Noi genitori e il tempo dei perché.

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Alla fine tocca veramente a tutti i genitori vivere il “famoso” e “temibile” tempo dei perché. Periodo di non facile gestione che manifesta il suo esordio verso i tre anni e termina intorno ai quattro, cinque (sei per quelli più resistenti) e che sottopone gli incauti genitori in voli pindarici e fantasiosi per rispondere alla serie interminabile di domande a cui è veramente difficile sottrarsi. Ma è anche un periodo di grandi scoperte e curiosità, dove il cervello del nostro bambino, avido di risposte cerca di nutrire la sua sete di conoscenza del mondo e della realtà che lo circonda attraverso un canale di trasmissione di informazione semplice, ma efficace, tipo “Perché devo mangiare la verdura? Perché la neve è fredda? Perché devo andare all’asilo?”, e potrei continuare all’infinito.

Come affrontare questo periodo?

Il primo passo è accogliere le sue domande con risposte brevi, trasformando questa fase, magari attraverso il gioco, in un momento di apprendimento divertente e funzionale. Utile è sintonizzarsi con i nostri ricordi da bambini mentre raccoglievamo domande per comprendere meglio la realtà, un esercizio semplice che ci permette di “mettere le scarpe” di nostro figlio. E’ un periodo unico ed irripetibile che pone le basi sulla fiducia che il bambino attribuisce alle informazioni fornite da mamma e papà, figure affidabili e competenti per soddisfare la sua sete di curiosità.

Il secondo passo è fornire risposte concrete, mai bugie o informazioni dette a metà. Come genitori possiamo legittimarci un sano “non lo so” e proporre al nostro bambino un tempo da dedicare alla scoperta dell’ennesimo quesito. Ogni genitore troverà le sue strategie per soddisfare la fisiologica sete di conoscenza, basta fare un bel respiro e che il famigerato tempo dei perché abbia inizio!.

Buon lavoro.

Cecilia Gioia 

tratto da www.lenuovemamme.it 

Esiste il genitore perfetto?

Osservo sempre più curiosa i mille modi di essere genitore e mi accorgo che non esiste una regola che va bene per tutte, ma mille innumerevoli sfumature che compongono la genitorialità.
Osservando l’interazione con il proprio bambino ci si accorge del tipo di relazione instaurata e il tipo di accudimento stabilito. E anche in questo caso non esiste il miglior modo possibile, ma tanti modi per prendersi cura del proprio figlio.
In particolare oggi ascoltando due giovani neogenitori, desiderosi di raccontarsi nei piccoli progressi dei loro bimbi, delle prime pappe e tanti piccoli traguardi da raggiungere, notavo la percezione squisitamente soggettiva che ognuno di loro aveva rispetto alle situazioni elencate.

Quale di queste percezioni è la più corretta? Tutte o nessuna, perché ognuna portatrice di una suo essere mamma o papà, di una sua storia, di un suo stile di attaccamento acquisito con la propria figura di accudimento e l’elenco potrebbe continuare per ore.

E alla domanda “Esiste il genitore perfetto?” mi piace rispondere, rimanendo nel qui ed ora, suggerendo di soffermarci sulle differenze individuali, per trasformarle in risorse per crescere, godendo del confronto nutriente. E soprattutto, smettendola di giudicare il nostro essere mamme e papà. I nostri figli sono un dono inestimabile, iniziamo a “sentirci” anche noi un dono per loro, attraverso l’accettazione delle nostre imperfette differenze e vulnerabilità.
In poche parole accogliamoci, per poter accogliere.

Cecilia Gioia

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Che coss’è l’amor?

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E mentre la canticchio con voce scarsamente sensuale e salgo sulla rumorosa giostra dei pensieri, provo (ancora una volta) a rispondere a questa domanda universale.

Che coss’è l’amor?

E’ un sussurro di vento,

uno spazio non spazio

sottratto dal tempo.

Un sorriso rubato

ed impresso nel cuore,

uno sguardo che vale

più di mille parole.

E’ sfiorarsi per sempre,

è fermarsi mai,

dedicarsi momenti,

raccontarsi anche i guai.

E’ baciarsi con gli occhi,

soffermarsi nel cuore,

dare adito ai sogni

e alle intense parole.

E’ lasciarsi, bruciarsi,

toccarsi nei sogni,

è convivere dentro

uno spazio importante,

un racconto di vita,

un mistero, un dolore,

che raccoglie e rivela

una storia d’amore.

E’ un figlio che russa,

è una pancia che accoglie,

un progetto di attesa

di un miracolo grande.

E’ un’attesa interrotta

che distrugge il cuore,

lo seziona rendendolo

di mille colori.

E’ un rumore dell’anima,

è un rumore di pancia,

che si svela e racconta

si risveglia e risalda.

E’ odiarsi di giorno,

è amarsi di notte,

mentre il buio raccoglie

dei vasi un po’ rotti.

E’ uno squarcio

in un cielo,

è un sorriso d’amore,

quando i gesti rivelano

più di mille parole.

E’ un tepore in inverno,

mentre fuori c’è il gelo,

ti ricorda che in fondo

si sta bene anche in cielo.

E’ una sfida importante,

una sfida d’amore,

ti sostiene nei sogni

e ti riempie di sale.

E’ un addio imprevisto,

un abbraccio mancato,

è donare a se stessi

il ricordo che è stato.

E’ una nota stonata

che ti dona la vita,

è sorridersi dentro,

nell’infinito.

E’ amore, rumore,

è questione di cuore,

o di ormoni o neuroni,

o di niente.

O emozioni.

Dopo tutti questi anni,

ancora no so

rispondere semplice

a che coss’è l’amor.

Cecilia Gioia

A l’amore, fatto di piccole e grandi (in)certezze.

Chi è l’ALTRO?

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Mi chiedo quanto sia complesso accogliere l’altro.

E’ un pensiero che accompagna spesso le mie riflessioni quotidiane “costringendomi” a sostare e “sentire” il brontolio rumoroso delle mie emozioni di pancia che risuonano ricordandomi quanto lavoro “voglio” fare per imparare a fare spazio all’altro.

Si, perché l’esercizio quotidiano non basta, c’è bisogno di una consapevolezza costante dei propri limiti e difficoltà, accogliendo anche piccole e grandi delusioni che la vita ci dona impreziosendo il nostro cammino.

Ecco, alcune volte si fa davvero fatica ad accogliere.

Forse perché l’altro ci ricorda aspetti di noi che ci fanno sentire scomodi, o forse perché ha deluso le nostre aspettative, o semplicemente perché non abbiamo spazio.

Lo spazio, elemento necessario per accogliere incondizionatamente, ascoltando i rumorosi silenzi che il conTatto con l’altro ci regala.

Lo spazio come luogo per so-stare, per rispecchiare sfumature di emozioni e di bisogni.

Lo spazio per amare chi è diverso da noi, e chi non vuole essere amato.

Che viaggio complesso e affascinante è la relazione con l’altro!

Che occasione di crescita e di messa in discussione quotidiana ci regala la continua ricerca di un linguaggio comune e accogliente!

Che dono incredibile è la vita, anche quando non si presenta a noi come vorremmo.

E soprattutto che mondo distratto!

Continuiamo a cercare in una frenetica corsa contro il tempo le risoluzioni a tutti i nostri problemi, quando in realtà siamo noi stessi le nostre risposte e l’incontro con l’altro diventa poi un’occasione per rivelarci e scoprirci. Competenti.

E i disturbi d’ansia, la distimia che ci attanaglia, il tono dell’umore spesso basso, la continua ciclotimia che ci rende sempre più vulnerabili lascia il posto alla consapevolezza piena di ESSERE nel mondo come protagonista, non come spettatore.

E l’altro, anche quello così diverso da me, diventa risorsa inesauribile di conoscenza e di vita PIENA. E lo spazio magicamente accoglie e sostiene l’incontro con l’Altro ME, nutrendosi di differenze e scoprendo nuovi bisogni.

Iniziamo oggi, proviamo a fare spazio.

Cecilia Gioia 

La vita è davvero una torta?

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Oggi mi sveglio molto presto, devo preparare una piccola torta al profumo di figlia.
Lo so, sono ancora assonnata, ma doso bene gli ingredienti, osservo sapientemente i tempi e inforno.
E mentre l’aria calda gonfia alchimie conosciute, preparo la bagna di kumquat, sorrido alla crema allo yogurt greco, mentre assaporo mentalmente i vari profumi.
Ho sonno però, vorrei ritornare a letto, ma voglio farlo e continuo.
Continuo senza fare i conti con un impasto capriccioso che gonfia, straborda e anarchicamente si sgonfia, lasciandomi incredula a questa scena tragicomica, ma emotivamente toccante.
La mia torta al profumo di figlia si sgonfia miseramente in un forno attonito e inconsapevole.
Mi sento smarrita.
Ripenso velocemente all’interno del mio frigo, povero di uova o altri ingredienti necessari.
Ed ora?
Attimi o minuti scorrono ed io rispolvero la mia sana amica resilienza.
Riprendo il pan di spagna, lo osservo, lo interrogo, lo recupero e riabilito.
Preparo la crema allo yogurt, ops, mi manca la panna, e adesso?
Adesso strizzo fogli di gelatina e inglobo, aromatizzo e spero.
Spero che la mia torta al profumo di figlia sia buona lo stesso, spero che nuovi ingredienti e nuove forme si mescolino e armonizzano sapori inaspettati.
Spero che la mia resilienza stia sempre con me e non mi abbandoni mai.
Spero che la mia vita sia un po’ come la torta di stamattina, ricca di sorprese e di nuove e improbabili soluzioni.
Perché la vita, si sa, anche quando non sembra, profuma di buono.
Cecilia Gioia

Hai il diritto di manifestare il tuo comportamento, i tuoi pensieri e le tue emozioni…

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Diciamo che quando si parla di diritti, mi sento decisamente “comoda”, e poi il mondo femminile è la mia casa e ci sto bene;  allora inizio questo viaggio, curiosa e impaziente, condividendo il primo diritto, per noi donne e mamme:

1. Hai il diritto di manifestare il tuo comportamento, i tuoi pensieri e le tue emozioni, e di assumerti la responsabilità di realizzarli, accettandone le conseguenze.

Finalmente l’ho scritto, lo rileggo, lo riconosco, sorrido, ma….cosa risuona in me, in noi e nelle nostre pance?

Iniziamo da un primo livello, il riconoscimento dei nostri comportamenti, dei nostri pensieri e delle nostre emozioni, attraverso un “genuino” ascolto, un momento in cui sospendere il giudizio e la doverizzazione, per sintonizzarci su noi stesse.

Ma quando è stata l’ultima volta che lo abbiamo fatto? Quando ci siamo soffermate su di noi, eliminando ogni rumore interferente per ascoltare quella voce, spesso poco percettibile, ma presente?

Domanda semplice, a cui spesso facciamo fatica a rispondere, ma vi e mi invito a chiedercelo, in questo viaggio nel nostro cuore e nella nostra pancia.

Un secondo livello che emerge in questo diritto è la capacità di comunicare i nostri comportamenti, i nostri pensieri e le nostre emozioni, con una libertà espressiva nutriente e individuale, scegliendo tra i molteplici strumenti comunicativi che legittimano il “sentirsi” in maniera consapevole.

Ma noi, donne e mamme che leggiamo questi pensieri, quanto comunichiamo? O meglio, quanto la nostra comunicazione è fluida e quanto alterata o inibita da filtri ansiosi interferenti? Caspita, mentre scrivo risuonano in me mille episodi della mia vita, in cui non mi sono riconosciuta il diritto di comunicare liberamente, e devo dire che questi ricordi mi fanno sentire decisamente “scomoda”.

E proprio questa considerazione mi permette di introdurre un nuovo livello di riflessione, la consapevolezza dei nostri diritti, come base solida su cui costruire il rispetto per noi stesse e per gli altri.

Lavorare con le donne e le mamme è un dono di un valore inestimabile, una ricchezza inesauribile che si genera da ogni incontro, dove le emozioni hanno un ruolo centrale nelle relazioni che si instaurano attraverso sguardi e con-tatti di storie e vissuti.

Ed è proprio la molteplicità di questi incontri che sottolinea la difficoltà in noi donne di accogliere questo “sentirci” consapevoli dei nostri diritti. E’ di fondamentale importanza riconoscerli, e attraverso il principio di reciprocità,  ri-conoscere gli stessi diritti nell’altro, attribuendo a noi stesse un ruolo attivo e gratificante nella relazione.

Capite bene che fare questo consapevolmente, scegliendo e scegliendosi, è quanto di più efficace possa esistere per stabilire relazioni interpersonali “solide” e “di rispetto”, e allora perché non farlo?

Il quarto livello si caratterizza attraverso la disponibilità ad apprezzare noi stesse e gli altri.

Questo implica una buona autostima e la capacità di valorizzare gli aspetti positivi dell’esperienza attraverso una visione funzionale e costruttiva del proprio ruolo in famiglia, nel lavoro e nella società.

Bene, soffermiamoci un attimo, facciamo un bel respiro e proviamo a ricordare l’ultima volta in cui abbiamo abbracciato noi stesse regalandoci un ”brava, sono orgogliosa di me; e se questo ricordo fatica ad arrivare, poco male, iniziamo da oggi a “nutrirci” di autostima, una prescrizione che fa bene e – udite udite – non presenta controindicazioni.

L’ultimo livello è relativo alla capacità di mantenere un’immagine positiva di noi stesse,  stabilendo un rapporto di fiducia e di sicurezza personale.  Come donne e mamme, iniziare a percepirci come buone risolutrici di problemi non è poi così difficile. Ogni giorno ci confrontiamo con piccoli conflitti interni e difficoltà, e le nostre strategie  spesso si rivelano utili per fronteggiare una quotidianità non sempre semplice.

Ed ecco, che anche in questo caso, gratificarsi con un semplice “brava” o consolarsi con un “poco male, andrà meglio la prossima volta”, diventa un metodo strategicamente nutriente per viversi.

In fondo basta poco per mantenere il nostro “ambiente interno” accogliente, quindi proviamo a dedicare meno attenzioni alla nostra casa “esterna” e tante coccole e ascolto a quella” interna”, perché la scoperta di noi stesse non sia più percepita come un obbligo, ma come una fisiologica necessità.

Cecilia Gioia

tratto da: www.bambinonaturale.it

Hai il diritto di commettere errori, essendo la/il responsabile di te stessa/o.

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Il passaggio alla genitorialità è costellato spesso da una ricerca quasi “bulimica” di informazioni, teorie e testi “saggi” che provano, in minima a parte, a saziare questa nostra immensa sete di conoscenza, di certezze e di buone regole del “perfetto genitore”.

In fondo, genitori non si nasce ma si diventa, e spesso questa trasformazione fisiologica non coincide in maniera sincrona con l’aspetto squisitamente psicologico ed emozionale. Ed ecco che i tanto temuti pensieri di disvalore prendono forma, minando un assetto psichico ricco di emozioni contrastanti e di stimoli, non sempre facili da digerire.

Noi donne e mamme queste emozioni le conosciamo bene, perché spesso accompagnano il nostro rientro a casa dopo il parto. E mentre il nostro corpo ha il “diritto” di vivere dei tempi fisiologici per ri-prendersi, al nostro meraviglioso mondo interiore è richiesto un surplus di energie, che spesso faticano a manifestarsi. Ed è proprio questa dissonanza che insinua il primo dubbio: “Ce la farò?

Ma ecco che. tra una poppata e un sonnellino rubato, tornano alla memoria le innumerevoli informazioni ingurgitate durante l’attesa mentre proviamo a rievocare le varie regole e “competenze acquisite”. “Bene – ci ripetiamo con consapevole incertezza- ho letto tutto, dal primo all’ultimo dispensatore di teorie, ho gli strumenti per farcela e sicuramente ce la farò”.

L’idea di un fallimento, seppur in sottofondo, si annulla magicamente, grazie a una serie di autori e grossi nomi che assicurano con assoluta certezza cosa bisogna “fare” per diventare un “perfetto genitore”. Ed ecco che il “Fare” prepotentemente occupa il posto del “Sentire”, e le regole e le teorie si trasformano nel nostro pane quotidiano, spesso masticato, ma ahimè, poco digerito.
Si continua così, leggendo e con-dividendo saperi poco esperiti, fino a quando e finalmente (dico io) commettiamo il primo e tanto temuto errore genitoriale, e tutte le certezze lasciano il posto ad una generalizzazione catastrofica e funesta del nostro essere genitori “imperfetti”.

Ed ecco che il 5° diritto entra prepotentemente nella nostra vita ricordando a noi stesse/i che: Hai il diritto di commettere errori, essendo la/il responsabile di te stessa/o.
Possibilità meravigliosa questa, quanto difficile da digerire, in fondo accettarsi con le nostre speciali imperfezioni, umane competenze e in-competenze è un percorso non semplice ma necessario, per vivere il nostro essere genitori come un dono speciale, e non una corsa a ostacoli disseminata dei tanto temuti “errori”.

Nessuna/o di noi è perfetta/o e la possibilità di commettere errori rientra in quel meraviglioso corredo genetico e comportamentale che ci rende squisitamente umane/i.

Ricordiamo a noi stesse/i il valore di viverci come apprendisti genitori e il ruolo stesso dell’apprendimento come un cambiamento relativamente permanente che risulta prodotto dall’esperienza [1].

Cosa risuona in noi tutto questo? Guardare ai nostri sbagli, accogliendoli come un’occasione per migliorare, crea terreno fertile per approvare un pensiero nutriente quale: “Noi non siamo i nostri errori, siamo altro” e la consapevolezza di essere “altro”, ci sostiene ogniqualvolta diventa necessario rialzarsi per ri-cominciare.
Ognuna/o di noi commette errori e riconoscersi questo diritto equivale ad ammettere a se stesse/i quanto sia irrazionale pensare di non sbagliare mai. Siamo individui consapevolmente imperfetti.Concediamoci il diritto di sbagliare, rimanendo “presenti” ai nostri sbagli, senza mai mettere in dubbio il nostro immenso valore.

Cecilia Gioia

1. http://it.wikipedia.org/wiki/Apprendimento

tratto da: http://www.bambinonaturale.it

Non ci pensare.

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Chissà quante volte ce lo siamo sentite/i dire, quasi come un ignaro intercalare che si insinua e che si posiziona in frasi spesso abbandonate in superficie.

Non ci pensare, fidati” ha poi un non so che di paradossale, una raccomandazione che agisce su di me rinforzando negativamente un mio pensiero già abbondantemente presente.

E allora ci penso, eccome se ci penso. Penso che non è facile lasciare andare i propri pensieri.

Penso che se ricevo questa frase, probabilmente sono stata ascoltata poco, in superficie; sfiorata solo da un ascolto distratto e melanconico, poco aperto all’accoglienza dei miei pensieri rumorosi e un po’ invadenti.

E penso a quanto è difficile fare spazio ai propri e altrui pensieri, soprattutto quelli più spigolosi.

Io per esempio da un po’ di giorni ho un pensiero predominante e impudente. Uno di quei pensieri che non ti molla, che riflette le tue giornate con prospettive dissonanti, ingombrando il mio qui ed ora.

Un pensiero scomodo, anche sfacciato perché nutrito da una mia resistenze all’accoglienza.

Lo so, dovrei abbracciarlo, magari camminare un po’ insieme a lui, raccontarmi e attraverso l’ascolto, provare a comprenderlo, ma faccio fatica e lo evito.

E lui puntualmente torna, punzecchia il mio equilibrio, risveglia vecchi ritmi, decreta nuovi inizi.

Quasi decide, eccome se decide. Ed io….

E allora mi arrendo, 

mi faccio attraversare, 

non posso fronteggiarlo 

e non voglio stare male.

Lo guardo negli occhi,

un po’ arrabbiata, 

vorrei detestarlo 

ma sono bloccata.

In fondo lo so, 

non è colpa sua,

del resto l’eterno

non spetta a lui.

E quindi preparo

valigie e ricordi,

raccolgo conchiglie,

ascolti e bisogni.

Ritorno, ritorno

al mio lavoro,

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riprendo il mio suono.

Di ritmi veloci,

di ritmi incalzanti

ma anche di pause 

e rigeneranti silenzi.

E quindi

pensiero

che da giorni 

mi assilli,

ammetto sei scomodo,

e porti scompiglio.

Ma due settimane

di ferie, si sa,

non posson durare

un’eternità.

Cecilia Gioia

Dedicata al mio ultimo giorno di ferie. Oggi.

Quando le mamme non hanno voce.

tristezza-puerperio_o_su_horizontal_fixed   Spesso le mamme parlano, raccontano, spiegano, consigliano ma la loro voce è un inno silenzioso.

E quando timidamente tentano di alzare il loro tono, spesso quella voce si trasforma in un segnale ovattato che si disperde, in un immenso spazio che non accoglie e dimentica. Alcune volte chi vive accanto a loro, non ha orecchie per ascoltare o fatica a comprendere quell’universo di suoni, rappresentato dal sordo rumore dei loro pensieri.

In fondo basta poco per udirle, basta provare a “sentirsi dentro” in uno scambio di emozioni e di bisogni spesso poco espressi perché poco riconosciuti e ascoltati.

Basta poco, e spesso, troppo spesso questa possibilità di incontro si dimenticata, perché soffocata dagli innumerevoli “fare” e poco dal nutriente “sentire”, mentre tutto scorre in un silenzio rumoroso che segna. Ecco perché quando finalmente le mamme gustano la magia dei loro pensieri, splendida melodia della vita, non smettono più di raccontarsi e raccontare al mondo, quanto è meraviglioso ri-scoprire il suono della propria voce.

Il loro cuore, come cassa armonica, risuona dei mille colori dell’anima e finalmente il mondo scopre un sorriso.

Cecilia Gioia

tratto da: http://www.lenuovemamme.it

L’inaspettata leggerezza della vita.

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Un disegno spesso incomprensibile, un po’ amorfo, che delinea le nostre scelte e racconta la nostra storia.

Una storia fatta di incontri, di relazioni, di scambi osmotici di emozioni e di vita da vivere, fino in fondo.

Credo davvero che ogni incontro che facciamo con l’Altro Me non sia casuale, ma frutto di reazioni alchemiche e misteriose che si svelano gradualmente ai nostri occhi e al nostro cuore.

Perché l’incontro con l’Altro è un’opportunità, anche quando la nostra pancia brontola e ci sentiamo piuttosto scomodi. A me capita, alcune volte e devo dire, sempre meno, di non godere completamente della conoscenza dell’Altro Me, ovvero di non vivere tutto questo come una risorsa. Succede infatti di percepirmi “in difesa“, e questo non mi piace. Allora mi fermo, respiro e chiedo a me stessa cosa mi risuona dell’altro che non mi fa sentire “comoda“. E la risposta non tarda mai ad arrivare, permettendomi di vivere il “qui ed ora” come un’occasione di conoscenza personale e di relazione.

E quindi ricomincio.

Cerco, annuso, scopro, brontolo, conosco, mi incuriosisco, respiro e riprovo, ogni giorno.

E soprattutto raccolgo storie fatte di sguardi e di parole.

Per noi psicoterapeuti la parola ha un valore inestimabile e va celebrata ogni giorno, imparando ad ascoltarla, in ogni sua, seppur velata, sfumatura.

Oggi, 13 agosto 2015, io voglio celebrare la parola, meraviglioso veicolo di emozioni e di silenzi, che rigenera quotidianamente la relazione con l’Altro Me. Voglio ricordare a me stessa il significato profondo dell’ascolto e l’armonia che si svela ad ogni incontro.

Perché la parola suggella relazioni affettive, amicali, sociali, terapeutiche, disegnando legami impregnati di emozioni.

Ho scoperto, negli anni, di nutrirmi, inconsapevolmente, della parola.

Ne ho gustato il sapore, la sua sapidità e l’inaspettata dolcezza.

Mi sono persa nei mille incontri con l’Altro Me, godendo dei toni e delle intensità di ogni singolo verbo.

E ho conosciuto l’inaspettata leggerezza della vita, perché ho imparato ad (af)fidarmi.

Ho scoperto il dono della fiducia in me stessa e nelle mie sensazioni, provando quotidianamente a “sentirmi” attraverso le parole e imparando a gioire dell’incontro con l’Altro; lo considero un dono davvero speciale, mentre assaggio curiosa, anche oggi, le sue parole.

Cecilia Gioia