Gravidanza, “fare spazio ” attraverso il PerCorso di Accompagnamento alla Nascita e alla Genitorialità.

37800414_1787117034658751_3558612968625143808_nI tempi dell’attesa necessitano di uno spazio fisiologico per allinearsi nella mente e nel cuore della mamma e del papà, in un processo straordinario che racconta l’identità della coppia e i suoi bisogni. Compito di noi operatori è accogliere e favorire l’ascolto attivo attraverso gli incontri del PerCorso di Accompagnamento alla Nascita e alla Genitorialità, occasione elettiva per stimolare maggiore consapevolezza delle proprie competenze genitoriali, elemento necessario per “sostare in contatto” con le emozioni della gravidanza. Perché è nutriente “fare spazio” attraverso la narrazione e il confronto con le altre coppie in un luogo che non presenta spigoli ma curve morbide e accoglienti come le pance delle mamme dove tessere una rete di sostegno alla pari diventa una fisiologica necessità per ascoltarsi e ascoltare.

 

Oggi più che mai è evidente la difficoltà di noi donne a so-stare in questi mesi di endogestazione senza “dover” inevitabilmente “mollare qualcosa “ (cit. Emma, 37 anni, avvocata) provando con fatica, a modulare e rallentare i nostri ritmi quotidiani. E scoprire spesso, in fase finale, quanto sia necessario regalarsi un tempo senza tempo, dove il nostro utero e la nostra mente, crea spazio al nostro bambino.

Perchè noi donne siamo incredibilmente flessibili, e questo possiamo riconoscercelo a gran voce. In fondo, chi altri accetterebbe di diventare “casa” e “nutrimento” per nove mesi della propria vita accogliendo un inquilino sconosciuto e alcune volte inaspettato? In alcuni casi poi la convivenza si rivela un periodo non semplice con espressioni fisiche più o meno esplicite che raccontano quanto sia delicato questo periodo di “conoscenza” e “adattamento”.

Ma torniamo al concetto di “fare spazio” per accogliersi e accogliere fisiologiche trasformazioni che confermano un momento speciale e unico perché costellato di segni e di attimi indelebili nella nostra mente e nel nostro cuore.

E l’idea di una maternità nel corpo, equivalente in ogni donna, crolla rapidamente nei racconti che scambiamo, magari durante gli incontri nei PerCorsi di Accompagnamento alla Nascita e alla Genitorialità, e che raccontano i nove mesi (e oltre) per fare spazio.

Perché vivere la gravidanza in modo consapevole, accompagna la donna in un processo di cambiamento psicofisico trasformando ogni singolo momento in una risorsa da cui attingere nei primi mesi dopo il parto. Gli ormoni poi giocano un ruolo attivo in questo processo di cambiamento agendo da modulatori delle emozioni. Grazie agli estrogeni la donna diventa “morbida” e riesce a fare spazio con la mente e con il corpo per accogliere il suo bambino, mentre il progesterone rallenta i suoi ritmi “costringendola” a so-stare in questo tempo di attesa e di trasformazione. Alcune volte però è difficile mettersi in ascolto “attivo” dei messaggi del proprio corpo, non assecondando inevitabilmente, i bisogni fisiologici dell’attesa. Questo si ripercuote significativamente sulla produzione dei due ormoni, inibendo o rallentando i benefici sopraelencati.

“Fare spazio”, sempre.

In ogni momento della giornata, favorire il con-tatto interiore, accarezzando ogni attimo di comunione con una vita che cresce, per nutrire e nutrirsi di emozioni.

Cercare uno spazio, un luogo che non giudica umori altalenanti costellati da piccoli conflitti e importanti promesse, tra rifiuto e accettazione alla ricerca di un equilibrio che accompagni questi nove mesi ad una consapevole accoglienza. Il PerCorso di Accompagnamento alla Nascita e alla Genitorialità diventa un tempo senza tempo dove viversi sin dalla 16° settimana di gestazione senza sentirsi valutate, dove è semplice autorizzarsi l’espressione di sensazioni, spesso rinnegate o inibite. Uno spazio senza spazio dove la circolarità prende forma armonizzando pensieri e respiri, dove la forza creatrice della donna può so-stare e riempire. Un luogo che facilita trasformazioni attraverso il “sentire” e il “fare” nel gruppo attivando processi evolutivi e relazioni nutrienti. Una serie di incontri che potenziano le competenze della donna e dell’uomo attraverso la condivisione e l’ascolto attivo dove è facile lasciarsi andare e riconoscere emozioni. Un gruppo che si crea, che assume una sua identità esprimendo aspetti di personalità spesso celati. Il mio obiettivo primario durante questo per-corso è offrire un’occasione di incontro per le mamme e i papà per promuovere consapevolezza delle proprie competenze genitoriali attraverso l’ascolto, il contenimento e la successiva restituzione, strumenti che funzionano come catalizzatori delle emozioni e forniscono la creazione di uno spazio psichico, in cui i genitori si sentono liberi di riconoscersi nel loro valore di coppia in attesa. Per “fare spazio” all’imprevedibile imparando a coltivare una relazione di coppia soddisfacente che permetterà al bambino di entrare in uno spazio “sufficientemente buono” e funzionante dove è semplice differenziarsi e crescere. Perché quando nasce un bambino nasce una mamma e un papà, e questo è bene ricordarselo durante i mesi di attesa per confrontarsi quotidianamente sui bisogni e aspettative spesso, ahimè, scarsamente irrealizzabili perché impersonali. Ed ecco che gli incontri di un PerCorso di Accompagnamento alla Nascita e alla Genitorialità si trasformano ogni volta in braccia accoglienti ed emozioni in con-tatto dove timori e paure si raccontano nell’ espressione più profonda, dove le pance delle mamme e anche dei papà possono allinearsi e riconoscersi attraverso il racconto dell’attesa, un ponte che unisce la vita passata e futura dei neogenitori.

Maria Cecilia Gioia, PhD, psicologa e psicoterapeuta cognitivo comportamentale.

Lavora come psicologa presso la Casa di Cura Sacro Cuore di Cosenza e si occupa di psicologia perinatale, assistenza psicologica in sala parto e PerCorsi di Accompagnamento alla Nascita e alla Genitorialità. E’ autrice di numerosi articoli scientifici su riviste internazionali e presidente dell’Associazione Culturale MammacheMamme www. mammachemamme.org.

I pensieri di una psicoterapeuta.

4Credo fermamente che il miglior modo di onorare una notte d’estate dall’aria rarefatta e sospesa, sia scrivere pensieri ribelli dall’ apnea densa e faticosa. E allora scrivo. E accolgo pensieri. Scrivo di storie di donne e di uomini che quotidianamente ascolto grazie al mio lavoro, raccolgo emozioni di vite vissute, sostengo fatiche di un quotidiano viversi, riunisco parti di Sé in frammenti. In una parola ASCOLTO (dentro), lasciando scorrere tutto questo attraverso un sistema osmotico di pieni e vuoti che solo anni di pratica clinica insegnano e consolidano in un quotidiano ripetersi di rituali per accogliere ed accogliersi.

Perché è facile entrare nella relazione d’aiuto, ci gratifica sollecitando parti di un Sé affamato di riconoscimento, il difficile è rimanerci imparando a staccarsi, in un quotidiano arrivederci, mentre la terapia scorre, accoglie, raccoglie e guarisce storie quotidiane di un faticoso viversi.

Il difficile è accettare quella traccia che ogni paziente lascia in noi ogni giorno, tracce spesso doloroso, silenziosi segni che incidono la nostra psiche e la nostra storia. Il difficile è lasciarsi andare, mescolarsi, accettare senza perdersi, senza perdere mai di vista l’unico obiettivo della relazione terapeutica: la guarigione psichica della Persona che ci ha scelto. Ogni incontro è un movimento rotatorio, spesso veloce, altre volte lento, dove due sostanze diverse si mescolano per alcuni momenti ritornando ognuna al proprio posto, quando la forza terapeutica del setting smette di “centrifugare” emozioni e storie. Un pò come l’acqua e l’olio, sostanze dalla natura diversa, ma capaci di convivere nello stesso spazio che contiene differenze e confini, formando per pochi attimi una miscela empatica per poi dividersi in due strati separati ma complici. Ecco, io immagino ogni incontro terapeutico così, raccogliendo a fine giornata tutto questo, integrandolo nella mia storia di donna, di madre e di psicoterapeuta, imparando da ogni incontro l’importanza di sentirsi amati e accuditi, sin dal preconcepimento.

E parto proprio da lì, dal racconto del loro parto, perché è dentro l’utero materno che noi psicoterapeuti riusciamo ad iniziare la Persona alla narrazione di sé. Perché nel modo di venire al mondo c’è una fonte inesauribile di storie, vissuti, letture, schemi che si ripetono nel quotidiano viversi in una coazione spesso dolorosa, dai significati misteriosi che aspetta solo di essere ascoltata e restituita in una rilettura che libera da meccanismi disfunzionali e affaticati. Perché accettare di lavorare su memorie remote, significa mescolarsi, sentirsi, riconoscersi e distaccarsi, riportando la narrazione in un qui ed ora denso di sintomi e di sofferenza psichica. Significa viaggiare nel tempo, senza mai disorientarsi, raccogliendo i rischi dell’ignoto, mentre la Persona svela parti di Sé mai raccontate. Significa accettare, anche le parti scomode, quelle che non avremmo mai voluto sentire ma che appartengono alla Persona che ci ha scelto. Significa accompagnare, lenire, asciugare lacrime e guarire da una sofferenza psichica la/il protagonista della storia ascoltata. Significa lasciarla/o andare in un addio che sugella un patto indissolubile, fatto di rispetto e di confini.

Ecco cosa significa per me, ogni giorno, il mio lavoro.

Si chiama Psicoterapia, si pronuncia Passione.

Cecilia Gioia

 

Giornata Mondiale della Prematurità

 

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Il 17 novembre si celebra la Giornata Mondiale della Prematurità.
Ogni anno, circa 15 milioni di bambini nascono prima del termine e ben un milione non sopravvive. Globalmente, un neonato su 10 nasce prematuro. In occasione di questa giornata, in tutto il mondo verranno illuminati monumenti o punti di interesse con il colore viola (colore che nel mondo rappresenta la prematurità). I bambini nati prima del termine, in generale, presentano un più elevato rischio di complicazioni per la salute e condizioni croniche che possono avere un impatto sul loro sviluppo futuro e sulla vita quotidiana. Spesso le pratiche ospedaliere sono, nella maggior parte dei casi, focalizzate sulla stabilizzazione dei parametri vitali del bambino. Ruolo dello psicologo sarà quello di accompagnare e sostenere la coppia in un percorso di accompagnamento ad quel processo di genitorialità interrotto prematuramente, che si forma proprio durante le quaranta settimane di gestazione. Innumerevoli studi presenti in letteratura si sono focalizzati sugli aspetti fisiologici del parto prematuro, ma è necessario accogliere tale nascita attraverso un modello bio-psico-sociale che abbracci in maniera esaustiva il significato di un evento così importante nella vita del bambino e dei genitori. E’ necessario promuovere un modello di assistenza individualizzata caratterizzato da maggiore attenzione al coinvolgimento della famiglia nelle cure del bambino e al supporto dei genitori. Genitori, troppo spesso, lasciati soli negli innumerevoli vuoti che una nascita così improvvisa inevitabilmente comporta. Una mamma e un papà prematuri necessitano di calore, accoglienza, silenzi, rispetto, cure. Proprio come il loro bambino. Bisogna saperli sfiorare, senza invadere il loro spazio, già sconfinato dall’imprevedibile. E accompagnarli, un passo indietro, rispettando la giusta distanza emotiva, che permette loro di andare avanti, nonostante tutto. I genitori pretermine hanno sguardi pieni di domande in attesa di risposte, e ogni silenzio non spiegato destabilizza un equilibrio difficile perché fatto di attimi e di segnali. Perché cambia tutto, e i 5 sensi si amplificano per cogliere anche il più piccolo segnale del proprio bambino. E un mondo finora sconosciuto diventa casa, dove suoni innaturali si trasformano in ninne nanne per tutti i piccoli guerrieri. Dove è facile riconoscersi e sostenersi, ognuno con la sua storia e le sue paure, mentre le ore scorrono e la speranza cresce. I genitori pretermine sono genitori in battaglia, genitori che guardano le loro paure più grandi negli occhi e sfidano l’imprevedibile, che graffiano la vita accarezzando i cuori dei loro bambini. Ecco perché, nonostante i progressi nelle cure neonatologiche, la nascita pretermine continua a rappresentare un evento potenzialmente traumatico per i genitori e per lo sviluppo del loro bambino. Questo rende necessario un intervento di prevenzione e trattamento in grado di rispondere efficacemente alle esigenze psicologiche della triade madre-papà-bambino e al bisogno di riprendere quel processo di genitorialità bruscamente interrotto e iniziato durante i mesi dell’attesa.
M. Cecilia Gioia

Quando le mamme sono tristi.

post_partum_aw-2-225x300  La nascita di un bambino viene considerata da sempre come un evento gioioso. Il vissuto provato della nascita invece è spesso in netto contrasto con questa immagine idealizzata della maternità. Dopo il parto la donna sperimenta un calo dell’umore e una certa instabilità emotiva. Spesso molte donne si trovano a dover affrontare le richieste del neonato, per le quali hanno una preparazione e un sostegno inadeguati, la perdita della routine, le notti insonni, i cambiamenti di ruolo comprese le decisioni relative al proprio lavoro. Altri fattori stressanti possono essere l’isolamento, difficoltà finanziarie o un parto inaspettatamente problematico. Questo sconvolgimento emotivo può scatenare nelle donne più vulnerabili un’esperienza depressiva di varia intensità.

Il 10-20% delle donne si ammala di depressione postnatale, una condizione caratterizzata da sentimenti di tristezza, colpa, senso di inutilità e ansia, pensieri sul suicidio e sulla morte, difficoltà di concentrazione e nel prendere decisioni, disturbi del sonno e dell’appetito, mancanza di interessi e di energia. Questi sintomi non sono transitori e possono persistere con vari livelli di intensità per parecchi anni.

Esiste un modello biopsicosociale che spiega la depressione postnatale attraverso tre fattori di diversa natura quali: i fattori di vulnerabilità, che rispecchiano il fatto che alcune donne sono più soggette alla depressione postnatale che altre. I fattori facilitanti-scatenanti ovvero i livelli di stress collegati a eventi difficili accaduti subito prima dell’insorgenza della depressione postnatale, le variabili moderatrici dello stress(sostegno sociale e abilità di coping). I fattori biologici, come un improvviso e considerevole calo nei livelli degli estrogeni dopo il parto.

Le cure possono consistere nella psicoterapia e nella partecipazione a terapie di gruppo con donne che manifestano la stessa sintomatologia; nell’eventuale assunzione di ansiolitici e antidepressivi, che sono cure possibili, ma da assumere comunque sotto controllo medico. È necessario rivolgersi ad uno specialista, uno psicoterapeuta o uno psichiatra, se i sintomi sono di una entità allarmante o comunque persistono oltre le due settimane, se si ha la sensazione di poter fare del male a se stesse o al proprio bambino e se i sintomi di ansietà, paura e panico si manifestano con grande frequenza nell’arco della giornata

La relazione madre-bambino.

Lo sviluppo del rapporto madre-bambino è il processo psicologico centrale del periodo perinatale. La relazione madre-bambino inizia già durante la gravidanza in uno scambio reciproco di emozioni che consolidano l’attesa attraverso lo sviluppo di una identità materna. La depressione postnatale trascurata o sottovalutata può avere effetti negativi su tutta la famiglia, condizionando il corretto sviluppo di una buona relazione madre-bambino. Una donna che soffre di depressione postnatale sperimenta quotidianamente un ventaglio di emozioni che fatica a condividere perchè inaccettabili, prima di tutto da se stessa, come ostilità verso il bambino, rammarico per la gravidanza, sensazione di sollievo quando si allontana dal bambino, tentativo di evasione o fuga dal contesto relazionale.

Il baby blues.

La maternity blues, o tristezza post-partum, è una sindrome transitoria che interviene nelle prime 48 ore dopo il parto. Di norma si risolve spontaneamente entro una settimana. È importante identificare le donne con maternity-blues poiché il 20% di esse presentano un episodio depressivo maggiore nel primo anno dopo il parto.

La depressione in gravidanza.

La gravidanza è un momento irripetibile nella vita di una donna, tanto delicato quanto incredibilmente denso di forza e di coraggio. E’ il tempo dell’attesa e della fisiologica necessità di imparare a sostare con gli innumerevoli modifiche fisiche e psicologiche che accompagnano i nove mesi di endogestazione. Ecco perché è importante sostenere le donne e i papà sin dal preconcepimento, in un’ottica di prevenzione e promozione di benessere psicofisico, promuovendo spazi di incontro e confronto tra i neo genitori.

Perché una donna che soffre di depressione ha bisogno di essere riconosciuta nel suo disagio attraverso una presa in carico che non coinvolge solo la donna, ma tutto il sistema familiare che ne è inevitabilmente coinvolto.

Da un po’ di anni, come psicoterapeuta che si occupa di perinatalità, sto cercando di diffondere informazioni per prevenire e portare alla consapevolezza di tutti la necessità di ricreare una rete di sostegno intorno alle neomamme in un’ottica di salutogenesi per tutte le famiglie. Molto è stato fatto, ma non abbastanza, ecco perché è necessario continuare a fare prevenzione attraverso tutti i mezzi divulgativi. Per info si può consultare il sito www.depressionepostpartum.it e selezionare la regione di riferimento per conoscere i centri o le associazioni riconosciute a livello nazionale che si occupano di depressione postpartum. Sul nostro territorio è attiva l’Associazione Culturale MammacheMamme , di cui sono presidente, unica associazione riconosciuta in Calabria dall’Osservatorio Nazionale sulla Salute della Donna (ONDA) che da quattro anni è accanto alle neomamme e ai neopapà promuovendo il famoso proverbio “Per crescere un bambino, ci vuole un intero villaggio”. Ecco, spesso il villaggio non fa abbastanza. Dovremmo provare a fare tutti più silenzio, per riuscire ad ascoltare la richiesta di aiuto di una madre. E di una famiglia.

Cecilia Gioia

Il papà nei primi giorni.

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Durante la gravidanza al papà è attribuito il ruolo del “fare“, preparare il nido, occuparsi della mamma e dei suoi bisogni e attendere. Con la nascita del bambino può finalmente “sentire“, sintonizzandosi con il suo essere padre e marito. Con la sua presenza costante e silenziosa, sostiene la mamma e il suo bambino in questa nuova avventura, perchè incontri come questi hanno bisogno di rispettoso silenzio e di braccia che avvolgono, perchè consapevoli. Nei primi giorni, dopo la nascita,  il papà diventa un filtro capace di gestire le visite “dovute” soprattutto nei primissimi momenti in clinica o in ospedale. E’ importante che la mamma e il papà si siano confrontati su cosa desiderano subito dopo la nascita, una sorta di “piano postpartum” con annessi desideri di entrambi. Nei PerCorsi di Accompagnamento alla Nascita e alla Genitorialità che conduco, propongo alla coppia di “lavorare” sui bisogni e desideri, perché una buona comunicazione è alla base di una nuova famiglia che nasce. Il papà, che conosce i bisogni della mamma, spiegherà questo bisogno di intimità, legittimandolo e proteggendolo, perché riconosciuto nel suo valore. Inoltre, durante il puerperio, moltissimi genitori ricevono quotidianamente “consigli non richiesti“. Anche in questo caso è funzionale vivere i “commenti” gratuiti come tali, perché se i genitori hanno ricevuto le giuste informazioni durante l’attesa, scelgono poi consapevolmente. L’importante è non subire delle scelte perché consigliate, ma riconoscersi come coppia genitoriale le competenze per poter scegliere.

Perché genitori non si nasce, ma si diventa, giorno per giorno.

Cecilia Gioia

Gli occhi della madre

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Nasciamo e mentre siamo protagonisti di un miracolo, incontriamo il mondo attraverso gli occhi di nostra madre. Occhi increduli, spesso poco consapevoli dell’immenso che sta per avvenire, oppure amorevoli, presenti e pronti ad accogliere. Altre volte nasciamo e incontriamo occhi evitanti e doloranti. Forse gli occhi di una madre triste. E conosciamo la tristezza.

Altre volte ancora non incontreremo mai quegli occhi e proveremo ad immaginarli e sognarli, masticando storie fantastiche, ricche di minuziosi dettagli scaldacuore.

Perché ognuno di noi nasce, attraverso gli occhi di sua madre. Ed è proprio da questo incontro che imparerà a guardare il mondo, conoscerà la gioia, la tristezza, l’assenza, la presenza consapevole, il rifiuto e l’accoglienza.

Perché gli occhi di nostra madre ci segnano, lasciando tratti indelebili, graffiti primordiali, che svelano inaspettatamente eredità e ricordi.

E intanto cresciamo, all’ombra di quello sguardo.

Uno sguardo che illumina o sbiadisce i contorni della vita. E noi impariamo a guardare così, attraverso quella lente che rispecchia o trasforma, scoprendo luci ed ombre di un mondo da svelare. Ah, quante parole silenziose in quello sguardo! Quanti vuoti e quanti pieni, quante rinascite e quanti addii. E quante immagini custodite da quell’alchemico incontro.

Ricordi di sabbia, che si disperdono in un sospiro.

E che ritornano, ogniqualvolta da adulti, ricerchiamo in quegli stessi occhi la nostra storia.

Perché gli occhi di una madre nutrono e deprivano, ogni giorno. In un assordante silenzio che pesantemente sfiora un Io bambina/o alla continua ricerca di un contatto.

Cecilia Gioia

Noi genitori e il tempo dei perché.

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Alla fine tocca veramente a tutti i genitori vivere il “famoso” e “temibile” tempo dei perché. Periodo di non facile gestione che manifesta il suo esordio verso i tre anni e termina intorno ai quattro, cinque (sei per quelli più resistenti) e che sottopone gli incauti genitori in voli pindarici e fantasiosi per rispondere alla serie interminabile di domande a cui è veramente difficile sottrarsi. Ma è anche un periodo di grandi scoperte e curiosità, dove il cervello del nostro bambino, avido di risposte cerca di nutrire la sua sete di conoscenza del mondo e della realtà che lo circonda attraverso un canale di trasmissione di informazione semplice, ma efficace, tipo “Perché devo mangiare la verdura? Perché la neve è fredda? Perché devo andare all’asilo?”, e potrei continuare all’infinito.

Come affrontare questo periodo?

Il primo passo è accogliere le sue domande con risposte brevi, trasformando questa fase, magari attraverso il gioco, in un momento di apprendimento divertente e funzionale. Utile è sintonizzarsi con i nostri ricordi da bambini mentre raccoglievamo domande per comprendere meglio la realtà, un esercizio semplice che ci permette di “mettere le scarpe” di nostro figlio. E’ un periodo unico ed irripetibile che pone le basi sulla fiducia che il bambino attribuisce alle informazioni fornite da mamma e papà, figure affidabili e competenti per soddisfare la sua sete di curiosità.

Il secondo passo è fornire risposte concrete, mai bugie o informazioni dette a metà. Come genitori possiamo legittimarci un sano “non lo so” e proporre al nostro bambino un tempo da dedicare alla scoperta dell’ennesimo quesito. Ogni genitore troverà le sue strategie per soddisfare la fisiologica sete di conoscenza, basta fare un bel respiro e che il famigerato tempo dei perché abbia inizio!.

Buon lavoro.

Cecilia Gioia 

tratto da www.lenuovemamme.it 

Esiste il genitore perfetto?

Osservo sempre più curiosa i mille modi di essere genitore e mi accorgo che non esiste una regola che va bene per tutte, ma mille innumerevoli sfumature che compongono la genitorialità.
Osservando l’interazione con il proprio bambino ci si accorge del tipo di relazione instaurata e il tipo di accudimento stabilito. E anche in questo caso non esiste il miglior modo possibile, ma tanti modi per prendersi cura del proprio figlio.
In particolare oggi ascoltando due giovani neogenitori, desiderosi di raccontarsi nei piccoli progressi dei loro bimbi, delle prime pappe e tanti piccoli traguardi da raggiungere, notavo la percezione squisitamente soggettiva che ognuno di loro aveva rispetto alle situazioni elencate.

Quale di queste percezioni è la più corretta? Tutte o nessuna, perché ognuna portatrice di una suo essere mamma o papà, di una sua storia, di un suo stile di attaccamento acquisito con la propria figura di accudimento e l’elenco potrebbe continuare per ore.

E alla domanda “Esiste il genitore perfetto?” mi piace rispondere, rimanendo nel qui ed ora, suggerendo di soffermarci sulle differenze individuali, per trasformarle in risorse per crescere, godendo del confronto nutriente. E soprattutto, smettendola di giudicare il nostro essere mamme e papà. I nostri figli sono un dono inestimabile, iniziamo a “sentirci” anche noi un dono per loro, attraverso l’accettazione delle nostre imperfette differenze e vulnerabilità.
In poche parole accogliamoci, per poter accogliere.

Cecilia Gioia

FMA-ESSERE-SUPEREROI

Hai il diritto di manifestare il tuo comportamento, i tuoi pensieri e le tue emozioni…

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Diciamo che quando si parla di diritti, mi sento decisamente “comoda”, e poi il mondo femminile è la mia casa e ci sto bene;  allora inizio questo viaggio, curiosa e impaziente, condividendo il primo diritto, per noi donne e mamme:

1. Hai il diritto di manifestare il tuo comportamento, i tuoi pensieri e le tue emozioni, e di assumerti la responsabilità di realizzarli, accettandone le conseguenze.

Finalmente l’ho scritto, lo rileggo, lo riconosco, sorrido, ma….cosa risuona in me, in noi e nelle nostre pance?

Iniziamo da un primo livello, il riconoscimento dei nostri comportamenti, dei nostri pensieri e delle nostre emozioni, attraverso un “genuino” ascolto, un momento in cui sospendere il giudizio e la doverizzazione, per sintonizzarci su noi stesse.

Ma quando è stata l’ultima volta che lo abbiamo fatto? Quando ci siamo soffermate su di noi, eliminando ogni rumore interferente per ascoltare quella voce, spesso poco percettibile, ma presente?

Domanda semplice, a cui spesso facciamo fatica a rispondere, ma vi e mi invito a chiedercelo, in questo viaggio nel nostro cuore e nella nostra pancia.

Un secondo livello che emerge in questo diritto è la capacità di comunicare i nostri comportamenti, i nostri pensieri e le nostre emozioni, con una libertà espressiva nutriente e individuale, scegliendo tra i molteplici strumenti comunicativi che legittimano il “sentirsi” in maniera consapevole.

Ma noi, donne e mamme che leggiamo questi pensieri, quanto comunichiamo? O meglio, quanto la nostra comunicazione è fluida e quanto alterata o inibita da filtri ansiosi interferenti? Caspita, mentre scrivo risuonano in me mille episodi della mia vita, in cui non mi sono riconosciuta il diritto di comunicare liberamente, e devo dire che questi ricordi mi fanno sentire decisamente “scomoda”.

E proprio questa considerazione mi permette di introdurre un nuovo livello di riflessione, la consapevolezza dei nostri diritti, come base solida su cui costruire il rispetto per noi stesse e per gli altri.

Lavorare con le donne e le mamme è un dono di un valore inestimabile, una ricchezza inesauribile che si genera da ogni incontro, dove le emozioni hanno un ruolo centrale nelle relazioni che si instaurano attraverso sguardi e con-tatti di storie e vissuti.

Ed è proprio la molteplicità di questi incontri che sottolinea la difficoltà in noi donne di accogliere questo “sentirci” consapevoli dei nostri diritti. E’ di fondamentale importanza riconoscerli, e attraverso il principio di reciprocità,  ri-conoscere gli stessi diritti nell’altro, attribuendo a noi stesse un ruolo attivo e gratificante nella relazione.

Capite bene che fare questo consapevolmente, scegliendo e scegliendosi, è quanto di più efficace possa esistere per stabilire relazioni interpersonali “solide” e “di rispetto”, e allora perché non farlo?

Il quarto livello si caratterizza attraverso la disponibilità ad apprezzare noi stesse e gli altri.

Questo implica una buona autostima e la capacità di valorizzare gli aspetti positivi dell’esperienza attraverso una visione funzionale e costruttiva del proprio ruolo in famiglia, nel lavoro e nella società.

Bene, soffermiamoci un attimo, facciamo un bel respiro e proviamo a ricordare l’ultima volta in cui abbiamo abbracciato noi stesse regalandoci un ”brava, sono orgogliosa di me; e se questo ricordo fatica ad arrivare, poco male, iniziamo da oggi a “nutrirci” di autostima, una prescrizione che fa bene e – udite udite – non presenta controindicazioni.

L’ultimo livello è relativo alla capacità di mantenere un’immagine positiva di noi stesse,  stabilendo un rapporto di fiducia e di sicurezza personale.  Come donne e mamme, iniziare a percepirci come buone risolutrici di problemi non è poi così difficile. Ogni giorno ci confrontiamo con piccoli conflitti interni e difficoltà, e le nostre strategie  spesso si rivelano utili per fronteggiare una quotidianità non sempre semplice.

Ed ecco, che anche in questo caso, gratificarsi con un semplice “brava” o consolarsi con un “poco male, andrà meglio la prossima volta”, diventa un metodo strategicamente nutriente per viversi.

In fondo basta poco per mantenere il nostro “ambiente interno” accogliente, quindi proviamo a dedicare meno attenzioni alla nostra casa “esterna” e tante coccole e ascolto a quella” interna”, perché la scoperta di noi stesse non sia più percepita come un obbligo, ma come una fisiologica necessità.

Cecilia Gioia

tratto da: www.bambinonaturale.it

Hai il diritto di commettere errori, essendo la/il responsabile di te stessa/o.

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Il passaggio alla genitorialità è costellato spesso da una ricerca quasi “bulimica” di informazioni, teorie e testi “saggi” che provano, in minima a parte, a saziare questa nostra immensa sete di conoscenza, di certezze e di buone regole del “perfetto genitore”.

In fondo, genitori non si nasce ma si diventa, e spesso questa trasformazione fisiologica non coincide in maniera sincrona con l’aspetto squisitamente psicologico ed emozionale. Ed ecco che i tanto temuti pensieri di disvalore prendono forma, minando un assetto psichico ricco di emozioni contrastanti e di stimoli, non sempre facili da digerire.

Noi donne e mamme queste emozioni le conosciamo bene, perché spesso accompagnano il nostro rientro a casa dopo il parto. E mentre il nostro corpo ha il “diritto” di vivere dei tempi fisiologici per ri-prendersi, al nostro meraviglioso mondo interiore è richiesto un surplus di energie, che spesso faticano a manifestarsi. Ed è proprio questa dissonanza che insinua il primo dubbio: “Ce la farò?

Ma ecco che. tra una poppata e un sonnellino rubato, tornano alla memoria le innumerevoli informazioni ingurgitate durante l’attesa mentre proviamo a rievocare le varie regole e “competenze acquisite”. “Bene – ci ripetiamo con consapevole incertezza- ho letto tutto, dal primo all’ultimo dispensatore di teorie, ho gli strumenti per farcela e sicuramente ce la farò”.

L’idea di un fallimento, seppur in sottofondo, si annulla magicamente, grazie a una serie di autori e grossi nomi che assicurano con assoluta certezza cosa bisogna “fare” per diventare un “perfetto genitore”. Ed ecco che il “Fare” prepotentemente occupa il posto del “Sentire”, e le regole e le teorie si trasformano nel nostro pane quotidiano, spesso masticato, ma ahimè, poco digerito.
Si continua così, leggendo e con-dividendo saperi poco esperiti, fino a quando e finalmente (dico io) commettiamo il primo e tanto temuto errore genitoriale, e tutte le certezze lasciano il posto ad una generalizzazione catastrofica e funesta del nostro essere genitori “imperfetti”.

Ed ecco che il 5° diritto entra prepotentemente nella nostra vita ricordando a noi stesse/i che: Hai il diritto di commettere errori, essendo la/il responsabile di te stessa/o.
Possibilità meravigliosa questa, quanto difficile da digerire, in fondo accettarsi con le nostre speciali imperfezioni, umane competenze e in-competenze è un percorso non semplice ma necessario, per vivere il nostro essere genitori come un dono speciale, e non una corsa a ostacoli disseminata dei tanto temuti “errori”.

Nessuna/o di noi è perfetta/o e la possibilità di commettere errori rientra in quel meraviglioso corredo genetico e comportamentale che ci rende squisitamente umane/i.

Ricordiamo a noi stesse/i il valore di viverci come apprendisti genitori e il ruolo stesso dell’apprendimento come un cambiamento relativamente permanente che risulta prodotto dall’esperienza [1].

Cosa risuona in noi tutto questo? Guardare ai nostri sbagli, accogliendoli come un’occasione per migliorare, crea terreno fertile per approvare un pensiero nutriente quale: “Noi non siamo i nostri errori, siamo altro” e la consapevolezza di essere “altro”, ci sostiene ogniqualvolta diventa necessario rialzarsi per ri-cominciare.
Ognuna/o di noi commette errori e riconoscersi questo diritto equivale ad ammettere a se stesse/i quanto sia irrazionale pensare di non sbagliare mai. Siamo individui consapevolmente imperfetti.Concediamoci il diritto di sbagliare, rimanendo “presenti” ai nostri sbagli, senza mai mettere in dubbio il nostro immenso valore.

Cecilia Gioia

1. http://it.wikipedia.org/wiki/Apprendimento

tratto da: http://www.bambinonaturale.it