La comunicazione umana.

Tutti sappiamo che la comunicazione è lo strumento elettivo che permette all’individuo di stabilire e mantenere relazioni con i suoi simili, ma pochi considerano la comunicazione un’ abilità che può essere migliorata, allenata ed eventualmente modificata. Se accettiamo che il comunicare rappresenta non solo “inviare messaggi”, ma anche un’occasione per costruire relazioni efficaci, allora possiamo decidere di lavorare su noi stessi attraverso l’accrescimento e lo sviluppo delle abilità comunicative.

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Nonostante questo bisogno emerga in maniera evidente dai disagi riscontrati nei servizi, tale carenza diventa ancora più significativa in quegli ambiti professionali in cui la relazione, e quindi la comunicazione, occupano uno spazio predominante. Per esempio, un insegnante molto colto, esperto della sua materia, che non sa però comunicare il suo sapere agli studenti, non è in grado di fornire un servizio di “formazione” adeguato. E’ necessario allora la creazione di nuovi strumenti e metodologie per gli operatori i cui ambiti professionali si basano sulla comunicazione interpersonale. Scopo di questo capitolo è di introdurre il lettore al concetto di comunicazione descrivendo gli elementi teorici di base che ne fanno parte, per poi fornire una breve panoramica sulle varie modalità comunicative e le tecniche di riferimento.

 1.1 Il modello lineare della comunicazione

L’atto comunicativo è implicito nella natura umana, fa parte della sua essenza ed è lo strumento che collega i suoi bisogni alla capacità di esprimerli.

Comunic-azione deriva dal latino cum = con e munire = legare, costruire e dal latino communico = mettere in comune, far partecipe e vuol dire letteralmente azione in comune. Nella sua accezione più ampia la comunicazione viene definita come lo scambio di informazioni, idee e di influenzamento reciproco, tra persone o gruppi, in un determinato contesto.  A partire dagli anni Quaranta sono stati sviluppati numerosi modelli per descrivere il processo comunicativo. In particolare, un vero e proprio punto di svolta è costituito dall’opera di due importanti scienziati: Claude Shannon e Warren Weaver (1949). Nei loro scritti, gli autori, forniscono per la prima volta una definizione generale della comunicazione come trasferimento di informazioni mediante segnali da una fonte a un destinatario. L’informazione viene codificata e trasmessa mediante segnali ad un destinatario, che deve decodificarla attribuendo significati a quest’ultimi. Il messaggio ricevuto non è identico a quello inviato, perché vi sono interferenze determinate dal canale, dal rumore e dalla decodifica del ricevente. In particolare, il rumore, un’ interferenze che può danneggiare il segnale, rappresenta un elemento di ostacolo al buon fine del processo comunicativo.

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Figura 1 – Lo schema della comunicazione di Shannon e Weaver (1949)

1.2 La struttura della comunicazione

Grazie alla sua semplicità, lo schema di Shannon e Weaver ha avuto una enorme fortuna nelle varie discipline che si occupano di comunicazione. Tuttavia, in ragione della sua origine “matematica”, esso non permette di rappresentare in maniera esauriente i processi comunicativi in cui sono implicati gli esseri umani. Il suo limite, in particolare, è quello di occuparsi solo della sintattica e non della semantica del messaggio; in altre parole, si preoccupa più che il messaggio arrivi al destinatario che della effettiva comprensione del messaggio stesso. Tenendo conto della complessità della comunicazione umana, ed in particolare della comunicazione linguistica, Roman Jakobson (1966) ha proposto una rielaborazione dello schema comunicativo che ha avuto grande influenza su molti modelli adottati negli studi sulle comunicazioni di massa. L’autore scompone il processo della comunicazione in sei elementi principali:

  • il mittente che opera la codificazione del messaggio, lo trasmette ed è il responsabile della comunicazione;
  • il destinatario, colui che interpreta il messaggio attraverso una operazione di decodificazione;
  • il messaggio che è un’informazione o un quantum di informazioni trasmesse e strutturate secondo regole definite;
  • il codice, ovvero il linguaggio, cioè il sistema di segni con cui il mittente formula il messaggio che invia al destinatario (deve essere comune al mittente e al destinatario);
  • il contatto, il mezzo attraverso il quale il messaggio passa dal mittente al destinatario. Può essere fisico e psicologico e consente di stabilire e mantenere la comunicazione.

Questi passaggi non avrebbero nessun significato se colui che invia il messaggio non valutasse il contesto sociale in cui opera, al fine di trovare un contatto reale, scegliendo il codice comunicativo più idoneo. Ad esempio, per insegnare una melodia ad un gruppo di bambini di circa sei anni bisognerà parlare con un linguaggio a loro comprensibile, mentre nel caso di un gruppo di adulti si sceglierà di utilizzare un canale più adatto ai riceventi della comunicazione.

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Figura 2 – Lo schema della comunicazione di Jakobson (1966)

1.3 La direzione della comunicazione interpersonale

Per una comunicazione veramente efficace è importante saper cogliere il feedback inviato dall’interlocutore sia verbalmente che non. Il feedback è la risposta che si ottiene dopo aver inviato un messaggio e che produce, a sua volta, un altro feedback e così via. Può essere considerato un fattore di controllo della comunicazione, perchè consente di verificare l’effetto che i nostri messaggi producono sull’altro, offrendo notevoli profitti alla relazione tra i due comunicanti. Nonostante la sua importanza, il suo utilizzo non è indispensabile in ogni atto comunicativo; l’attinenza dipende dal tipo di comunicazione che scegliamo di utilizzare. Partendo da questi presupposti ci accorgiamo che la comunicazione può presentare due direzioni, a una via o a due vie.

La comunicazione a una via è caratterizzata da un messaggio molto semplice, un obiettivo chiaro e può essere rivolta ad un numero di riceventi molto alto. La credibilità del messaggio è fortemente influenzata dalla legittimazione del trasmittente e le componenti emotive del messaggio sono trascurate; inoltre il messaggio è efficace soprattutto se si basa su una conferma dell’esperienza passata.

Al contrario, nella comunicazione a due vie il messaggio può essere complesso, l’obiettivo molto chiaro e il tempo a disposizione relativamente ampio. Una caratteristica fondamentale è il numero dei riceventi, che deve essere relativamente basso e la presenza di componenti emotive nel messaggio. Inoltre, tutti gli interessati alla comunicazione sono responsabili della sua organizzazione e del suo successo, soprattutto quando si punta ad una modifica dell’esperienza stessa.

1.4 Funzioni ed obiettivi della comunicazione

A ogni forma di comunicazione, corrispondono varie funzioni ed obiettivi. A seconda dell’obiettivo su cui la comunicazione si basa, essa svolge una funzione prevalente.

  • Funzione strumentale: usare la comunicazione per ottenere qualcosa;
  • Funzione di controllo: prevedere delle sanzioni, in caso di disubbidienza;
  • Funzione informativa: fornire informazioni, spiegazioni;
  • Funzione espressiva: esprimere i propri sentimenti e capire quelli degli altri;
  • Funzione valutativa: valutare gli altri e farsi valutare;
  • Funzione di contatto sociale: instaurare rapporti con estranei;
  • Funzione di alleviamento dell’ansia: comunicare al fine di attenuare la propria ansia;
  • Funzione di stimolo: sollecitare altri ad entrare nel rapporto comunicativo;
  • Funzione di ruolo: inviare messaggi tipici del ruolo che si occupa.

E’ importante sottolineare che queste funzioni non sono mai presenti allo stato puro in un messaggio: infatti, non esiste un messaggio che sia esclusivamente espressivo, o esclusivamente di ruolo. Al contrario, sono presenti tutte le funzioni. Tuttavia in ciascun messaggio si identifica sempre una funzione prevalente rispetto alle altre, ed essa determina il carattere funzionale della comunicazione.

1.5 La comunicazione umana: presupposti teorici

Lo studio della comunicazione umana si realizza all’interno delle seguenti aree d’indagine:

  • lo studio della sintassi, che ha a che fare con la trasmissione dell’informazione, ovvero con la codifica sintattica dei messaggi, dei canali, della capacità, della ridondanza ed altre proprietà statistiche del linguaggio, a prescindere dal loro significato;
  • lo studio della semantica, che si occupa appunto dell’analisi del significato dei simboli che vengono trasmessi da un individuo all’altro nell’interazione comunicativa, presupponendo l’esistenza di convenzioni semantiche che permettono la trasmissione delle informazioni;
  • lo studio della pragmatica, che si basa su due concetti molto semplici: la comunicazione influenza il comportamento e tutto il comportamento è comunicazione. I dati che vengono presi in esame saranno dunque: le parole, le loro configurazioni, i loro significati, tutto il non-verbale concomitante ad esse, il linguaggio del corpo e i segni di comunicazione inerenti al contesto della comunicazione.

Questi tre aspetti fondamentali sono fortemente collegati tra di loro, pur potendo essere studiati e analizzati separatamente.

1.6 Le proprieta’ della comunicazione

Una delle teorie che ha maggiormente influenzato gli studi sulla comunicazione è quella proposta da un gruppo di ricercatori di Palo Alto, Beavin, Jackson e Watzlawick (1971). Quest’ultimo utilizza il termine “comunicazione” per indicare un’unità di comportamento genericamente definita e “messaggio” per indicare una singola unità di comunicazione. Inoltre definisce “l’interazione” come una serie di messaggi scambiati tra persone. «E’ evidente che una volta accettato l’intero comportamento come comunicazione, non ci occuperemo dell’unità del messaggio monofonico, ma di un composto fluido e poliedrico di molti moduli comportamentali – verbali, posturali, contestuali, etc..- che qualificano tutti, il significato di tutti gli altri» (Watzlawick P., 1971). Il risultato più significativo di queste ricerche è stato l’identificazione di alcuni assiomi che ben definiscono le proprietà dell’atto comunicativo. L’autore elenca 5 assiomi principali per spiegare le caratteristiche della comunicazione.

  1. Non si può non comunicare. Qualsiasi comportamento, le parole, così come i silenzi, l’attività o l’inattività hanno tutti valore comunicativo e influenzano gli altri interlocutori che non possono non rispondere a queste comunicazioni. Se definiamo il messaggio come l’insieme di comportamenti messi in atto in una situazione di interazione, ci rendiamo conto che non possiamo sottrarci alla comunicazione. Parlando in termini più generali, tutte le volte che qualcuno cerca di evitare una comunicazione attraverso tentativi di non-comunicare (ad es. il rifiuto o la squalificazione della stessa) finisce per generare un’interazione paradossale. Prendiamo ad esempio due soggetti che siedono in posti adiacenti su un aereo. Non possono spostarsi e non possono non-comunicare. Quali sono le possibili soluzioni a questa condizione?

Si può scegliere di rifiutare la comunicazione, ovvero un passeggero fa capire all’altro che non vuole conversare; oppure si può decidere di accettare la comunicazione e quindi un passeggero cede alla conversazione dell’altro e cominciano a comunicare. Si può squalificare la comunicazione (il passeggero che non voleva comunicare si abbandona ad una sorta di comunicazione inconcludente nel tentativo di invalidare l’atto comunicativo); oppure si può scegliere di utilizzare un sintomo come comunicazione (un passeggero manifesta un sintomo come far finta di dormire, mal di testa, dietro il quale nasconde la propria volontà di non impegnarsi in una comunicazione).

  1. Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e un aspetto di relazione, di modo che il secondo classifica il primo, ed è quindi metacomunicazione (ovvero quando la comunicazione di un soggetto ha per oggetto un’altra comunicazione).

Questo significa che il contenuto di un messaggio va interpretato alla luce della relazione esistente tra i soggetti che interagiscono. Infatti, ogni atto comunicativo non soltanto trasmette informazioni, ma al tempo stesso impone un comportamento: esiste la notizia, il contenuto dell’informazione e il comando che si riferisce al modo in cui deve essere assunto quel preciso messaggio, diverso a seconda della relazione esistente tra le due persone. Watzlawick utilizza l’analogia del calcolatore: per operare, la macchina ha bisogno non solo di dati (informazione), ma anche di dati sui dati, ovvero del codice che dica alla macchina come trattare i dati (metainformazione). Portando l’analogia nel mondo della comunicazione interpersonale, possiamo identificare l’aspetto di notizia del messaggio come comunicazione e l’aspetto di comando come metacomunicazione Nella vita quotidiana spesso diciamo qualcosa verbalmente mentre lo commentiamo in modo non verbale (metacomunicazione). Ad esempio, un individuo che proferisce un’affermazione del tipo: «Fai attenzione» esprime, oltre al contenuto (la volontà che l’ascoltatore compia una determinata azione), anche la relazione che intercorre tra chi comunica e chi è oggetto della comunicazione. Ad esempio se questa affermazione è detta dalla maestra allo studente può essere una richiesta o un ordine, se detta invece da una madre ad un figlio può essere una raccomandazione. Spesso accade che il motivo scatenante di una discussione consista in un disaccordo a livello di relazione (metacomunicazione), mentre la discussione rimane centrata a livello di contenuto. Questa confusione tra l’aspetto di contenuto e quello di relazione scaturisce dalla difficoltà di parlare sulla relazione, e lascia i protagonisti della comunicazione a litigare su aspetti su cui spesso sono già d’accordo (il contenuto), mentre l’aspetto relazionale resta fuori. Il disaccordo permette di identificare questi livelli che sono strettamente legati e non modificabili; qualsiasi variazione sull’uno influenza irrimediabilmente anche l’altro. Per la pragmatica della comunicazione, il disaccordo a livello di metacomunicazione è più importante, per le sue implicazioni, di quello a livello di contenuto.

  1. La natura di una relazione dipende dalla punteggiatura delle sequenze di comunicazione tra i comunicanti.

Ciò significa che i nostri scambi comunicativi non sono casuali ma sono legati da una sequenza ininterrotta, organizzati proprio come se seguissero una punteggiatura. Osservando la conversazione tra due comunicanti, si può identificare la sequenza di chi parla e di chi risponde, si può definire ciò che è la causa di un comportamento e ciò che è l’effetto. La scuola sistemico-relazionale di Palo Alto, sostiene che all’interno della comunicazione il feedback riveste un’enorme importanza, poiché il processo di comunicazione non va più inteso come un processo unidirezionale e lineare, (per cui l’emittente A invia un messaggio al ricevente B, e B risponde indipendentemente dal segnale ricevuto) bensì come una funzione ricorsiva, in cui il segnale inviato da A influenza in maniera determinante la risposta di B ed il nuovo segnale inviato da B, a sua volta, condiziona la risposta di A e così all’infinito.

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Figura 3- Il feedback nella comunicazione.

Per quanto riguarda le manifestazioni patologiche collegate alla distorsione di questo concetto, i problemi insorgono, quando si presentano delle discrepanze relative alla punteggiatura (ovvero delle visioni diverse della realtà), determinate dal fatto che i protagonisti della comunicazione non possiedono lo stesso grado d’informazione senza tuttavia saperlo o che, dalla stessa informazione, traggano conclusioni diverse; in questi casi si creano una sorta di malintesi che inevitabilmente portano a circoli viziosi che incidono pesantemente sulla natura della relazione. L’unica maniera per risolvere questo tipo di situazione è fare sì che i comunicanti riescano ad uscire da una visione univoca della realtà e accettino la possibilità che l’altro possa interpretare quest’ultima in maniera differente; in una parola, è necessario che i comunicanti riescano a metacomunicare.

4.Gli esseri umani comunicano sia con il modulo numerico che con quello analogico.

In altre parole se ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e uno di relazione, il primo sarà trasmesso essenzialmente con un modulo numerico e il secondo attraverso un modulo analogico. Il linguaggio numerico corrisponde alle parole e segni arbitrari dovuti ad una convenzione sul significato ad esse attribuito. Comprende una sintassi logica complessa estremamente efficace ed è lo strumento privilegiato per trasmettere dei contenuti; manca però di una serie di significati importanti per il settore della relazione. Il linguaggio analogico si esprime attraverso la comunicazione non verbale che serve soprattutto a trasmettere gli aspetti che riguardano la relazione tra i partecipanti. L’attività di comunicare comporta quindi la capacità di coniugare questi due linguaggi. Possiamo commettere errori nel processo di traduzione dal modulo analogico a quello numerico (e viceversa). E’ importante sottolineare che tutti i messaggi analogici sono proposte di relazione: spetta poi a noi attribuire il corretto significato (ovvero il significato inteso dall’emittente) positivo o negativo alle suddette proposte.

5. Tutti gli scambi di comunicazione sono simmetrici o complementari, a seconda che siano basati sull’uguaglianza o sulla differenza.

L’interazione simmetrica è basata sull’uguaglianza ed è caratterizzata da un piano di partenza paritario dove il comportamento di un membro tende a rispecchiare quello dell’altro. La relazione complementare è invece caratterizzata dalla differenza di posizione (superiore e inferiore) assunta dalle persone tra le quali avviene lo scambio comunicativo; i diversi comportamenti dei partecipanti si richiamano e si riforzano a vicenda, dando vita ad una relazione di interdipendenza in cui i rispettivi ruoli sono stati accettati da entrambi (ad es. le relazioni madre-figlio, medico-paziente, insegnante-studente). Possiamo definire una relazione equilibrata quando simmetria e complementarietà si alternano. Quando invece si irrigidisce una delle due modalità, si producono fallimenti comunicativi difficili da recuperare. Tra le potenziali patologie dell’interazione simmetrica e complementare distinguiamo l’escalation simmetrica e la complementarietà rigida. La prima è caratterizzata da uno stato di guerra più o meno aperta all’interno della quale i due comunicanti tentano di avere l’ultima parola sul contenuto della comunicazione, rifiutandosi reciprocamente e rivendicando il diritto di definire la relazione. Le patologie possibili nelle relazioni complementari equivalgono ad una negazione e ad un non riconoscimento dell’altro come emittente del messaggio.

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Tratto da Gioia M.C. “La comunicazione”. In “Formazione ed educazione. Esclusione o democrazia?” Burza V. (a cura di), Cosenza: Periferia, 2008 pp. 151-166.

Bibliografia

  1. Jacobson R., Saggi di linguistica generale, Feltrinelli, Milano, 1966.
  2. Watzlawick, P., Beavin, J.H., Jackson, D.D. (1967), Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, Roma, 1971
  3. Shannon, C.E. e Weaver, W., The Mathematical Theory of Communication, University of Illinois Press, Urbana 1949
  4. Hall Edward T. The Hidden Dimension. New York: Doubleday & Co 1966.
  5. Nichols M. P. L’arte perduta di ascoltare. Verona, Positive Press 1997.
  6. Scilligo P.. Io e tu: ascoltare, rispondere e cambiare (vol. II). Roma: IFREP. 1999.
  7. Mauri A. e Tinti C. Formare alla comunicazione. Edizioni Erickson 2006.

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L’orgoglio come resistenza al cambiamento.

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Il termine orgoglio si riferisce ad un forte senso di autostima e fiducia nelle proprie capacità, unito all’incapacità di ricevere umiliazioni e alla gratificazione conseguente all’affermazione di sé, o di una persona, un evento, un oggetto o un gruppo con cui ci si identifica (Wikipedia).

In poche parole “è avere un’alta opinione di sé senza tener conto degli altri”.

Noi psicologi consideriamo l’orgoglio un’emozione autoriflessiva, non innata, ma che si svilupperebbe nel bambino successivamente attraverso la capacità di autovalutazione dei propri comportamenti rispetto alla famiglia e alla cultura di riferimento.

Alcune teorie considerano l’orgoglio strettamente associato al narcisismo inteso come tratto di personalità che può sostenere un senso di sé e del proprio valore oppure un’insicurezza di base che non tollera la minima critica.

Oltre ad essere riconosciuto come un tratto di personalità, l’orgoglio può anche essere definito un’emozione espressa da chi si sente fiero di sé, del suo lavoro, della sua famiglia.

Alla luce di questo possiamo definire l’orgoglio un sentimento fortemente ambivalente che spesso condiziona nelle relazioni allontanandoci dagli altri e dalla capacità di accogliere gli altrui bisogni.

La persona orgogliosa è poco empatica e scarsamente compassionevole, spesso compete con gli altri, per conquistarsi la posizione gerarchica che desidera dimenticando l’empatia e l’ascolto dell’altro. E costruendo barriere.

Quante volte l’orgoglio ha condizionato la nostra vita “costringendoci” a rimanere su posizioni scarsamente funzionali pur di confermare a noi stessi di essere nel “giusto?”.

Tante, molte volte, deteriorando relazioni o rivelando la vera natura di noi.

Perché è semplice definirci “empatici” nelle situazioni comode, la vera sfida è rimanere coerenti su ciò che predichiamo anche quando la vita non va secondo i nostri piani.

Ed ecco che l’orgoglio si trasforma in una vera e propria resistenza al cambiamento diventando un baluardo difficile da abbattere perché legato alle nostre insicurezze.

Proviamo a pensare all’ultima volta in cui l’orgoglio ci ha abitato e a tutto quello che è derivato dalla sua ingombrante presenza “dentro” di noi. Proviamo a rievocare le sensazioni, spesso spiacevoli, legate alla solitudine di viversi circondati da barriere.  Lasciamo andare l’orgoglio provando ad ascoltarci nei nostri “veri” bisogni, accogliendo consapevolmente il cambiamento, nutrimento necessario per viversi.

Ogni giorno.

Cecilia Gioia

 

La sindrome rancorosa del beneficato.

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L’ingratitudine è un comportamento umano che riflette sentimenti negativi nei confronti del nostro prossimo. Ed è proprio l’ingratitudine e il rancore (il più delle volte covato inconsapevolmente) che coglie chi ha ricevuto un beneficio, visto che tale condizione lo pone in “debito di riconoscenza” nei confronti del suo benefattore. Un beneficio che egli “dovrebbe” riconoscere ma che non riesce ad accettare di aver ricevuto, al punto di arrivare a penalizzare e calunniare il suo benefattore.

Di tutt’altra matrice la gratitudine, l’emozione che ci permette di poter apprezzare la vita nel qui ed ora e di vivere liberamente i doni che l’altro sceglie di donarci. Proviamo a pensare a quante volte pronunciamo la parola “Grazie” nella nostra giornata e se la risposta tarda ad arrivare iniziamo a pensare alla gratitudine come ad una qualità da coltivare quotidianamente per essere felici.

Ma torniamo alla comprensione di questa sindrome non dimenticando il ruolo fondamentale di entrambi i protagonisti di questa dinamica, il beneficiato e il benefattore nell’espressione di questo comportamento. Ed ecco che la domanda: “Che struttura di personalità presentano il benefattore ed il beneficato?“ci permette di andare oltre la superficie comportamentale per scoprire le aspettative e le emozioni legate a questa relazione di reciprocità non sempre espresse e riconosciute.

Esistono in letteratura,  varie tipologie di benefattore come quello:

  • OCCASIONALE
  • INCALLITO
  • PER FEDE O IDEOLOGIA
  • IN OMBRA
  • ILLUSO-DISILLUSO
  • D’AMORE

e varie tipologie di beneficato:

  • INSAZIABILE
  • STITICO
  • DISTRATTO
  • SILENZIOSO
  • TRADITORE
  • D’AMORE

Proviamo a pensare a quale di queste tipologie ci sentiamo di appartenere, cercando di ricordare l’ultimo episodio di vita che ci ha coinvolto in questa dinamica.

E mi rivolgo a te che stai leggendo ora, sei stato più benefattore o beneficato?

Cecilia Gioia

 

Bibliografia:

  • Maria Rita Parsi, Ingrati, ed. Oscar Mondadori

Resilienza: questa sconosciuta.

Jennifer Clutterbuck

Jennifer Clutterbuck

Capita, durante il viaggio della vita, di avere delle battute di arresto. Pause, alcune volte forzate che ci “costringono” a sostare su un momento alcune volte scomodo.

Capita poi che facciamo fatica a “stare” e le innumerevoli resistenze che manifestiamo raccontano le nostre difficoltà ad accogliere l’imprevisto. Perché spesso di imprevisti si parla, di pause improvvise, di spazi vuoti di domande, di step che alcune volte trasformiamo in stop.

Piccole e grandi prove per la nostra poco allenata resilienza, eventi che ricamano la nostra vita rendendola squisitamente imprevedibile e avventurosa.

Re·si·lièn·za, capacità di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza alienare la propria identità (Wikipedia).

Ottima definizione, ma come si fa?

Proviamo a chiudere gli occhi e a ricordare uno dei tanti momenti della nostra vita dove abbiamo incontrato un imprevisto. E se abbiamo rievocato l’immagine, proviamo a concentrarci sulle emozioni che abbiamo vissuto in quel momento, a come ci siamo sentiti e ai pensieri associati a quella situazione. Ecco, se provo a ricordare un episodio recente, la mia pancia brontola e le emozioni sono decisamente scomode e rumorose. I miei pensieri, poco positivi, sono legati ad un unico concetto: “Perché è successo proprio a me?” oppure “Cosa significa tutto questo?”. Domande da cui non è possibile sfuggire, dove risulta necessario stare, smettendo di cercare risposte scarsamente esaustive che possano giustificare il momento di difficoltà che si sta attraversando.

Ed ecco che lo step può ripiegarsi in stop oppure trasformarsi in start, attraverso la nostra resilienza. Significa cercare il buono anche in un’esperienza scomoda, provando ad attribuire nuovi significati agli eventi. Significa ripristinare un equilibrio emotivo compromesso dalle avversità, trasformandole in risorse da cui attingere e ripartire.

Allenare la nostra resilienza vuol dire quotidianamente imparare ad accettare il cambiamento accogliendolo come un’opportunità della vita. Vuol dire stabilire relazioni interpersonali sane, basate sull’accettazione dell’altro diverso da me, come esercizio quotidiano di salute psichica.

Significa imparare a porsi obiettivi realistici che aumentano la nostra autostima e nutrono atteggiamenti resilienti. E imparare a cambiare prospettiva, per avere una visione più ampia che permette al nostro Io di respirare pensieri ossigenanti.

In una parola significa prendersi cura di sé, accogliendosi quotidianamente come promessa di amore verso noi stessi.

Basta volerlo, ogni giorno.

E adesso proviamo a ricordarci l’ultima volta in cui ci siamo abbracciati e se il ricordo tarda ad arrivare, poco male. Facciamolo adesso.

Cecilia Gioia

Quando hai deciso di cambiare davvero?

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Cam-bia-mén-to, parola complessa, distrattamente ripetuta e scarsamente interiorizzata, in un quotidiano denso di promesse e di piccole e grandi delusioni che  accompagnano il nostro vivere.

Proviamo insieme a ricordare l’ultima volta che abbiamo pronunciato la fatidica frase :“Basta, questa volta voglio cambiare davvero!” tentando di rievocare il ricordo che ha accompagnato questa promessa. E mentre proviamo a rievocare, scorrono immagini in cui il pensiero non è stato seguito dall’azione, bensì da una fase limbica e stagnante dove diventa scomodo so-stare in attesa di un cambiamento concreto. Cambiamento che avviene davvero quando scelgo consapevolmente di intraprendere un percorso di psicoterapia. Scelta complessa, impegnativa, che rivela una scintilla primordiale di cambiamento nel momento in cui decido di prendermi cura di alcuni aspetti di me, chiedendo aiuto. Perché cambiare è un processo dinamico che consiste nell’acquisire progressivamente consapevolezza di me stesso, sperimentando nuove strategie per superare delle difficoltà attraverso nuove scelte.

Chiedere aiuto ad uno psicoterapeuta significa darsi l’opportunità di incontrare i propri limiti, riconoscerli per sollecitare in noi stessi le risorse necessarie per attivare il cambiamento. Significa imparare a “stare” nelle innumerevoli contraddizioni che ci appartengono e che spesso non riusciamo a decodificare chiaramente.

Secondo la psicoterapia cognitivo-comportamentale ognuno di noi costruisce la propria idea di realtà e di mondo attraverso la costruzione di schemi mentali che sono alla base poi del modo con cui interpretiamo il mondo. Secondo questo modello esiste una stretta relazione tra pensieri, emozioni e comportamenti e che le difficoltà emotive con cui si manifesta il sintomo siano influenzate dai nostri pensieri e dalle nostre azioni. Poiché tutto ciò che noi viviamo è apprendimento, noi costruiamo la nostra realtà interna a a partire dalle esperienze che facciamo dal preconcepimento in poi.

In questa prospettiva anche il disagio psicologico, è conseguenza dell’apprendimento di schemi comportamentali, emotivi e di pensieri errati, derivanti dall’interpretazione disfunzionale dell’esperienza di vita della persona. Questo significa che la psicopatologia è la conseguenza della costruzione di convinzioni cognitive non adeguate da cui derivano comportamenti non funzionali ed emozioni dolorose, che influenzano notevolmente la qualità della vita.

L’organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce la salute come “stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia”. Quando si parla di salute quindi non si può non avere in mente anche la salute mentale.

Con l’espressione “salute mentale” si fa riferimento ad uno stato di benessere emotivo e psicologico nel quale la persona è in grado di sfruttare le sue capacità cognitive o emozionali, esercitare la propria funzione all’interno della società, rispondere alle esigenze quotidiane della vita di ogni giorno, stabilire relazioni soddisfacenti e mature con gli altri, partecipare costruttivamente ai mutamenti dell’ambiente, adattarsi alle condizioni esterne e ai conflitti interni.

Ed è proprio in un’ottica di salutogenesi che il processo di cambiamento in psicoterapia ben si inserisce nella vita della persona promuovendo nuove risorse e strategie adattive che migliorano la capacità di relazione con se stessi e di azione nel mondo. La poesia di Portia Nelson descrive perfettamente il processo di cambiamento che avviene attraverso il percorso della psicoterapia: dal senso di impotenza data dall’idea di non avere scelta, alla consapevolezza che nuove opzioni sono possibili e alla possibilità di concretizzarle.

Cecilia Gioia

Autobiografia in 5 brevi capitoli
di Portia Nelson

I
Cammino per la strada.
C’è una profonda buca nel marciapiede.
Ci cado.
Sono persa.
Sono impotente.
Non è colpa mia.
Ci vorrà un’eternità per trovare come uscirne.

II
Cammino per la stessa strada.
C’è una profonda buca nel marciapiede.
Fingo di non vederla.
Ci ricado.
Non riesco a credere di essere nello stesso posto.
Non è colpa mia.
Ci vuole ancora molto tempo per uscirne.

III
Cammino per la strada.
C’è una profonda buca nel marciapiede.
Vedo che c’è.
Ci cado ancora… è un’abitudine.
I miei occhi sono aperti.
So dove sono.
E’ colpa mia.
Ne esco immediatamente.

IV
Cammino per la strada.
C’è una profonda buca nel marciapiede.
La aggiro.

V
Cammino per un’altra strada.

Non sta mai ferma/o… è tranquilla/o solo quando dorme

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Ci sono bambini, in particolare nell’età della scuola dell’infanzia (3-6 anni) instancabili e curiosi a cui spesso è difficile stare dietro. Un bambino estremamente vivace ha tutti i tratti del temperamento amplificati. E’ molto sensibile, energetico, motoriamente espressivo e manifesta la gioia e la rabbia con estrema facilità. Le manifestazioni comportamentali che caratterizzano un bambino vivace non sono solo percepite come eccessive, ma presentano una frequenza e continuità elevata, che condiziona la capacità del genitore di trovare un buon equilibrio fra intervenire troppo e intervenire troppo poco.

Spesso le eccessive stimolazioni derivanti da un numero elevato di attività, le gelosie dovute all’arrivo di un fratellino o di una sorellina, il bisogno fisiologico di muoversi all’aria aperta e la richiesta costante di attenzione possono dare vita ad una serie di manifestazioni comportamentali “incontenibili”. E’ importante, come genitore, comprendere questa serie di comportamenti, come la comunicazione di un bisogno, ricordando di dare valore a tutto questo perché espressione libera e senza filtri del proprio bambino. L’accettazione priva di giudizio pone noi genitori in una posizione di accoglienza rispetto a questa particolare esuberanza espressiva del nostro bambino. Infatti attraverso il loro continuo “sconfinare” i nostri figli esprimono il bisogno di attirare la nostra attenzione e la richiesta di un maggiore contenimento da parte delle figure genitoriali.

Vivere con un bimbo estremamente vivace non è semplice, a causa dell’esuberanza spesso caotica e imprevedibile dei suoi atteggiamenti. Questa suo modo di esprimersi condiziona inevitabilmente i genitori, gli insegnanti e i compagni, ma anche e soprattutto lo sviluppo cognitivo e comportamentale dei bambini stessi. Spesso si crea un vero e proprio condizionamento sul bambino a causa dei feedback negativi che riceve in risposta alla sua espressiva vivacità.

Spesso il genitore vive un senso di frustrazione e inadeguatezza rispetto all’eccessiva vivacità del figlio. La sua difficoltà a contenere e comprendere tale irrequietezza lo spinge, alcune volte, a percepirsi come genitore inefficace trasmettendo al bambino sentimenti di rabbia e impotenza. Tutto questo influenza negativamente la percezione che il bambino ha di sé condizionando lo sviluppo di una sana autostima e senso di efficacia, fondamenta necessarie per crescere. I bambini devono essere incoraggiati a sviluppare il loro potenziale, non etichettati.

Come genitore mi rendo conto delle difficoltà che si incontrano quotidianamente nel vivere con bambini estremamente vivaci. Il primo passo è ascoltarsi per comprendere quali emozioni risveglia in noi il comportamento di mio figlio. L’ascolto delle nostre emozioni come genitori ci permette di riconoscere ed eventualmente esprimere una serie di emozioni, spesso poco piacevoli, che inevitabilmente tendiamo a nascondere.

Il secondo passo è mettersi alla sua stessa altezza, guardandolo negli occhi e parlando con tono di voce dolce e moderato, facendo leva sui punti di forza del nostro bambino, quali l’energia e la sua creatività. Nei momenti di crisi il genitore può fermare il flusso di vivacità attraverso un abbraccio che sospende l’azione e che conquista l’attenzione del bambino. Attraverso un sano contenimento e dei confini ben definiti, il bambino percepisce la presenza del genitore non come giudicante, ma accogliente. La fermezza e la coerenza delle regole fornisce al bambino degli argini in cui sentirsi più sicuro.

E ricordiamo che la vivacità nei nostri bambini è un diritto, e come tale va rispettata e accolta.

Cecilia Gioia

Il passaggio dalla scuola materna alla scuola elementare: le emozioni dei bambini e dei genitori.

primo-giorno-di-scuola-1-1L’ingresso alla scuola elementare coinvolge il bambino e i genitori in un momento estremamente delicato che segna l’abbandono della fase del gioco e un significativo passaggio di autonomia.

Il genitore deve fornire un ambiente rassicurante che permette al bambino di sintonizzarsi ed esprimere le sue emozioni rispetto a questo nuova avventura. Gioia, paura, ansia, curiosità accompagnano questo delicato passaggio e necessitano di essere riconosciute dal bambino e accolte . I genitori possono condividere queste emozioni col bambino, magari raccontando il loro primo giorno di elementari.

Dal punto di vista pratico, i genitori sosteranno il bambino in questa fase di responsabilizzazione e di crescita attraverso piccole azioni funzionali per aiutarlo nei primi giorni. La cura del materiale scolastico (lo zaino, i vestiti), il rispetto degli orari, l’ascolto degli insegnanti stabiliscono una routine che da sicurezza, perchè occasione di confronto e di accudimento, utile per condividere il reciproco vissuto emotivo.

Fare il genitore è un mestiere che si apprende con il tempo e con l’esperienza. Come bismamma e psicoterapeuta che lavora con i genitori non amo parlare di errori, ma di scelte funzionali o meno per quella situazione. Noi genitori siamo competenti, anche se alcune volte lo dimentichiamo. Un buon strumento rispetto a questo delicato passaggio è l’ascolto attivo e partecipe delle emozioni del nostro bambino, che spesso si mescolano alle nostre. Ansia, speranza, fiducia e paura accompagnano i primi giorni di scuola di noi genitori e possono condizionarci in alcune scelte non sempre “utili” ai fini dell’inserimento. Ritagliamo degli spazi e dei tempi per raccontare ai nostri figli il nostro stato d’animo, promuoviamo l’autostima inviando messaggi di fiducia nelle loro capacità, accogliamo le loro paure e difficoltà, sospendiamo il giudizio ed evitiamo soprattutto di dare “buoni consigli” ma promuoviamo in lui strategie di problem solving.

E’ importante ricordare che i bambini non fanno capricci ma utilizzano delle azioni per esprimere il loro disagio. In particolare un bambino che non vuole andare a scuola ci sta raccontando qualcosa di molto importante, basta solo ascoltarlo attivamente sospendendo il giudizio evitando di ricorrere a piccoli ricatti genitoriali. Cosa fare? Richiamiamo a noi una buona dose di pazienza e facciamoci raccontare da lui il suo disagio. Spesso è proprio la paura del distacco o del nuovo che trattiene il bambino, aiutarlo a riconoscere queste emozioni senza sminuirle può essere il primo passo per affrontare questa situazione. La scuola elementare rappresenta un buon banco di prova dove il bambino sperimenta delle interazioni sociali più complesse. Alcune volte possono comparire delle difficoltà relazionali nell’ambiente classe. Se parliamo di un episodio singolo, accogliamo la richiesta del nostro bambino di essere rassicurato. Se gli episodi si ripetono chiediamo alle insegnanti ulteriori informazioni, cercando di risalire ad un eventuale antecedente per comprendere meglio. Non giudichiamo e sminuiamo le sue lacrime, ma proviamo insieme a dargli un senso. Stabiliamo insieme a lui una routine quotidiana, decidendo insieme degli spazi dedicati al gioco. Concordiamo gli orari e le sequenze temporali, mantenendo sempre una coerenza che rassicura. Trasformiamo lo spazio dei compiti come un momento emozionante, un’occasione per stare insieme e condividere nuove scoperte. Accogliamo le sue difficoltà iniziali, ma manteniamo sempre una routine al programma che abbiamo concordato insieme. L’acquisizione di nuove regole è un processo che presenta tempi soggettivi. Molti bambini faticano nei primi periodi a rimanere “dentro” le regole di classe. Concordiamo con l’insegnante delle piccole strategie da proporre anche a casa, cercando di mantenere una coerenza scuola/famiglia. Infatti, la totale condivisione di una regola, ne aiuta l’accettazione.

E allora buona scuola a tutti!

Cecilia Gioia

Chi è l’ALTRO?

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Mi chiedo quanto sia complesso accogliere l’altro.

E’ un pensiero che accompagna spesso le mie riflessioni quotidiane “costringendomi” a sostare e “sentire” il brontolio rumoroso delle mie emozioni di pancia che risuonano ricordandomi quanto lavoro “voglio” fare per imparare a fare spazio all’altro.

Si, perché l’esercizio quotidiano non basta, c’è bisogno di una consapevolezza costante dei propri limiti e difficoltà, accogliendo anche piccole e grandi delusioni che la vita ci dona impreziosendo il nostro cammino.

Ecco, alcune volte si fa davvero fatica ad accogliere.

Forse perché l’altro ci ricorda aspetti di noi che ci fanno sentire scomodi, o forse perché ha deluso le nostre aspettative, o semplicemente perché non abbiamo spazio.

Lo spazio, elemento necessario per accogliere incondizionatamente, ascoltando i rumorosi silenzi che il conTatto con l’altro ci regala.

Lo spazio come luogo per so-stare, per rispecchiare sfumature di emozioni e di bisogni.

Lo spazio per amare chi è diverso da noi, e chi non vuole essere amato.

Che viaggio complesso e affascinante è la relazione con l’altro!

Che occasione di crescita e di messa in discussione quotidiana ci regala la continua ricerca di un linguaggio comune e accogliente!

Che dono incredibile è la vita, anche quando non si presenta a noi come vorremmo.

E soprattutto che mondo distratto!

Continuiamo a cercare in una frenetica corsa contro il tempo le risoluzioni a tutti i nostri problemi, quando in realtà siamo noi stessi le nostre risposte e l’incontro con l’altro diventa poi un’occasione per rivelarci e scoprirci. Competenti.

E i disturbi d’ansia, la distimia che ci attanaglia, il tono dell’umore spesso basso, la continua ciclotimia che ci rende sempre più vulnerabili lascia il posto alla consapevolezza piena di ESSERE nel mondo come protagonista, non come spettatore.

E l’altro, anche quello così diverso da me, diventa risorsa inesauribile di conoscenza e di vita PIENA. E lo spazio magicamente accoglie e sostiene l’incontro con l’Altro ME, nutrendosi di differenze e scoprendo nuovi bisogni.

Iniziamo oggi, proviamo a fare spazio.

Cecilia Gioia 

Hai il diritto di manifestare il tuo comportamento, i tuoi pensieri e le tue emozioni…

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Diciamo che quando si parla di diritti, mi sento decisamente “comoda”, e poi il mondo femminile è la mia casa e ci sto bene;  allora inizio questo viaggio, curiosa e impaziente, condividendo il primo diritto, per noi donne e mamme:

1. Hai il diritto di manifestare il tuo comportamento, i tuoi pensieri e le tue emozioni, e di assumerti la responsabilità di realizzarli, accettandone le conseguenze.

Finalmente l’ho scritto, lo rileggo, lo riconosco, sorrido, ma….cosa risuona in me, in noi e nelle nostre pance?

Iniziamo da un primo livello, il riconoscimento dei nostri comportamenti, dei nostri pensieri e delle nostre emozioni, attraverso un “genuino” ascolto, un momento in cui sospendere il giudizio e la doverizzazione, per sintonizzarci su noi stesse.

Ma quando è stata l’ultima volta che lo abbiamo fatto? Quando ci siamo soffermate su di noi, eliminando ogni rumore interferente per ascoltare quella voce, spesso poco percettibile, ma presente?

Domanda semplice, a cui spesso facciamo fatica a rispondere, ma vi e mi invito a chiedercelo, in questo viaggio nel nostro cuore e nella nostra pancia.

Un secondo livello che emerge in questo diritto è la capacità di comunicare i nostri comportamenti, i nostri pensieri e le nostre emozioni, con una libertà espressiva nutriente e individuale, scegliendo tra i molteplici strumenti comunicativi che legittimano il “sentirsi” in maniera consapevole.

Ma noi, donne e mamme che leggiamo questi pensieri, quanto comunichiamo? O meglio, quanto la nostra comunicazione è fluida e quanto alterata o inibita da filtri ansiosi interferenti? Caspita, mentre scrivo risuonano in me mille episodi della mia vita, in cui non mi sono riconosciuta il diritto di comunicare liberamente, e devo dire che questi ricordi mi fanno sentire decisamente “scomoda”.

E proprio questa considerazione mi permette di introdurre un nuovo livello di riflessione, la consapevolezza dei nostri diritti, come base solida su cui costruire il rispetto per noi stesse e per gli altri.

Lavorare con le donne e le mamme è un dono di un valore inestimabile, una ricchezza inesauribile che si genera da ogni incontro, dove le emozioni hanno un ruolo centrale nelle relazioni che si instaurano attraverso sguardi e con-tatti di storie e vissuti.

Ed è proprio la molteplicità di questi incontri che sottolinea la difficoltà in noi donne di accogliere questo “sentirci” consapevoli dei nostri diritti. E’ di fondamentale importanza riconoscerli, e attraverso il principio di reciprocità,  ri-conoscere gli stessi diritti nell’altro, attribuendo a noi stesse un ruolo attivo e gratificante nella relazione.

Capite bene che fare questo consapevolmente, scegliendo e scegliendosi, è quanto di più efficace possa esistere per stabilire relazioni interpersonali “solide” e “di rispetto”, e allora perché non farlo?

Il quarto livello si caratterizza attraverso la disponibilità ad apprezzare noi stesse e gli altri.

Questo implica una buona autostima e la capacità di valorizzare gli aspetti positivi dell’esperienza attraverso una visione funzionale e costruttiva del proprio ruolo in famiglia, nel lavoro e nella società.

Bene, soffermiamoci un attimo, facciamo un bel respiro e proviamo a ricordare l’ultima volta in cui abbiamo abbracciato noi stesse regalandoci un ”brava, sono orgogliosa di me; e se questo ricordo fatica ad arrivare, poco male, iniziamo da oggi a “nutrirci” di autostima, una prescrizione che fa bene e – udite udite – non presenta controindicazioni.

L’ultimo livello è relativo alla capacità di mantenere un’immagine positiva di noi stesse,  stabilendo un rapporto di fiducia e di sicurezza personale.  Come donne e mamme, iniziare a percepirci come buone risolutrici di problemi non è poi così difficile. Ogni giorno ci confrontiamo con piccoli conflitti interni e difficoltà, e le nostre strategie  spesso si rivelano utili per fronteggiare una quotidianità non sempre semplice.

Ed ecco, che anche in questo caso, gratificarsi con un semplice “brava” o consolarsi con un “poco male, andrà meglio la prossima volta”, diventa un metodo strategicamente nutriente per viversi.

In fondo basta poco per mantenere il nostro “ambiente interno” accogliente, quindi proviamo a dedicare meno attenzioni alla nostra casa “esterna” e tante coccole e ascolto a quella” interna”, perché la scoperta di noi stesse non sia più percepita come un obbligo, ma come una fisiologica necessità.

Cecilia Gioia

tratto da: www.bambinonaturale.it

L’AutoMutuoAiuto: un mistero che profuma di PRESENZA.

H. Matisse -La danza-  Tra lunedì e martedì ho salutato, prima delle vacanze, i tre gruppi di automutuoaiuto che ho il privilegio di facilitare.

Tre gruppi diversi, con storie completamente differenti ma con un obiettivo comune: imparare la PRESENZA e la GIUSTA DISTANZA.

Impresa alquanto ardua, ma si sa, a me le sfide piacciono soprattutto se permettono di esplorarsi rispettando tempi e spazi squisitamente soggettivi, per trasformare tutto questo in risorse da cui attingere.

Gruppi diversi, contenitori e contenuti di emozioni e storie, luoghi in cui è facile sostare, dopo una lunga traversata che è la vita.

I gruppi di automutuoaiuto sono questo ed altro ancora.

Sono opportunità.

E sono fieri del loro nome. Un nome condiviso e scelto, dopo essersi incontrati. Perché ogni incontro è una scelta, un fare spazio nell’accoglienza dell’altro me, adottando la giusta distanza e promuovendo il ConTatto attraverso l’Ascolto.

Ed io come facilitatrice non posso fare altro che raccogliere briciole di estrema bellezza che profumano di relazione e di rispetto.

Nomi che raccontano scelte dense di significati, nomi che aprono un mondo spesso sconosciuto perché poco ascoltato, cuori che si aprono in un’ottica di sorellanza e fratellanza.

Parole in Contatto: gruppo di genitori per il sostegno del lutto perinatale

Il gomitolo rosso: gruppo di donne per l’endometriosi

Le ragazze del cerchio: donne operate di tumore al seno

sono tre realtà meravigliose presenti nella mia città.

Sono un’opportunità, energia allo stato puro che ogni componente rinforza quotidianamente, trasformando lacrime in accoglienza, imparando ogni giorno il dono del silenzio; e  scoprendo risorse individuali e di gruppo, migliorando la percezione di sè come “capace” di prendersi cura di sé stesso e del gruppo, in un’ottica di valorizzazione e di fiducia.

E l’IO si trasforma in NOI, in un processo di cambiamento che fa bene. Davvero.

Cecilia Gioia