne esco immediatamente.

IV
Cammino per la strada.
C’è una profonda buca nel marciapiede.
La aggiro.

V
Cammino per un’altra strada.

Metafore

impastare

-Deve essere dura– diceva nonna Filomena, –molto dura– conferma mia madre- dura e difficile da impastare all’inizio, ma se la lavori bene ti darà grandi soddisfazioni-.

Su queste due raccomandazioni suggerite da un femminile generazionale che ha segnato la mia vita, ho iniziato a impastare farina e acqua. Ho dosato bene, attentamente, mentre ripetevo in me le parole apprese –deve essere dura– mentre un impasto ribelle, spesso difficile da compattare sfuggiva alle mie mani – dura si, un po’ come la vita– ho aggiunto io, mentre movimenti sapienti accarezzavano due elementi che prendono forma.

Farina e acqua, insieme. Il semplice che diventa lavorato, uno stato in polvere e uno liquido che danno vita a un composto compatto e sodo. Una trasformazione sotto le nostre mani che ci ricorda la metafora del nostro Essere. In fondo anche noi spesso ci trasformiamo, cambiamo pelle, ci rigeneriamo e ci ri-diamo vita. E mentre i movimenti ormai naturali scorrono sulla spianatoia, ricordo quando fare la pasta per me era un momento davvero speciale. Le immagini si susseguono in un ritmo ri-conosciuto e la mente rievoca anche i profumi di quei momenti. Mi rivedo bambina, con un grembiule rosso (perché il rosso ha segnato sempre i momenti importanti della mia vita), accanto ad una nonna sapiente quanto misteriosa, perché custode di un femminile segnato. Le sue mani rugose si muovono sapientemente miscelando antiche pozioni mentre l’indefinito prende forma lentamente. E la danza di una donna che impasta si svela, in un ritmo silenzioso ricco di significati. Io da piccola mi lasciavo travolgere da questa danza, rimanevo estasiata dal potere di un femminile che dava vita, che creava e condivideva, in uno spazio temporale dove il pranzo domenicale era un momento davvero speciale. Ricordi che scorrono, mentre le mie mani continuano a impastare un composto ribelle. Tra le dita scorre farina, mentre l’acqua aggiunta gradualmente dona un lieve sollievo a movimenti che diventano sempre più ritmici ed efficaci. Ed è così che in quei momenti il femminile delle mie antenate rivive, si nutre e nutre in questo gesto tanto antico ma sempre attuale. E mentre la mia pancia si allinea a tutte le pance di donna che mi hanno generato, godo del fare e del sentire in un istante che dura un’eternità.

E impasto, continuo e accarezzo, trasformo, prendo a pugni, rallento, accellero, mi fermo fino a quando le mani fanno davvero male. Allora Sto, e rivivo altri ricordi, di me bambina curiosa e assetata di segreti, che tempestava di domande, la sua nonna misteriosa. Ho sempre immaginato mia nonna come custode di grandi segreti, segreti di un femminile svelato negli anni, quando i miei sguardi consapevoli hanno preso il posto delle mie trecce. Quando ho scoperto che la durezza dell’impasto è un po’ come la vita. Quando ho ripercorso le tracce segnate delle mie antenate. Quando ho iniziato a scrivere e amare senza remore, un femminile misterioso e magico. Quando ho deciso finalmente di Stare.

Cecilia Gioia

Il papà nei primi giorni.

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Durante la gravidanza al papà è attribuito il ruolo del “fare“, preparare il nido, occuparsi della mamma e dei suoi bisogni e attendere. Con la nascita del bambino può finalmente “sentire“, sintonizzandosi con il suo essere padre e marito. Con la sua presenza costante e silenziosa, sostiene la mamma e il suo bambino in questa nuova avventura, perchè incontri come questi hanno bisogno di rispettoso silenzio e di braccia che avvolgono, perchè consapevoli. Nei primi giorni, dopo la nascita,  il papà diventa un filtro capace di gestire le visite “dovute” soprattutto nei primissimi momenti in clinica o in ospedale. E’ importante che la mamma e il papà si siano confrontati su cosa desiderano subito dopo la nascita, una sorta di “piano postpartum” con annessi desideri di entrambi. Nei PerCorsi di Accompagnamento alla Nascita e alla Genitorialità che conduco, propongo alla coppia di “lavorare” sui bisogni e desideri, perché una buona comunicazione è alla base di una nuova famiglia che nasce. Il papà, che conosce i bisogni della mamma, spiegherà questo bisogno di intimità, legittimandolo e proteggendolo, perché riconosciuto nel suo valore. Inoltre, durante il puerperio, moltissimi genitori ricevono quotidianamente “consigli non richiesti“. Anche in questo caso è funzionale vivere i “commenti” gratuiti come tali, perché se i genitori hanno ricevuto le giuste informazioni durante l’attesa, scelgono poi consapevolmente. L’importante è non subire delle scelte perché consigliate, ma riconoscersi come coppia genitoriale le competenze per poter scegliere.

Perché genitori non si nasce, ma si diventa, giorno per giorno.

Cecilia Gioia

Non sta mai ferma/o… è tranquilla/o solo quando dorme

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Ci sono bambini, in particolare nell’età della scuola dell’infanzia (3-6 anni) instancabili e curiosi a cui spesso è difficile stare dietro. Un bambino estremamente vivace ha tutti i tratti del temperamento amplificati. E’ molto sensibile, energetico, motoriamente espressivo e manifesta la gioia e la rabbia con estrema facilità. Le manifestazioni comportamentali che caratterizzano un bambino vivace non sono solo percepite come eccessive, ma presentano una frequenza e continuità elevata, che condiziona la capacità del genitore di trovare un buon equilibrio fra intervenire troppo e intervenire troppo poco.

Spesso le eccessive stimolazioni derivanti da un numero elevato di attività, le gelosie dovute all’arrivo di un fratellino o di una sorellina, il bisogno fisiologico di muoversi all’aria aperta e la richiesta costante di attenzione possono dare vita ad una serie di manifestazioni comportamentali “incontenibili”. E’ importante, come genitore, comprendere questa serie di comportamenti, come la comunicazione di un bisogno, ricordando di dare valore a tutto questo perché espressione libera e senza filtri del proprio bambino. L’accettazione priva di giudizio pone noi genitori in una posizione di accoglienza rispetto a questa particolare esuberanza espressiva del nostro bambino. Infatti attraverso il loro continuo “sconfinare” i nostri figli esprimono il bisogno di attirare la nostra attenzione e la richiesta di un maggiore contenimento da parte delle figure genitoriali.

Vivere con un bimbo estremamente vivace non è semplice, a causa dell’esuberanza spesso caotica e imprevedibile dei suoi atteggiamenti. Questa suo modo di esprimersi condiziona inevitabilmente i genitori, gli insegnanti e i compagni, ma anche e soprattutto lo sviluppo cognitivo e comportamentale dei bambini stessi. Spesso si crea un vero e proprio condizionamento sul bambino a causa dei feedback negativi che riceve in risposta alla sua espressiva vivacità.

Spesso il genitore vive un senso di frustrazione e inadeguatezza rispetto all’eccessiva vivacità del figlio. La sua difficoltà a contenere e comprendere tale irrequietezza lo spinge, alcune volte, a percepirsi come genitore inefficace trasmettendo al bambino sentimenti di rabbia e impotenza. Tutto questo influenza negativamente la percezione che il bambino ha di sé condizionando lo sviluppo di una sana autostima e senso di efficacia, fondamenta necessarie per crescere. I bambini devono essere incoraggiati a sviluppare il loro potenziale, non etichettati.

Come genitore mi rendo conto delle difficoltà che si incontrano quotidianamente nel vivere con bambini estremamente vivaci. Il primo passo è ascoltarsi per comprendere quali emozioni risveglia in noi il comportamento di mio figlio. L’ascolto delle nostre emozioni come genitori ci permette di riconoscere ed eventualmente esprimere una serie di emozioni, spesso poco piacevoli, che inevitabilmente tendiamo a nascondere.

Il secondo passo è mettersi alla sua stessa altezza, guardandolo negli occhi e parlando con tono di voce dolce e moderato, facendo leva sui punti di forza del nostro bambino, quali l’energia e la sua creatività. Nei momenti di crisi il genitore può fermare il flusso di vivacità attraverso un abbraccio che sospende l’azione e che conquista l’attenzione del bambino. Attraverso un sano contenimento e dei confini ben definiti, il bambino percepisce la presenza del genitore non come giudicante, ma accogliente. La fermezza e la coerenza delle regole fornisce al bambino degli argini in cui sentirsi più sicuro.

E ricordiamo che la vivacità nei nostri bambini è un diritto, e come tale va rispettata e accolta.

Cecilia Gioia

Il passaggio dalla scuola materna alla scuola elementare: le emozioni dei bambini e dei genitori.

primo-giorno-di-scuola-1-1L’ingresso alla scuola elementare coinvolge il bambino e i genitori in un momento estremamente delicato che segna l’abbandono della fase del gioco e un significativo passaggio di autonomia.

Il genitore deve fornire un ambiente rassicurante che permette al bambino di sintonizzarsi ed esprimere le sue emozioni rispetto a questo nuova avventura. Gioia, paura, ansia, curiosità accompagnano questo delicato passaggio e necessitano di essere riconosciute dal bambino e accolte . I genitori possono condividere queste emozioni col bambino, magari raccontando il loro primo giorno di elementari.

Dal punto di vista pratico, i genitori sosteranno il bambino in questa fase di responsabilizzazione e di crescita attraverso piccole azioni funzionali per aiutarlo nei primi giorni. La cura del materiale scolastico (lo zaino, i vestiti), il rispetto degli orari, l’ascolto degli insegnanti stabiliscono una routine che da sicurezza, perchè occasione di confronto e di accudimento, utile per condividere il reciproco vissuto emotivo.

Fare il genitore è un mestiere che si apprende con il tempo e con l’esperienza. Come bismamma e psicoterapeuta che lavora con i genitori non amo parlare di errori, ma di scelte funzionali o meno per quella situazione. Noi genitori siamo competenti, anche se alcune volte lo dimentichiamo. Un buon strumento rispetto a questo delicato passaggio è l’ascolto attivo e partecipe delle emozioni del nostro bambino, che spesso si mescolano alle nostre. Ansia, speranza, fiducia e paura accompagnano i primi giorni di scuola di noi genitori e possono condizionarci in alcune scelte non sempre “utili” ai fini dell’inserimento. Ritagliamo degli spazi e dei tempi per raccontare ai nostri figli il nostro stato d’animo, promuoviamo l’autostima inviando messaggi di fiducia nelle loro capacità, accogliamo le loro paure e difficoltà, sospendiamo il giudizio ed evitiamo soprattutto di dare “buoni consigli” ma promuoviamo in lui strategie di problem solving.

E’ importante ricordare che i bambini non fanno capricci ma utilizzano delle azioni per esprimere il loro disagio. In particolare un bambino che non vuole andare a scuola ci sta raccontando qualcosa di molto importante, basta solo ascoltarlo attivamente sospendendo il giudizio evitando di ricorrere a piccoli ricatti genitoriali. Cosa fare? Richiamiamo a noi una buona dose di pazienza e facciamoci raccontare da lui il suo disagio. Spesso è proprio la paura del distacco o del nuovo che trattiene il bambino, aiutarlo a riconoscere queste emozioni senza sminuirle può essere il primo passo per affrontare questa situazione. La scuola elementare rappresenta un buon banco di prova dove il bambino sperimenta delle interazioni sociali più complesse. Alcune volte possono comparire delle difficoltà relazionali nell’ambiente classe. Se parliamo di un episodio singolo, accogliamo la richiesta del nostro bambino di essere rassicurato. Se gli episodi si ripetono chiediamo alle insegnanti ulteriori informazioni, cercando di risalire ad un eventuale antecedente per comprendere meglio. Non giudichiamo e sminuiamo le sue lacrime, ma proviamo insieme a dargli un senso. Stabiliamo insieme a lui una routine quotidiana, decidendo insieme degli spazi dedicati al gioco. Concordiamo gli orari e le sequenze temporali, mantenendo sempre una coerenza che rassicura. Trasformiamo lo spazio dei compiti come un momento emozionante, un’occasione per stare insieme e condividere nuove scoperte. Accogliamo le sue difficoltà iniziali, ma manteniamo sempre una routine al programma che abbiamo concordato insieme. L’acquisizione di nuove regole è un processo che presenta tempi soggettivi. Molti bambini faticano nei primi periodi a rimanere “dentro” le regole di classe. Concordiamo con l’insegnante delle piccole strategie da proporre anche a casa, cercando di mantenere una coerenza scuola/famiglia. Infatti, la totale condivisione di una regola, ne aiuta l’accettazione.

E allora buona scuola a tutti!

Cecilia Gioia

Gli occhi della madre

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Nasciamo e mentre siamo protagonisti di un miracolo, incontriamo il mondo attraverso gli occhi di nostra madre. Occhi increduli, spesso poco consapevoli dell’immenso che sta per avvenire, oppure amorevoli, presenti e pronti ad accogliere. Altre volte nasciamo e incontriamo occhi evitanti e doloranti. Forse gli occhi di una madre triste. E conosciamo la tristezza.

Altre volte ancora non incontreremo mai quegli occhi e proveremo ad immaginarli e sognarli, masticando storie fantastiche, ricche di minuziosi dettagli scaldacuore.

Perché ognuno di noi nasce, attraverso gli occhi di sua madre. Ed è proprio da questo incontro che imparerà a guardare il mondo, conoscerà la gioia, la tristezza, l’assenza, la presenza consapevole, il rifiuto e l’accoglienza.

Perché gli occhi di nostra madre ci segnano, lasciando tratti indelebili, graffiti primordiali, che svelano inaspettatamente eredità e ricordi.

E intanto cresciamo, all’ombra di quello sguardo.

Uno sguardo che illumina o sbiadisce i contorni della vita. E noi impariamo a guardare così, attraverso quella lente che rispecchia o trasforma, scoprendo luci ed ombre di un mondo da svelare. Ah, quante parole silenziose in quello sguardo! Quanti vuoti e quanti pieni, quante rinascite e quanti addii. E quante immagini custodite da quell’alchemico incontro.

Ricordi di sabbia, che si disperdono in un sospiro.

E che ritornano, ogniqualvolta da adulti, ricerchiamo in quegli stessi occhi la nostra storia.

Perché gli occhi di una madre nutrono e deprivano, ogni giorno. In un assordante silenzio che pesantemente sfiora un Io bambina/o alla continua ricerca di un contatto.

Cecilia Gioia

Quando i pois fanno rumore.

Non voglio guardare.

Forse perché non c’è spazio per queste giovani vite.

E le immagini scorrono veloci, perché non ho tempo. Non voglio tempo.

Difficile soffermarsi su ciò che si fa fatica a contenere.

Del resto, quei colori dei vestitini bagnati, ti si appiccicano addosso, come una seconda pelle.

E ti soffocano i pensieri.

E la coscienza.

Sono piccoli figli, ed è per questo che è giusto dargli piccola attenzione. O sbaglio?

Sono piccole storie, alcune rosa, altre a pois.

Sono piccole mani per contenere grandi sogni che non conosceranno più.

Sono figli di noi.

Del nostro sordo egoismo che anestetizza sentimenti ed emozioni.

Perché siamo tutte madri di pance che brontolano.

Siamo tutte donne che urlano lo strazio di figli che galleggiano senza vita in un mare troppo nero.

Siamo tutte mani che hanno lasciato scivolare vite troppo giovani, abbandonandole in un liquido amniotico che sa di morte.

No, meglio non guardare.

Meglio continuare a vivere la nostra vita, con i suoi ritmi e problemi quotidiani.

In fondo non è la prima strage e non sarà, probabilmente l’ultima.

Ci si abitua, sai?

Anche alle immagini più dure.

Ci si sofferma sui dettagli per evitare l’insieme.

Come quei pois, dal silenzio assordante.

Cecilia Gioia 

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