I pensieri di una psicoterapeuta.

4Credo fermamente che il miglior modo di onorare una notte d’estate dall’aria rarefatta e sospesa, sia scrivere pensieri ribelli dall’ apnea densa e faticosa. E allora scrivo. E accolgo pensieri. Scrivo di storie di donne e di uomini che quotidianamente ascolto grazie al mio lavoro, raccolgo emozioni di vite vissute, sostengo fatiche di un quotidiano viversi, riunisco parti di Sé in frammenti. In una parola ASCOLTO (dentro), lasciando scorrere tutto questo attraverso un sistema osmotico di pieni e vuoti che solo anni di pratica clinica insegnano e consolidano in un quotidiano ripetersi di rituali per accogliere ed accogliersi.

Perché è facile entrare nella relazione d’aiuto, ci gratifica sollecitando parti di un Sé affamato di riconoscimento, il difficile è rimanerci imparando a staccarsi, in un quotidiano arrivederci, mentre la terapia scorre, accoglie, raccoglie e guarisce storie quotidiane di un faticoso viversi.

Il difficile è accettare quella traccia che ogni paziente lascia in noi ogni giorno, tracce spesso doloroso, silenziosi segni che incidono la nostra psiche e la nostra storia. Il difficile è lasciarsi andare, mescolarsi, accettare senza perdersi, senza perdere mai di vista l’unico obiettivo della relazione terapeutica: la guarigione psichica della Persona che ci ha scelto. Ogni incontro è un movimento rotatorio, spesso veloce, altre volte lento, dove due sostanze diverse si mescolano per alcuni momenti ritornando ognuna al proprio posto, quando la forza terapeutica del setting smette di “centrifugare” emozioni e storie. Un pò come l’acqua e l’olio, sostanze dalla natura diversa, ma capaci di convivere nello stesso spazio che contiene differenze e confini, formando per pochi attimi una miscela empatica per poi dividersi in due strati separati ma complici. Ecco, io immagino ogni incontro terapeutico così, raccogliendo a fine giornata tutto questo, integrandolo nella mia storia di donna, di madre e di psicoterapeuta, imparando da ogni incontro l’importanza di sentirsi amati e accuditi, sin dal preconcepimento.

E parto proprio da lì, dal racconto del loro parto, perché è dentro l’utero materno che noi psicoterapeuti riusciamo ad iniziare la Persona alla narrazione di sé. Perché nel modo di venire al mondo c’è una fonte inesauribile di storie, vissuti, letture, schemi che si ripetono nel quotidiano viversi in una coazione spesso dolorosa, dai significati misteriosi che aspetta solo di essere ascoltata e restituita in una rilettura che libera da meccanismi disfunzionali e affaticati. Perché accettare di lavorare su memorie remote, significa mescolarsi, sentirsi, riconoscersi e distaccarsi, riportando la narrazione in un qui ed ora denso di sintomi e di sofferenza psichica. Significa viaggiare nel tempo, senza mai disorientarsi, raccogliendo i rischi dell’ignoto, mentre la Persona svela parti di Sé mai raccontate. Significa accettare, anche le parti scomode, quelle che non avremmo mai voluto sentire ma che appartengono alla Persona che ci ha scelto. Significa accompagnare, lenire, asciugare lacrime e guarire da una sofferenza psichica la/il protagonista della storia ascoltata. Significa lasciarla/o andare in un addio che sugella un patto indissolubile, fatto di rispetto e di confini.

Ecco cosa significa per me, ogni giorno, il mio lavoro.

Si chiama Psicoterapia, si pronuncia Passione.

Cecilia Gioia

 

Il 14 febbraio io ballo.

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“Un miliardo di donne violate è un’atrocità” sostiene Eve Ensler, “un miliardo di donne che ballano è una rivoluzione.

Sono partita da questa frase pronunciata da Eve Ensler, autrice de I monologhi della vagina, attivista e fondatrice del V-Day, per decidere di ballare ogni 14 febbraio.

E sempre da questa frase ho deciso che ballare insieme tutte significa produrre un’onda ossitocinica che invade tutt*, nessun* esclus*.

Un miliardo di donne, un numero assurdo e atroce se lo si associa alla violenza.

Un numero incredibile e rivoluzionario se rappresentato da mille storie di donne che prendono forma attraverso un corpo unico che balla e racconta.

Perché attraverso il ballo passa la rivoluzione. Una rivoluzione che non necessita di parole ma di azioni confluenti verso un unico obiettivo, un corpo che avvolge e coinvolge in una danza liberatoria e antica.

Ballare significa centratura, ascolto e libertà.

Ballare insieme ad altre donne significa sorellanza e consapevolezza.

Ballare davanti alle nostre figlie o ai nostri figli, alle nostre compagne o ai nostri compagni, alle nostre madri o ai nostri padri significa orgoglio e crescita.

Ballare davanti a tutte le forme di violenza subita significa ribellione e coraggio.

Ballare il 14 febbraio in una piazza incuriosita significa promuovere la cultura del rispetto.

Perché la rivoluzione parte da me, ogni giorno.

Attraverso il mio scegliermi, accogliermi e amarmi: scelta coraggiosa e concreta

che necessita di un costante ri-conoscermi dentro.

Perché contro la violenza sulle donne e le bambine serve una vera rivoluzione, a partire da ognuna di noi, dentro di noi.

Perché praticare verso di me atti gentili significa imparare ad amarmi e rispettarmi.

Spezzare le catene della violenza, i maltrattamenti fisici, le mutilazioni genitali, l’incesto e la schiavitù sessuale a cui una donna su tre è sottoposta in ogni luogo del mondo, questo il mio obiettivo.

Liberare il mio corpo e la mia mente per sentirmi parte consapevole di un corpo unico e meraviglioso, il mio impegno di ogni giorno.

Il 14 febbraio io ballo, e voi?

Cecilia Gioia

 

 

L’ignoranza emotiva.

lignoranzaTroppo spesso leggiamo articoli o libri che presentano l’intelligenza emotiva come la chiave di adattamento funzionale alla vita e ai suoi imprevisti. Una fitta rete di parole che descrive questo tipo di intelligenza, evidenziando le competenze individuali e sociali affinché ci sia equilibrio tra cuore e il cervello. Un paradosso solo apparente che invece sottolinea quanto sia necessario favorire l’espressione di tale intelligenza considerandola una funzione adattiva e protettiva della Persona. Essere emotivamente competenti significa conoscere consapevolmente le proprie emozioni, la loro intensità e l’effetto che provocano in se stess* e sugli altri.

Al contrario ahimè, il guardarmi intorno mi evidenzia quotidianamente un fenomeno sempre più evidente che coinvolge davvero tutt* e che si identifica come ignoranza emotiva. A livello semantico la parola lascia ben poco spazio all’immaginazione, perché ben chiara e definita. Simbolicamente parlando immagino l’ignoranza emotiva come una vera e propria lacuna della psiche dove è difficile sintonizzarsi e riconoscersi nelle proprie emozioni e in quelle altrui e dove è facile perdersi in un Io poco nutrito della linfa vitale emotiva, necessaria per la nostra sopravvivenza.

Ma come si promuove l’ignoranza emotiva?

Le emozioni sono una serie di cambiamenti che si registrano nel nostro corpo, nei nostri pensieri e nei nostri comportamenti che la Persona utilizza in risposta ad un evento. Possiamo definire le emozioni come un’esperienza intensa e passeggera che ci permette di entrare in contatto con gli altri, favorendo o ostacolando l’apprendimento. Alcune sono innate e definite primarie, altre nascono dalla combinazione delle emozioni primarie sviluppandosi grazie alla crescita della Persona e alle sue interazioni con l’ambiente. A dirla tutta le emozioni sono la nostra bussola, elemento fondamentale per orientarci nel mondo delle relazioni e degli eventi. Ma ritorniamo all’ignoranza emotiva e al suo dilagare incessante in un mondo sempre più distratto.

Troppe volte mi scontro con parole come CONTROLLO e GESTIONE, sostantivi claustrofobici che poco si sposano con tutto ciò che è fluido ed evolutivo.

Perché le emozioni non si gestiscono, né si controllano e ancor meno si combattono. Perché fare questo vuol dire rinnegarne il significato più profondo, dimenticando la via elettiva per sfruttare al meglio il loro valore nella nostra vita.

Perché le emozioni si accolgono, si ascoltano e si riconoscono, in un esercizio quotidiano e costante che genera adattamento e consapevolezza.

Perché ogni qualvolta snaturiamo l’essenza più profonda delle emozioni, diventiamo sempre più ignoranti emotivamente. Perché è difficile comprendere se non ascolto. E non riconosco.

Perché l’intelligenza emotiva è un’abilità, e come tale va esercitata, ogni giorno.

Perché è facile parlare di emozioni, ignorandone il loro vero significato.

Perché parlare (correttamente) di emozioni, sin dal preconcepimento, vuol dire promuovere salute psicologica. E come psicolog* noi sappiamo bene che le parole sono importanti.

Cecilia Gioia

 

Anatomia del setting psicoterapeutico.

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Luogo davvero intimo e prezioso, fatto di segni e di significati, il setting terapeutico si presenta agli occhi della Persona che decide di intraprendere un percorso di psicoterapia, con le sue caratteristiche squisitamente individuali. Il termine setting deriva dal verbo inglese “to set” che significa delimitare, ma costituisce anche un sostantivo di per sé col significato essenzialmente di “cornice”. Una cornice davvero unica, dove possono liberamente esprimersi le storie terapeutiche, attraverso una narrazione costellata di simboli e ricordi. Un vero e proprio palcoscenico dove drammatizzare le proprie emozioni, dove sentirsi comod* di raccontarsi e prendersi cura del proprio dolore psichico. Un luogo dell’attesa, dove ogni elemento fisico e astratto racconta un significato, dove nessuna scelta è casuale ma funzionale, per “accogliere” e “contenere” e dove ogni psicoterapeuta racconta la sua esperienza come Persona. Che luogo incredibile, sembra quasi di “camminare dentro” le sfumature della personalità di chi accoglie e aspetta ora dopo ora le storie delle Persone, in una ciclicità di un tempo che ascolta e cura.

Perchè il setting terapeutico, il mio setting, è fatto di me e delle tracce che ogni Persona che ha scelto di “abitare” per un periodo questo spazio, ha lasciato. Piccole ma indelebili briciole che creano un continuum fatto di inizi, percorsi e saluti, dove ogni storia si è fatta spazio e a preso forma accomodandosi nella poltrona bianca.

Si inizia sempre così, timidamente ci si siede, provando ad esplorare con lo sguardo lembi di uno spazio sconosciuto. Quanto dolore negli occhi di chi si siede per la prima volta su quella poltrona e quanto stupore quando io mi siedo di fronte, eliminando quindi dal campo visivo, limiti o barriere fisiche o astratte. Si inizia sempre così, ci si scruta negli occhi, si prova a sostare negli angoli, in quegli angoli in cui per troppo tempo la psiche è stata costretta. La luce soffusa poi, la poltrona che avvolge e il non verbale che accoglie rende tutto più fluido. La schiena da rigida si appoggia allo schienale della poltrona, il tremolio della voce si riduce, le mani si aprono, lo sguardo si estende e la narrazione prende spazio. Uno spazio e un tempo rotondo che contiene, assimila, restituisce, respira. E cura, attraverso atti psicoterapeutici lavorando sulle risorse della Persona e sulla Relazione, ricucendo strappi di storia e rileggendo i ricordi, radici su cui fondiamo il nostro presente e il nostro futuro.

Il mio setting è fatto di me, di una scrivania che quotidianamente si arricchisce di tracce, di libri (tanti) e di appunti. Di penne che spesso faticano a scrivere, di post-it dai colori improbabili, di disegni dei figli e da una ciotola di caramelle spesso rifocillata anche dalle Persone che abitano settimanalmente il setting e che lasciano dolci tracce per le Persone che verranno nelle ore successive. Vedo in questo atto un gesto di grande alleanza e consapevolezza, di chi sa di coabitare questo spazio prendendosene cura per sé stess* e per le altre Persone; attraverso il gesto del lasciare non solo la sua storia e la sua sofferenza di vita, ma anche piccole dolcezze, l’essenza del dono prende forma, tra sconosciuti ignari ma consapevoli che un filo invisibile li lega, il desiderio di stare bene.

Sono grata al mio setting, ogni giorno e oggi, come sempre, voglio celebrarlo.

Cecilia Gioia

Cosa farò da grande?

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Volevo fare la cantante, la ballerina, la musicista, poi la giornalista, la scrittrice, l’arredatrice di interni, l’ispettrice di polizia, l’archeologa, la critica d’arte e la missionaria.

Mio padre invece voleva che facessi l’avvocata, mia madre l’insegnante.  Il mio essere figlia unica aveva permesso loro di avere idee chiare, quando si è unici meglio non caricare troppo, si rischia di confondere i desideri.

Io oggi  “sono” e “faccio” la psicologa clinica e psicoterapeuta.

Canto le storie delle persone che si rivolgono a me, danzo e percorro i loro passi, ho un buon orecchio per ascoltare attentamente la loro musica, suonando in concerto i loro spartiti di vita, e poi vivo di storie e conosco personaggi, li accolgo, li riconosco e do loro un nome; suggerisco arredi all’interno della psiche, armonizzando le sue mille sfumature, cerco indizi e tracce per leggere meglio i sintomi, torno indietro nel tempo e raccolgo i ricordi, mi soffermo in tutte le forme di bellezza, esercitando l’esercizio della psicoterapia come arte. E poi sto nella relazione d’aiuto con consapevolezza. Dimenticavo, esercito quotidianamente dispute sulle convinzioni irrazionali, e insegno attraverso la relazione terapeutica, l’arte della maieutica, aiutando a “tirar fuori” dalla persona le proprie risorse e consapevolezze.

E quindi, da grande, ho scelto bene. Ho integrato tutti i miei molteplici desideri del cuore in un’unica professione.

Sono e faccio la psicologa e psicoterapeuta, what else?

Cecilia Gioia

 

Raccoglistorie.

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Quando incontri una storia speciale, te ne accorgi subito. L’aria si sospende, il battito rallenta, lo sguarda prova ad andare oltre e si sincronizza anche il respiro. Quando ascolto una storia di vita i miei sensi si amplificano, mentre contemplo un qui ed ora che raccoglie l’infinito dono dell’esserci davvero. E quindi annuso, raccolgo, accarezzo, studio parole che scorrono in uno spazio amniotico come il setting psicoterapeutico. Perchè in quell’incontro si racchiude tutto, la paura, il coraggio, le incertezze, la voglia di scappare mista ad uno sguardo che racconta un’unica domanda: “potrai prenderti cura della mia storia?“. E quindi aspetto, annuisco, invito, respiro e mi ascolto per ascoltare fino all’ultima briciola di una narrazione finalmente libera di raccontarsi. Fare psicoterapia significa quotidianamente accogliere doni per condividerli poi nel setting attraverso una rilettura che dona significati e significanti, mentre la vita scorre attraverso immagini che prendono forma e colore. Suoni ed emozioni.

Quasi come una storia fatta di silenzi, di respiri rumorosi, di braccia chiuse, di postura rigida e di sguardo perso nelle innumerevoli domande di una vita. O una storia rumorosa dove vomitare parole ed immagini sembra la via elettiva per raccontarsi e viversi, dove non ci sono pause, ma fiumi di suoni bulimicamente vissuti. O la storia intrecciata nei mille fili di dolore, dove la vita srotola dipendenza affettiva e ricerca di accettazione, mentre le mani narrano episodi e ferite. E violenza subite. C’è poi la storia dalla narrazione dissonante, dove le parole non si accordano alle emozioni mostrate, dove si sta un po’ scomodi, dove ci si prende un tempo per riflettere e decidere se accompagnarsi.

Storie di donne e uomini che decidono di raccontarsi, per dare vita ad un passato troppo spesso vissuto come spaventante, o ad un presente difficile da viversi.

Storie che quotidianamente ascolto e respiro, mentre la vita scorre e ride delle innumerevoli pieghe in cui è facile perdersi e difficile riconoscersi. Ed è proprio qui, in quello spazio che sospende il tempo, il setting, che si celebra la vita, onorandola di ascolto, accoglienza e cura, ogni giorno.

Dentro i giorni.

M. Cecilia Gioia

Copyrights – 2017 Amigdala Studio di Psicoterapia by M. Cecilia Gioia

Inevitabilmente Rosa.

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Rosa Parks booking photo following her February 1956 arrest during the Montgomery Bus Boycott.

Le donne tessono la storia. Giorno dopo giorno generano vite e intrecciano cambiamenti. Come sessantadue anni fa, in un 1° dicembre che ogni anno profuma di rosa. Il profumo di Rosa Parks e il suo immenso NO che continua a risuonare in tutte noi, donne che corrono quotidianamente con i lupi, affamate di diritti e di cambiamenti. Perché quel NO racconta coraggio, determinazione, racconta amore verso la giustizia e segna grandi rivoluzioni. Quel NO è una scelta, un invito a non cedere a tutto ciò che vìola i nostri diritti, un NO partorito da una donna considerata “the Mother of the Civil Rights movement”. Si, perché le donne generano sempre, soprattutto cambiamenti. E lo fanno con generosità, donando ad un mondo spesso distratto e spaventato, atti di grande coraggio e gentilezza. Come quel NO fermo, deciso, educato e denso di significati. Ed è in quella negazione che si genera un processo di affermazione e riconoscimento, dove milioni di Rosa, ogni giorno, respirano all’unisono il vento del cambiamento. Oggi, come ieri innumerevoli archetipi femminili esprimono la forza potentissima, selvaggia, istintiva e passionale che si nasconde in ogni donna attraverso il suo NO. Un NO che necessita di spazio e ascolto, di istinto e di crisi, di ferite e di storie. Di scoperte e di atti gentili, verso noi stesse, in armonia con le nostre parti. Affinchè quel NO continui a risuonare nelle nostre pance e nei nostri cuori, per diventare consapevolmente, ogni giorno, madri di noi stesse.

M. Cecilia Gioia

 

Copyrights – 2017 Amigdala Studio di Psicoterapia by M. Cecilia Gioia

L’arte di essere semplice.

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Immagine dal web

E’ dalle prime ore dell’alba che questo titolo ha iniziato a bussare nei miei pensieri e allora lo scrivo, lo riconosco e provo a dargli una forma, mentre sorrido alla mia tastiera attonita.

Partiamo dal significato della parola “semplice”, aggettivo troppo spesso utilizzato nel lessico comune dai connotati ampi e dalle riletture, spesso superficiali.

Cercando nel vocabolario emergono definizioni come non complicato, sincero, che è soltanto ciò che viene detto e null’altro, formato di un solo elemento, ma anche inesperto, ingenuo, che occupa un livello più basso di una gerarchia. Si passa quindi da un polo positivo ad uno negativo per spiegare etimologicamente questo aggettivo.

A me la parola “semplice” evoca “pulito”, “limpido”, “presente” e mi orienta verso emozioni positive e sensazioni corporee di benessere, insomma mi piace.

Perché in questo mondo stratificato dal bisogno di indossare maschere, la parola “semplice” diventa un piccolo faro che illumina e schiarisce le innumerevoli ruminazioni che spesso accompagnano la nostra vita.

Si, perchè “semplice” non fa rima con inutile, ridondante, giudicante, ruminante, ambivalente e come un panno morbido ripulisce, quotidianamente, concetti e cognizioni spesso rigide, rendendo tutto più accessibile. E accogliente.

Ma cosa significa “essere semplice”?

E soprattutto la semplicità è una qualità innata o si acquisisce?

Mi viene da pensare a tutte le volte in cui non ho preso in considerazione la possibilità di provare ad esserlo. E non parlo di una semplicità intesa come una modalità scarsamente profonda e meno intensa di viversi, parlo piuttosto di una abilità densa di “presenza”, “coerenza” e “autenticità” prima con sé stess* e poi con il resto dell’umanità che incontriamo nel nostro percorso di vita. Parlo di un’occasione per riconoscersi, accettarsi e amarsi senza filtri e remore, avviando un processo di autodeterminazione e consapevolezza, basi sicure per vivere.

E se ripenso a tutte quelle volte in cui non ho provato ad essere semplice, sento di essermi tradita, di non aver dato a me stessa l’opportunità di vivermi in pienezza, raccogliendo e amando tutte le parti di me.

Perché essere semplice è un’abilità che guarisce e che necessita impegno, esercizio e rimodellamento. Significa riconoscere i benefici psicofisici che immediatamente si manifestano godendo delle emozioni di saper stare dentro un qui ed ora, ricco di nutrienti.

Significa ascoltarsi, alleggerirsi e volersi bene, sugellando verso noi stess* una promessa di fedeltà, da rinnovare quotidianamente attraverso atti gentili e “semplici”.

Perché per me semplice va rima con vivere, ed io ne ho il diritto. Ogni giorno.

Cecilia Gioia

Copyrights – 2017 Amigdala Studio di Psicoterapia by M. Cecilia Gioia

 

Il (mio) significato della psicoterapia.

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Marc Chagall All’imbrunire, 1938-43

Credo fermamente che il miglior modo di onorare una notte d’estate dall’aria rarefatta e sospesa, sia scrivere pensieri ribelli dall’ apnea densa e faticosa.

E allora scrivo. E accolgo pensieri.

Scrivo di storie di donne e di uomini che quotidianamente ascolto grazie al mio lavoro, raccolgo emozioni di vite vissute, sostengo fatiche di un quotidiano viversi, riunisco parti di Sé in frammenti. In una parola ASCOLTO (dentro), lasciando scorrere tutto questo attraverso un sistema osmotico di pieni e vuoti che solo anni di pratica clinica insegnano e consolidano in un quotidiano ripetersi di rituali per accogliere ed accogliersi.

Perché è facile entrare nella relazione d’aiuto, ci gratifica sollecitando parti di un Sé affamato di riconoscimento, il difficile poi è rimanerci imparando a staccarsi, in un quotidiano arrivederci, mentre la terapia scorre, accoglie, raccoglie e guarisce storie quotidiane di un faticoso viversi.

Il difficile è accettare quella traccia che ogni paziente lascia in noi ogni giorno, tracce spesso dolorose, silenziosi segni che incidono la nostra psiche e la nostra storia. Il difficile è lasciarsi andare, mescolarsi, accettare senza perdersi, senza perdere mai di vista l’unico obiettivo della relazione terapeutica: la guarigione psichica della Persona che ci ha scelto. Ogni incontro è un movimento rotatorio, spesso veloce, altre volte lento, dove due sostanze diverse si mescolano per alcuni momenti ritornando ognuna al proprio posto, quando la forza terapeutica del setting smette di “centrifugare” emozioni e storie. Un pò come l’acqua e l’olio, sostanze dalla natura diversa, ma capaci di convivere nello stesso spazio che contiene differenze e confini, formando per pochi attimi una miscela empatica per poi dividersi in due strati separati ma complici. Ecco, io immagino ogni incontro terapeutico così, raccogliendo a fine giornata tutto questo, integrandolo nella mia storia di donna, di madre e di psicoterapeuta, imparando da ogni incontro l’importanza di sentirsi amati e accuditi, sin dal preconcepimento.

E parto proprio da lì, dal racconto del loro parto, perché è dentro l’utero materno che noi psicoterapeuti riusciamo ad iniziare la Persona alla narrazione di sé. Perché nel modo di venire al mondo c’è una fonte inesauribile di storie, vissuti, letture, schemi che si ripetono nel quotidiano viversi in una coazione spesso dolorosa, dai significati misteriosi che aspetta solo di essere ascoltata e restituita in una rilettura che libera da meccanismi disfunzionali e affaticati. Perché accettare di lavorare su memorie remote, significa mescolarsi, sentirsi, riconoscersi e distaccarsi, riportando la narrazione in un qui ed ora denso di sintomi e di sofferenza psichica. Significa viaggiare nel tempo, senza mai disorientarsi, raccogliendo i rischi dell’ignoto, mentre la Persona svela parti di Sé mai raccontate. Significa accettare, anche le parti scomode, quelle che non avremmo mai voluto sentire ma che appartengono alla Persona che ci ha scelto. Significa accompagnare, lenire, asciugare lacrime e guarire da una sofferenza psichica la/il protagonista della storia ascoltata. Significa lasciarla/o andare in un addio che sugella un patto indissolubile, fatto di rispetto e di confini.

Ecco cosa significa per me, ogni giorno, il mio lavoro.

Si chiama Psicoterapia, si pronuncia Passione.

Cecilia Gioia

“Se l’è andata a cercare”

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tratto da aulalettere.scuola.zanichelli.it

 

“Se l’è andata a cercare”, frase vuota, quanto infame che risuona dentro ognuno di noi costringendoci a guardarci dentro.

In questi ultimi giorni poi questa frase ha il ricordo amaro di chi non c’è più, psicologicamente o fisicamente.

Ripeto dentro di me parole vuote per provare a spiegare cosa succede ad una società inerme e voyeuristica, dove i sentimenti fanno fatica a riconoscersi e a trovare spazio e dove è facile perdersi in un tamtam mediatico decisamente inutile fatto di frasi ridondanti e di circostanza.

Del resto perché soffermarsi e chiedersi cosa sta succedendo, in quale direzione questa società a deciso di viaggiare, in fondo “se l’è andata a cercare“, quindi non è affar nostro. E’ affar suo, di Tiziana , di una tredicenne calabrese e di tutte le DONNE che quotidianamente provano a sopravvivere in uno spazio spesso scomodo fatto di violenze.

Mentre noi stiamo a guardare, tutto scorre veloce, basta un click.

No, nessuna di loro se l’è andata a cercare.

Nessuna ha deciso di farsi violentare fisicamente e verbalmente godendo di quella scelta.

Nessuna sceglie. Molte però subiscono mentre il silenzio avvolge la loro vita relegandola ad un oblio di “fatti” sussurrati ma taciuti.

Oggi, più che mai, questi “fatti” fanno rumore.

Oggi, più che mai, come donne e madri consapevoli, è necessario ascoltare le nostre pance che urlano.

Oggi, più che mai, è il momento di andare in direzione ostinata e contraria da questa società che non mi rappresenta, da questo spazio dove ho deciso di crescere i miei figli.

Mai come oggi questa società ha bisogno di essere nutrita per nutrire, ha bisogno di educarsi al rispetto per rispettare, ha bisogno di essere ascoltata per ascoltare le urla di dolore di chi davvero non ce la fa più e smette di urlare.

E l’educazione parte da noi, dalle nostre case, dai nostri figli, dal nostro territorio, perché non serve commentare, serve fare.

Perché tutti noi siamo responsabili, perché “nessuna se l’è andata a cercare”.

Cecilia Gioia