La voce delle donne

La conosco io, la voce di noi donne.

Ho impar5964726F-56DA-11ato a ri-conoscerla negli anni, percorrendo una via del femminile, lunga e misteriosa.

Perché la voce delle donne, quando impari a riconoscerla, ti entra dentro.

Fino all’ultima cellula del tuo corpo e dei tuoi ricordi.

Perché l’urlo straziante di una madre che saluta la sua bimba volata in cielo troppo presto, mi percuote dentro e mi risveglia la voce di altre mamme che ho accompagnato nel corso degli anni. E trasforma il mio corpo in una cassa di risonanza che contiene suoni e parole lente, dense di significati che aderiscono sulla pelle e non ti lasciano più.

Riconosco poi la voce delle donne tristi, che si raccontano quasi sfiorandosi, per non farsi male. Conosco i contenuti, i sensi di colpa, le paure, le debolezze, i dubbi, la rabbia e l’incertezza di un oggi vissuto a fatica.

Riecheggiano in me le voci della donne in rinascita. Inizialmente fatte di sussurri, si trasformano in consapevolezze attraverso un tono fiero e deciso, che riconosce i suoi bisogni e autorizza i desideri.

Conosco e amo, le voci sorridenti di noi donne, la nostra risata che accarezza l’anima e fa vibrare ogni singola corda del mio Io che adora perdersi nella bellezza di un sorriso femminile e complice, perché sa.

Contemplo e celebro la voce silenziosa di noi donne, la nostra abilità di stare anche nelle situazioni scomode e respingenti, e trasformarle. Perché la nostra voce è un mistero quotidiano, un’alchimia che si svela quotidianamente a chi ha deciso di sostare e ascoltare con occhi e con il cuore, emozioni liquide di un femminile che si racconta. E con passione ama, senza fermarsi mai.

Cecilia Gioia 

Io so ascoltare (?)

foto dal webDa 15 anni esercito strategicamente un ascolto “altro”.

E in questi anni di training (in)consapevole, le modalità di ascoltare “dentro” hanno subito varie trasformazioni, grazie all’esercizio di confronto con l’altro me, ogni giorno.

E le varie tecniche apprese, studiate, masticate e digerite hanno accompagnato questi 15 anni di lavoro su me stessa e sulle mie spesso (in)consapevoli barriere.

Si, perché ascoltare l’altro significa ascoltare ogni singola espressione della nostra psiche, spesso silenziosamente rumorosa.

Significa aver imparato a fare spazio alle innumerevoli variazioni che la vita ci riserva.

Significa saper stare anche quando il bisogno primario è quello di scappare dalle piccole e grandi consapevolezze che l’ascolto interiore inevitabilmente ci svela, ogni giorno.

Significa accettarsi, accogliersi, respirarsi, donarsi e amarsi in ogni singola cellula di noi.

Oggi per me ascoltare l’altro significa saper stare in silenzio. E non parlo solo dell’assenza della comunicazione verbale, bensì di un silenzio interiore che accoglie e fa spazio anche a contenuti dolorosi e spesso faticosamente accettabili.

Perché il silenzio è morbido, è ricco di pieghe di respiri, di (im)percettibili sfumature, di infinite braccia accoglienti e di sospensioni di giudizio.

E sa cogliere la densità delle emozioni, come una tela bianca permette a l’altro di dipingersi narrando paesaggi di sé.

Perché sa osservare e osservarsi, in un’osmosi nutriente di scambi interiori che rivelano la grande bellezza spesso sottovalutata, dell’altro e di noi stessi.

Oggi più che mai, voglio ringraziare il dono del silenzio.

Oggi più di ieri, voglio celebrarlo come luogo sacro, ricco di significanti e significati. E di opportunità.

Perché so che il silenzio che quotidianamente esercito nell’ascolto “dentro” è frutto di un esercizio costante che non si ferma mai.

Perché fa bene so-stare dentro il silenzio, per narrare e narrarsi senza limiti.

Cecilia Gioia

Oggi 1 maggio, festeggio il mio lavoro.

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Oggi Festa dei lavoratori ripenso al significato “altro” che attribuisco ogni giorno al mio lavoro.

Una vera e propria passione che ha origine nella pancia e nel cuore e che si mentalizza, ogni giorno, attraverso atti terapeutici.

Il mio lavoro ha obiettivi ambiziosi, promuovere salute psicofisica, sviluppando processi di consapevolezza nell’individuo e nella società.

Diciamo la verità, più che un lavoro è una vera e propria sfida quotidiana dove è facile restare in biblico o interrompere (per pochi secondi) il respiro. Perché quando si entra in relazione con l’altro tutto cambia e si trasforma, anche il tempo.

E poi a dirsela tutta, considero il mio lavoro una forma d’arte, un vero e proprio atto creativo, dove personalità e storie si intrecciano in improbabili danze, in un setting terapeutico che sa accogliere e so-stare.

E poi si nutre di alleanza, di disponibilità al cambiamento e di fiducia, insomma una promessa che si conferma in ogni seduta, e che ricorda il valore della “cura” attraverso le parole.

E’ un lavoro misterioso, quello dello psicoterapeuta, ricorda un po’ il mestiere dell’alchimista che trasforma i processi psichici, agendo sulla mente e sul corpo. E dona benessere.

E’ un lavoro duro, può portarti in luoghi sommersi e spesso scomodi, “costringendoti” a vedere “oltre“, per accogliere l’altro e la sua storia.

E’ un lavoro unico, lavora sui confini, spesso sui margini, in solitaria coscienza, mentre mille immagini scorrono evocando emozioni e ricordi.

E’ un lavoro di accettazione, di continua ricerca personale, di messa in discussione e di atti di consapevolezza e di fiducia verso se stessi e i propri strumenti terapeutici.

E’ un lavoro che amo, nutro e fa parte di me.

E’ il mio lavoro e oggi, come ogni giorno, voglio festeggiarlo.

Cecilia Gioia 

Mamme e bambin*, impariamo l’accoglienza.

Succede che stare con le mamme quotidianamente ti apre una finestra su un mondo tanto discusso ma poco sostenuto. Succede anche che ogni incontro con gli occhi di una mamma che ha appena partorito in modo naturale – o no –  ti risintonizza con il tuo stesso sguardo di neomamma stanca e dolorante (nel mio caso per il cesareo subìto) che ricerca un appoggio caldo e accogliente dei suoi innumerevoli dubbi e timori verso un piccolo miracolo tutto da esplorare.

E proprio in quel silenzioso scambio di sguardi che avviene l’alchimia, le pance si allineano in una trasmissione silenziosa di emozioni e di vissuti femminili che regalano nuove consapevolezze inespresse ma ben tracciate. Cosa significa diventare mamma, oggi?
Esattamente lo stesso significato di sempre, ma con qualche cicatrice in più. Sarà che le aspettative irreali ma, ahimè, presentate ogni giorno da tutta la nostra società come auspicabili, ci prospettano un modello necessariamente da imitare perché unico e valido. Sarà che i social network e tutti i mezzi di comunicazione presenti in questo periodo storico hanno cancellato o inficiato la nostra innata capacità di comunicare bene. Sarà che i ritmi sempre più sostenuti alterano la percezione naturale di un tempo legato a un’endogestazione su cui spesso si interviene per ridurre i fisiologici nove mesi dell’attesa e su un’esogestazione sempre più immediata e stereotipata, specchio di una società dove tutto, o quasi, è replicabile.
Sarà che non ci riconosciamo più l’importanza dell’ascolto attivo e dell’accoglienza non giudicante, strumenti elettivi e nutrienti per stabilire relazioni efficaci, fondamenta solide e necessarie per una società evolutiva e in cammino.
Sarà che siamo tutti un po’ distratti, perchè una donna che porta in grembo o nel cuore un miracolo è ella stessa un dono per la società e come tale va sostenuta, accolta, ascoltata e rispettata perché portatrice sana di una scelta coraggiosa e unica.

Una donna che diventa mamma di un angelo, una mamma di cielo (perché l’attesa si è interrotta), è una donna che va nutrita di presenze silenziose e di abbracci quotidiani, di parole di rispetto e di tempi dilatati.

Una donna che decide di provare a diventare madre accetta dentro di sé un percorso non sempre lineare e prevedibile, un atto che richiede grande coraggio, un gesto d’amore che si rinnova in ogni nascita, in ogni adozione e in ogni battito di ali di bimbi meteora.

Mi chiedo se in questa frenetica corsa riusciamo a sospenderci anche per pochi secondi per riflettere sull’incredibile rituale della nascita che si ripete in tutto il mondo, attimo per attimo. E a provare, in questi pochi secondi di silenzio, a sintonizzarsi con questa incredibile energia che abbraccia l’intero globo, gioendo consapevolmente di far parte di un luogo straordinario perché culla di un miracolo ricorrente.

Donne che decidono di diventare madri, che accettano di condividere o lasciare andare il bene più prezioso, un figlio. Donne che chiedono alle donne sostegno, accoglienza e ascolto, doni meravigliosi perché naturali e presenti in tutte noi. Donne che danno vita ad un miracolo, di cui noi tutte, consapevolmente (?), facciamo parte. Nutriamoci di miracoli, di vita e di atti coraggiosi.
Iniziamo da oggi, sosteniamo le donne, sosteniamoci, adesso.

Ceciiia Gioia

tratto da : www.bambinonaturale.it

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Angeli che baciano angeli.

Raccontare ai propri figli la vita è un’impresa naturale. Perché i bambini comprendono, accolgono e rimangono nei racconti. Spesso non cercano spiegazioni per andare oltre e razionalizzare, perché sanno STARE attraverso un’innocenza disarmante che stupisce.

Raccontare quindi della vita e anche della morte, senza usare sinonimi improponibili quanto irreali, e riconoscere dignità e rispetto a temi con cui spesso noi adulti facciamo fatica ad accogliere. Ma i bimbi no, loro sanno STARE, anche nei contenuti più “scomodi”.

Parlare con loro di lutto perinatale diventa semplice. E le parole fluiscono lente, non c’è fretta di concludere perché il nostro interlocutore sfugge o “non sostiene”, perché i bambini rimangono, ascoltano, accolgono e sorridono. Non chiedono dettagli morbosi o ridondanti, ma si interessano di ciò che è veramente utile. Esteban (6 anni) spesso dice –La mamma sarà molto triste-, e chiede – Ha salutato il suo bambino?– ricordando il mio lavoro –Hai fatto compagnia alla mamma?– e Manuel (3 anni e 9 mesi) suggerisce –Meglio fare una carezza però, prima che voli in cielo– e rassicura –Ma adesso non sarà solo, perché farà amicizia con i nostri fratellini-.

Frasi che nascono dal cuore e che sottolineano l’incredibile ricchezza dei bambini nel cogliere le emozioni, tralasciando tutto il resto. E la loro semplicità contiene e rigenera perché fonte inesauribile d’incanto verso un quotidiano non sempre facile.

Perché è fisiologico raccontare ai propri figli della vita e della morte, rispettando i tempi e i silenzi, in un processo che nutre di consapevolezza. E osservarli mentre mandano baci al cielo, in un gesto naturale che fa bene.

Cecilia Gioia

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Le cicatrici delle donne

Sono tante, troppe, ognuna con la sua storia ed il suo inizio.

Sono piccoli e grandi segni tracciati sulla nostra pelle e sul nostro cuore.

Graffi, tagli, cicatrici che ci rendono uniche, come le nostre innumerevoli vite che viviamo.

Siamo donne e madri che convivono con segni spesso indelebili e profondi, che richiamano ad antiche memorie, emozioni vissute e tracciate.

Le cicatrici parlano di noi, raccontano e si raccontano luoghi segreti, spesso riservati e protetti, perché sensibili.

E le percezioni si alterano, la sensibilità recisa e interrotta dà luogo a nuove sensazioni, spesso anestetizzate.

Le cicatrici spesso sono chiusure, blocchi energetici dove fermarsi e sostare, spessori di pelle ricucita e ancora dolente.

E come segni indelebili e infiniti necessitano di cure, di carezze e di parole sussurrate; e per essere nutrite hanno bisogno di ricongiungersi ai ricordi e alle emozioni filtrate da spessori di pelle, spesso intaccate.

Le cicatrici fanno parte di noi e di chi le ha provocate, in un racconto che riecheggia nella nostra pelle e nel nostro cuore e che spesso, fa ancora male.

Ricongiungiamoci alle nostre cicatrici, accarezzando la nostra storia.

Cecilia Gioia

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Un lavoro da raccontare

Strano lavoro quello della psicoterapeuta, riesce ad asciugarti ogni piccola riserva, e riempirti contemporaneamente di significati.

Ti regala le stelle per portarti nelle pieghe più profonde dell’anima e ti chiede di seguirlo sulle montagne russe della psiche affidandoti al tuo Io, per sfiorare luoghi scarsamente illuminati. E poi sa emozionare anche gli animi più resistenti e refrattari, mostrando nuove prospettive e cambiamenti. Strano partner il mio lavoro, un misterioso compagno di avventure con cui confrontarsi quotidianamente accogliendo e riconoscendo piccole e grandi paure.

E questo improbabile tango, iniziato 14 anni fa, scambia ruoli e ritmi, colorandosi di forti accenti di battuta, mentre srotola emozioni e briciole di Se’.

E poi annusa storie.

Le scova nei posti più improbabili, le scruta, le ripulisce dal velo del tempo e dai ricordi, le porta alla luce, facendole ri-nascere nella consapevolezza e nell’accettazione.

E il setting, non sempre tradizionale, si impregna di colori imprevedibili che solo le storie di vita sanno raccontare. Mentre i minuti scorrono e vecchie e nuove immagini si materializzano e scompaiono, io sto e accolgo.

Nel setting si è sempre in molti, spesso troppi, perché richiamati nei racconti, perché sollecitati dai ricordi e dai vissuti personali. Perché è improbabile sedersi in due, e non ritrovarsi già in partenza, in tre. Io, la persona in terapia e il mio lavoro, in una triangolazione buffa e spesso rumorosa, dove è facile vacillare, appoggiandosi.

Ma la pratica clinica insegna, modella, affina movimenti e passi, delinea percorsi e insegna come sfiorare una psiche e sostare nella sofferenza, senza perdersi. E i giorni scorrono, gli anni si accumulano, le storie si riempiono, i ricordi ricordano e le poltrone sorridono.

Perché lo studio dello psicoterapeuta è uno spazio magico, dove avvengono alchimie e scoperte, dove ogni oggetto racconta e svela, dove si custodiscono piccoli e grandi segreti. E’ uno spazio non spazio, perché guida alla scoperta e alla consapevolezza che i muri possono essere abbattuti e che è nutriente andare oltre, per comprendere e comprendersi.

E perché lavora sulla sfida più grande di ogni essere umano, imparare ad accettarsi e a volersi bene. Tutti i giorni.

Cecilia Gioia

Psicoterapeuta per passione.

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Portrait of Stephy Langui – Rene Magritte

Parliamo di FIGLICIDIO, e tutti noi ne siamo responsabili.

Noi madri siamo sempre più sole.

Ogni giorno ne ho la prova.

Sempre più sole e sempre più giudicate.

Devi fare questo“, “Non puoi non fare così“, “Così lo vizi!“, “Ma che tipo di madre sei?” e potrei continuare ancora, e ancora.

Apparteniamo noi madri ad una strana categoria umana, siamo considerate angeli e demoni dei nostri figli perché contenitori, spesso ignari,  di una duplice natura.

Sappiamo amare di un amore immenso e incondizionato. Riusciamo a donare la vita per i nostri figli senza nessuna resistenza. Ci apriamo al mondo per mettere alla luce un figlio con cui conviviamo un’endogestazione unica e irripetibile. Condividiamo in questi nove mesi emozioni, ormoni, nutrimento e dolori, in un legame impossibile da recidere. In una parola, ci doniamo completamente a questa nuova vita che cresce dentro di noi ripercorrendo memorie amniotiche sopite, ma mai dimenticate.

E poi uccidiamo.

Il figlio, quanto di più caro e prezioso la vita ci ha donato.

Uccidiamo ogni giorno, con le parole o con i gesti.

Uccidiamo perché stanche, depresse, sole.

Uccidiamo perché il nostro cervello, trasformato dopo la gravidanza, non ce la fa più.

Uccidiamo i nostri figli mentre uccidiamo noi stesse, in un unico atto di sangue, mentre tutta la terra trema davanti a un gesto antico e incomprensibile.

Sempre più angeli in cielo mentre madri interrotte e spesso depersonalizzate, piangono gesti innaturali in una solitudine che uccide ogni giorno.

E mentre noi continuiamo a giudicare, (s)consigliare, maledire, odiare, milioni di mamme vivono in solitudine sensazioni innaturali che si trasformano poi in tragedie.

Tragedie di cui noi siamo totalmente responsabili,

tragedie spesso urlate e non ascoltate,

dolori amorfi in cerca di un contenitore,

spesso non disponibile a contenere.

Ecco perché, molte volte, il dolore si trasforma in altro,

in un gesto che non vogliamo nemmeno chiamare,

e sentire.

Parliamo di FIGLICIDIO, e tutti noi ne siamo responsabili.

C. Gioia

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