La negazione e il controllo sul cambiamento.

 

negazione La negazione (differente dal diniego) e il controllo, sono meccanismi di difesa primari perché utilizzati in fasi di vita precoci dal bambino che coinvolgono tutti i livelli di personalità. Non bisogna pensare ad essi come qualcosa di patologico, bensì come adattamenti che ci permettono di autoregolarci e proteggerci da emozioni sgradevoli mantenendo l’autostima. Se alcuni meccanismi sono troppo invasivi, distorcono il nostro modo di vedere e vederci e possono alterare in modo significativo lo stare in relazione.

La negazione è un meccanismo utilizzato spesso per rendere la vita meno sgradevole.  In situazioni di grave crisi o di emergenza, la capacità di negare emotivamente che la propria esistenza è a rischio, ci può effettivamente proteggere o non essere invasi dall’angoscia, permettendoci di gestirla meglio e fare cose che in circostanze diverse non faremo mai. Chi agisce in questo modo impara il meccanismo della negazione sin da quando è piccolo e lo impara talmente bene  da interiorizzarlo e generalizzarlo da adulto.

Il meccanismo successivo alla negazione è quello del controllo, ovvero la necessità di dover influenzare l’ambiente circostante o le relazioni, elemento importante per la nostra autostima e senso di continuità esistenziale. Anche per questo meccanismo, come per tutti gli altri, se diventa “eccessivo”, può diventare invalidante e pericoloso. Chi agisce così sente di avere in pugno la situazione e di poter gestire la sua realtà.

L’accettazione è l’antitesi della negazione e del controllo. E’ la disponibilità a riconoscere la realtà per quello che è, e a permetterle di esistere come è, senza sentire il bisogno di cambiarla.

In una relazione affettiva la negazione di alcuni aspetti non gratificanti può aiutare fino a un certo punto a vedere del buono lì dove non c’è e rendere più leggera la situazione. Robin Norwood in “Donne che amano troppo” ci ricorda la favola de La Bella e la Bestia. Nella bella favola, una ragazza si innamora di un orso-leone dalla voce d’uomo, un essere bruttissimo ma pur capace di affetti. Il significato centrale della favola è l’accettazione, dice la Norwood, reazione opposta a quella di negazione e controllo. L’accettazione consiste nel sapere accettare un individuo così com’è. Quando si vuole cambiare una persona si spera che riuscendo a cambiarla si sarà felici, così facendo però si pone la felicità nella mani di qualcun altro, negando le proprie capacità ed evitando la responsabilità di cambiare in meglio la propria vita. “Allora cosa dobbiamo fare? Niente, dice la Norwood, non dobbiamo fare niente, semplicemente smettere di dirigere e controllare di fare le mamme, le serve, le infermiere. Perché nessuno può controllare nessuno e cambiare nessuno”.Scegliendo  di cambiare se stessi ci si libera del peso di provare a cambiare una persona e ci si libera del senso di colpa se non si riesce a cambiarla. 

Perché “nella vita c’è molta sofferenza, e forse l’unica sofferenza che si può evitare è la sofferenza di cercare di evitare la sofferenza” (R. Laing).

M. Cecilia Gioia

 

Bibliografia.

R. Norwood “Donne che amano troppo”.  Edizioni Feltrinelli.

Quando la psicoterapia finisce.

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E’ un momento unico, denso di vuoti che riempiono e di silenzi che nutrono.

Perché quando una psicoterapia termina, la senti nell’aria e il setting rivela un passaggio evolutivo denso di significanti e significati. Noi psicoterapeuti questo momento lo conosciamo bene perché racconta una storia e una relazione costruita con passione. Perché di una relazione si tratta, di un appuntamento settimanale fatto di attesa, di riflessioni, di approfondimenti e di domande. Ogni Persona che ho accolto nel mio studio è una storia da ascoltare, una relazione da costruire, una fiducia da consolidare attraverso mille prove e mille ascolti. Noi psicoterapeuti siamo così, costruiamo relazioni terapeutiche attraverso l’ascolto attivo, l’empatia e l’accettazione dell’altro come un valore unico e promuoviamo il potere della Persona verso il cambiamento. Tutto questo richiede tempo, passione, consapevolezza e centratura costante del proprio Sè, strumenti che accompagnano quotidianamente il nostro lavoro ricordando a noi stessi il significato di una professione densa di emozioni. Perché quando emerge nella Persona che mi ha scelto un processo di cambiamento, so di aver stabilito con Lei un’alleanza terapeutica che protegge la relazione dalle innumerevoli resistenze che la psicoterapia può far emergere. E’ un percorso complesso e (im)prevedibile la psicoterapia: si può cadere e ci si può rialzare più volte. E ci si può scoprire sorprendentemente forti o incredibilmente fragili, perché è difficile scegliere di percorrere nuove strade. E’ un atto che richiede grande coraggio e FIDUCIA, verso sé stessi, verso il terapeuta scelto e la RELAZIONE.

La relazione che propone, protegge, nutre e accompagna la Persona verso un passaggio progressivo di autonomia evolutivamente sana e sostenibile. Ed è proprio lì che il percorso cambia forma, si consolida e si riempie di silenzi che raccontano una crescita consapevole attraverso una relazione che si prende cura e sostiene nuovi passi.

Galileo Galilei diceva: “Non puoi insegnare qualcosa ad un uomo. Puoi solo aiutarlo a scoprirla dentro di sè”. Ecco, quando si è raggiunto tutto questo, al momento del saluto, io dico sempre alla Persona che mi ha scelto come sua psicoterapeuta: “Abbiamo davvero fatto un buon lavoro, perché abbiamo scelto di farlo insieme”.

M. Cecilia Gioia

 

L’orgoglio come resistenza al cambiamento.

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Il termine orgoglio si riferisce ad un forte senso di autostima e fiducia nelle proprie capacità, unito all’incapacità di ricevere umiliazioni e alla gratificazione conseguente all’affermazione di sé, o di una persona, un evento, un oggetto o un gruppo con cui ci si identifica (Wikipedia).

In poche parole “è avere un’alta opinione di sé senza tener conto degli altri”.

Noi psicologi consideriamo l’orgoglio un’emozione autoriflessiva, non innata, ma che si svilupperebbe nel bambino successivamente attraverso la capacità di autovalutazione dei propri comportamenti rispetto alla famiglia e alla cultura di riferimento.

Alcune teorie considerano l’orgoglio strettamente associato al narcisismo inteso come tratto di personalità che può sostenere un senso di sé e del proprio valore oppure un’insicurezza di base che non tollera la minima critica.

Oltre ad essere riconosciuto come un tratto di personalità, l’orgoglio può anche essere definito un’emozione espressa da chi si sente fiero di sé, del suo lavoro, della sua famiglia.

Alla luce di questo possiamo definire l’orgoglio un sentimento fortemente ambivalente che spesso condiziona nelle relazioni allontanandoci dagli altri e dalla capacità di accogliere gli altrui bisogni.

La persona orgogliosa è poco empatica e scarsamente compassionevole, spesso compete con gli altri, per conquistarsi la posizione gerarchica che desidera dimenticando l’empatia e l’ascolto dell’altro. E costruendo barriere.

Quante volte l’orgoglio ha condizionato la nostra vita “costringendoci” a rimanere su posizioni scarsamente funzionali pur di confermare a noi stessi di essere nel “giusto?”.

Tante, molte volte, deteriorando relazioni o rivelando la vera natura di noi.

Perché è semplice definirci “empatici” nelle situazioni comode, la vera sfida è rimanere coerenti su ciò che predichiamo anche quando la vita non va secondo i nostri piani.

Ed ecco che l’orgoglio si trasforma in una vera e propria resistenza al cambiamento diventando un baluardo difficile da abbattere perché legato alle nostre insicurezze.

Proviamo a pensare all’ultima volta in cui l’orgoglio ci ha abitato e a tutto quello che è derivato dalla sua ingombrante presenza “dentro” di noi. Proviamo a rievocare le sensazioni, spesso spiacevoli, legate alla solitudine di viversi circondati da barriere.  Lasciamo andare l’orgoglio provando ad ascoltarci nei nostri “veri” bisogni, accogliendo consapevolmente il cambiamento, nutrimento necessario per viversi.

Ogni giorno.

Cecilia Gioia

 

La sindrome rancorosa del beneficato.

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L’ingratitudine è un comportamento umano che riflette sentimenti negativi nei confronti del nostro prossimo. Ed è proprio l’ingratitudine e il rancore (il più delle volte covato inconsapevolmente) che coglie chi ha ricevuto un beneficio, visto che tale condizione lo pone in “debito di riconoscenza” nei confronti del suo benefattore. Un beneficio che egli “dovrebbe” riconoscere ma che non riesce ad accettare di aver ricevuto, al punto di arrivare a penalizzare e calunniare il suo benefattore.

Di tutt’altra matrice la gratitudine, l’emozione che ci permette di poter apprezzare la vita nel qui ed ora e di vivere liberamente i doni che l’altro sceglie di donarci. Proviamo a pensare a quante volte pronunciamo la parola “Grazie” nella nostra giornata e se la risposta tarda ad arrivare iniziamo a pensare alla gratitudine come ad una qualità da coltivare quotidianamente per essere felici.

Ma torniamo alla comprensione di questa sindrome non dimenticando il ruolo fondamentale di entrambi i protagonisti di questa dinamica, il beneficiato e il benefattore nell’espressione di questo comportamento. Ed ecco che la domanda: “Che struttura di personalità presentano il benefattore ed il beneficato?“ci permette di andare oltre la superficie comportamentale per scoprire le aspettative e le emozioni legate a questa relazione di reciprocità non sempre espresse e riconosciute.

Esistono in letteratura,  varie tipologie di benefattore come quello:

  • OCCASIONALE
  • INCALLITO
  • PER FEDE O IDEOLOGIA
  • IN OMBRA
  • ILLUSO-DISILLUSO
  • D’AMORE

e varie tipologie di beneficato:

  • INSAZIABILE
  • STITICO
  • DISTRATTO
  • SILENZIOSO
  • TRADITORE
  • D’AMORE

Proviamo a pensare a quale di queste tipologie ci sentiamo di appartenere, cercando di ricordare l’ultimo episodio di vita che ci ha coinvolto in questa dinamica.

E mi rivolgo a te che stai leggendo ora, sei stato più benefattore o beneficato?

Cecilia Gioia

 

Bibliografia:

  • Maria Rita Parsi, Ingrati, ed. Oscar Mondadori

Nella mente di una psicoterapeuta

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Capita di tornare a casa e di portare su di me le storie raccolte in una giornata di ascolto. Perché di ASCOLTO si tratta, di ascolto “dentro”, per fare spazio all’altr* me che incontro in ogni seduta terapeutica.
Questo è il mio lavoro, amato, odiato, sudato, masticato, indossato quasi come una seconda pelle.
Perché un lavoro così ti scava a fondo e ti “costringe” quotidianamente a “stare” anche quando umanamente vorresti andare via.
Croce e delizia di un’arte antica quanto efficace che regala paesaggi mozzafiato di incommensurabile bellezza.
Pensavo che per fare questo lavoro è necessario esercitarsi all’amore verso l’altro. Ogni giorno. Perché non bastano i tecnicismi e i protocolli, perché la differenza la fa il CUORE.
E si sente, mentre la mia poltrona aspetta la PERSONA che verrà.
Strano lavoro quello della psicoterapeuta, misto di scienza e mistero, dove è necessario so-stare a “pori aperti” per assorbire e restituire, un po’ come i polmoni fanno con l’ossigeno.
Assorbire e restituire in un’osmosi psichica che narra emozioni e vita.
Mentre le ore scorrono e le PERSONE scivolano aderendomi addosso, nei capelli, nella mente e soprattutto nel cuore.
A C C O G L I E R E e lasciare andare come atto d’amore verso l’altr* me, diverso e uguale che sceglie in ogni seduta di incontrarci, confermando la sua fiducia.
Che grande dono che riceviamo ogni giorno! Che atto d’amore prende forma in ogni incontro!
Perché ogni seduta terapeutica è un sigillo di stima e di volontà che la PERSONA ci conferma attraverso la sua scelta in un rapporto che si struttura e si consolida seduta dopo seduta. Mentre le storie scorrono e la sintomatologia svanisce perché finalmente svelata.
Capita con alcune PERSONE di iniziare lo “svezzamento” dalla psicoterapia, un momento importante che necessita di cura e attenzione costante, come si fa con i cuccioli di uomo non più lattanti. L’emozione è tanta ma il legame è forte, come la fiducia nelle risorse ri-scoperte. Ed ecco che la psicoterapia si svela in tutta la sua bellezza, rivelando la sua natura più vera, un atto d’amore e di libertà verso chi ha scelto per un periodo di camminare con noi e che adesso, grazie al suo lavoro, non necessita più della nostra presenza.
DISTACCO, gioia, orgoglio, fiducia, speranza, CONSAPEVOLEZZA, saluti, silenzi, SGUARDI, conferme. LEGAMI.
Cosa c’è nella mente di una psicoterapeuta? C’è tutto questo e altro ancora.
C’è gratitudine per un lavoro che toglie e dà l’occasione più grande del genere umano: imparare a fare spazio all’altr* me, accoglierl*, amarl* per poi lasciarl* andare.

Resilienza: questa sconosciuta.

Jennifer Clutterbuck

Jennifer Clutterbuck

Capita, durante il viaggio della vita, di avere delle battute di arresto. Pause, alcune volte forzate che ci “costringono” a sostare su un momento alcune volte scomodo.

Capita poi che facciamo fatica a “stare” e le innumerevoli resistenze che manifestiamo raccontano le nostre difficoltà ad accogliere l’imprevisto. Perché spesso di imprevisti si parla, di pause improvvise, di spazi vuoti di domande, di step che alcune volte trasformiamo in stop.

Piccole e grandi prove per la nostra poco allenata resilienza, eventi che ricamano la nostra vita rendendola squisitamente imprevedibile e avventurosa.

Re·si·lièn·za, capacità di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza alienare la propria identità (Wikipedia).

Ottima definizione, ma come si fa?

Proviamo a chiudere gli occhi e a ricordare uno dei tanti momenti della nostra vita dove abbiamo incontrato un imprevisto. E se abbiamo rievocato l’immagine, proviamo a concentrarci sulle emozioni che abbiamo vissuto in quel momento, a come ci siamo sentiti e ai pensieri associati a quella situazione. Ecco, se provo a ricordare un episodio recente, la mia pancia brontola e le emozioni sono decisamente scomode e rumorose. I miei pensieri, poco positivi, sono legati ad un unico concetto: “Perché è successo proprio a me?” oppure “Cosa significa tutto questo?”. Domande da cui non è possibile sfuggire, dove risulta necessario stare, smettendo di cercare risposte scarsamente esaustive che possano giustificare il momento di difficoltà che si sta attraversando.

Ed ecco che lo step può ripiegarsi in stop oppure trasformarsi in start, attraverso la nostra resilienza. Significa cercare il buono anche in un’esperienza scomoda, provando ad attribuire nuovi significati agli eventi. Significa ripristinare un equilibrio emotivo compromesso dalle avversità, trasformandole in risorse da cui attingere e ripartire.

Allenare la nostra resilienza vuol dire quotidianamente imparare ad accettare il cambiamento accogliendolo come un’opportunità della vita. Vuol dire stabilire relazioni interpersonali sane, basate sull’accettazione dell’altro diverso da me, come esercizio quotidiano di salute psichica.

Significa imparare a porsi obiettivi realistici che aumentano la nostra autostima e nutrono atteggiamenti resilienti. E imparare a cambiare prospettiva, per avere una visione più ampia che permette al nostro Io di respirare pensieri ossigenanti.

In una parola significa prendersi cura di sé, accogliendosi quotidianamente come promessa di amore verso noi stessi.

Basta volerlo, ogni giorno.

E adesso proviamo a ricordarci l’ultima volta in cui ci siamo abbracciati e se il ricordo tarda ad arrivare, poco male. Facciamolo adesso.

Cecilia Gioia

Da mamma a figlia. Da figlia a mamma.

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Non possiamo scegliere nostra madre, non possiamo farlo.

Affermazione dura, quanto reale che sottende un legame in divenire perché frutto di un quotidiano lavoro di conoscenza e accettazione. Perché non scelgo mia madre, ma scelgo di imparare a conoscerla o non conoscerla affatto, idealizzandola.

E’ una relazione profonda quella con nostra madre, la RELAZIONE per eccellenza. Uno scambio amniotico che inizia spesso, inconsapevolmente, e continua, anche dopo la morte.

Ed in quei nove mesi uterini si delinea già un rapporto che proverà ad evolversi nel tempo fatto di sguardi, di mani che sfiorano emozioni, di olfatto ossitocinico, di gusti bianchi di latte e di promesse eterne.

Ricami su una psiche in evoluzione, dove il senso materno spesso si trasforma in una chimera irraggiungibile che frustra animi e aspettative.

Perché anche le nostre madri non ci hanno scelto, pur scegliendo di aprirsi alla vita.

Non hanno potuto scegliere la figlia sognata. Aspettata. Idealizzata.

Ecco perché questo appuntamento al buio necessita di tempo, di silenzioso ascolto, di spazio libero da modelli o pessime imitazioni.

Perchè non ci siamo scelte, ci ha pensato la vita attraverso un legame che supera la genetica e va oltre. Nove mesi di scambi emotivi, nove mesi dove si fa fatica a delineare il tu e l’io, ma è facile perdersi nel NOI.

Un NOI alcune volte ingombrante, fatto di dolorosi distacchi, come quando nasciamo e qualcuno decide di tagliare un canale di trasmissione fisico e nutritivo che proverà, nel corso degli anni, a rigenerarsi, creando cordoni invisibili e scomodi, perché evolutivamente dissonanti.

No, non ci scegliamo affatto.

Ecco perché alcune volte, proviamo a scappare.

Ci allontaniamo giorni, anni mentre le nostre vite scorrono in un noi sbiadito, dai contorni liquidi. Alcune volte poi torniamo. Altre volte invece, è la vita che nuovamente decide per noi.

Non ci scegliamo, ma ci amiamo di un amore eterno, carnale, fatto di sangue e di latte, di vuoto e di pieno, di cuore e di testa, in una costante ambivalenza di un noi che sa di sfida e di promesse.

Non ci conosciamo mai abbastanza ma siamo un NOI.

Comodo, scomodo, irriverente, drammatico, spicciolo, nutriente, debole, sadico, incompreso, fragile, forte, malato, evitante, sicuro, inconsapevolmente solo. Consapevolmente unico.

Cecilia Gioia

Metafore

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-Deve essere dura– diceva nonna Filomena, –molto dura– conferma mia madre- dura e difficile da impastare all’inizio, ma se la lavori bene ti darà grandi soddisfazioni-.

Su queste due raccomandazioni suggerite da un femminile generazionale che ha segnato la mia vita, ho iniziato a impastare farina e acqua. Ho dosato bene, attentamente, mentre ripetevo in me le parole apprese –deve essere dura– mentre un impasto ribelle, spesso difficile da compattare sfuggiva alle mie mani – dura si, un po’ come la vita– ho aggiunto io, mentre movimenti sapienti accarezzavano due elementi che prendono forma.

Farina e acqua, insieme. Il semplice che diventa lavorato, uno stato in polvere e uno liquido che danno vita a un composto compatto e sodo. Una trasformazione sotto le nostre mani che ci ricorda la metafora del nostro Essere. In fondo anche noi spesso ci trasformiamo, cambiamo pelle, ci rigeneriamo e ci ri-diamo vita. E mentre i movimenti ormai naturali scorrono sulla spianatoia, ricordo quando fare la pasta per me era un momento davvero speciale. Le immagini si susseguono in un ritmo ri-conosciuto e la mente rievoca anche i profumi di quei momenti. Mi rivedo bambina, con un grembiule rosso (perché il rosso ha segnato sempre i momenti importanti della mia vita), accanto ad una nonna sapiente quanto misteriosa, perché custode di un femminile segnato. Le sue mani rugose si muovono sapientemente miscelando antiche pozioni mentre l’indefinito prende forma lentamente. E la danza di una donna che impasta si svela, in un ritmo silenzioso ricco di significati. Io da piccola mi lasciavo travolgere da questa danza, rimanevo estasiata dal potere di un femminile che dava vita, che creava e condivideva, in uno spazio temporale dove il pranzo domenicale era un momento davvero speciale. Ricordi che scorrono, mentre le mie mani continuano a impastare un composto ribelle. Tra le dita scorre farina, mentre l’acqua aggiunta gradualmente dona un lieve sollievo a movimenti che diventano sempre più ritmici ed efficaci. Ed è così che in quei momenti il femminile delle mie antenate rivive, si nutre e nutre in questo gesto tanto antico ma sempre attuale. E mentre la mia pancia si allinea a tutte le pance di donna che mi hanno generato, godo del fare e del sentire in un istante che dura un’eternità.

E impasto, continuo e accarezzo, trasformo, prendo a pugni, rallento, accellero, mi fermo fino a quando le mani fanno davvero male. Allora Sto, e rivivo altri ricordi, di me bambina curiosa e assetata di segreti, che tempestava di domande, la sua nonna misteriosa. Ho sempre immaginato mia nonna come custode di grandi segreti, segreti di un femminile svelato negli anni, quando i miei sguardi consapevoli hanno preso il posto delle mie trecce. Quando ho scoperto che la durezza dell’impasto è un po’ come la vita. Quando ho ripercorso le tracce segnate delle mie antenate. Quando ho iniziato a scrivere e amare senza remore, un femminile misterioso e magico. Quando ho deciso finalmente di Stare.

Cecilia Gioia

Gli occhi della madre

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Nasciamo e mentre siamo protagonisti di un miracolo, incontriamo il mondo attraverso gli occhi di nostra madre. Occhi increduli, spesso poco consapevoli dell’immenso che sta per avvenire, oppure amorevoli, presenti e pronti ad accogliere. Altre volte nasciamo e incontriamo occhi evitanti e doloranti. Forse gli occhi di una madre triste. E conosciamo la tristezza.

Altre volte ancora non incontreremo mai quegli occhi e proveremo ad immaginarli e sognarli, masticando storie fantastiche, ricche di minuziosi dettagli scaldacuore.

Perché ognuno di noi nasce, attraverso gli occhi di sua madre. Ed è proprio da questo incontro che imparerà a guardare il mondo, conoscerà la gioia, la tristezza, l’assenza, la presenza consapevole, il rifiuto e l’accoglienza.

Perché gli occhi di nostra madre ci segnano, lasciando tratti indelebili, graffiti primordiali, che svelano inaspettatamente eredità e ricordi.

E intanto cresciamo, all’ombra di quello sguardo.

Uno sguardo che illumina o sbiadisce i contorni della vita. E noi impariamo a guardare così, attraverso quella lente che rispecchia o trasforma, scoprendo luci ed ombre di un mondo da svelare. Ah, quante parole silenziose in quello sguardo! Quanti vuoti e quanti pieni, quante rinascite e quanti addii. E quante immagini custodite da quell’alchemico incontro.

Ricordi di sabbia, che si disperdono in un sospiro.

E che ritornano, ogniqualvolta da adulti, ricerchiamo in quegli stessi occhi la nostra storia.

Perché gli occhi di una madre nutrono e deprivano, ogni giorno. In un assordante silenzio che pesantemente sfiora un Io bambina/o alla continua ricerca di un contatto.

Cecilia Gioia

Quando i pois fanno rumore.

Non voglio guardare.

Forse perché non c’è spazio per queste giovani vite.

E le immagini scorrono veloci, perché non ho tempo. Non voglio tempo.

Difficile soffermarsi su ciò che si fa fatica a contenere.

Del resto, quei colori dei vestitini bagnati, ti si appiccicano addosso, come una seconda pelle.

E ti soffocano i pensieri.

E la coscienza.

Sono piccoli figli, ed è per questo che è giusto dargli piccola attenzione. O sbaglio?

Sono piccole storie, alcune rosa, altre a pois.

Sono piccole mani per contenere grandi sogni che non conosceranno più.

Sono figli di noi.

Del nostro sordo egoismo che anestetizza sentimenti ed emozioni.

Perché siamo tutte madri di pance che brontolano.

Siamo tutte donne che urlano lo strazio di figli che galleggiano senza vita in un mare troppo nero.

Siamo tutte mani che hanno lasciato scivolare vite troppo giovani, abbandonandole in un liquido amniotico che sa di morte.

No, meglio non guardare.

Meglio continuare a vivere la nostra vita, con i suoi ritmi e problemi quotidiani.

In fondo non è la prima strage e non sarà, probabilmente l’ultima.

Ci si abitua, sai?

Anche alle immagini più dure.

Ci si sofferma sui dettagli per evitare l’insieme.

Come quei pois, dal silenzio assordante.

Cecilia Gioia 

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