Oggi 1 maggio, festeggio il mio lavoro.

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Oggi Festa dei lavoratori ripenso al significato “altro” che attribuisco ogni giorno al mio lavoro.

Una vera e propria passione che ha origine nella pancia e nel cuore e che si mentalizza, ogni giorno, attraverso atti terapeutici.

Il mio lavoro ha obiettivi ambiziosi, promuovere salute psicofisica, sviluppando processi di consapevolezza nell’individuo e nella società.

Diciamo la verità, più che un lavoro è una vera e propria sfida quotidiana dove è facile restare in biblico o interrompere (per pochi secondi) il respiro. Perché quando si entra in relazione con l’altro tutto cambia e si trasforma, anche il tempo.

E poi a dirsela tutta, considero il mio lavoro una forma d’arte, un vero e proprio atto creativo, dove personalità e storie si intrecciano in improbabili danze, in un setting terapeutico che sa accogliere e so-stare.

E poi si nutre di alleanza, di disponibilità al cambiamento e di fiducia, insomma una promessa che si conferma in ogni seduta, e che ricorda il valore della “cura” attraverso le parole.

E’ un lavoro misterioso, quello dello psicoterapeuta, ricorda un po’ il mestiere dell’alchimista che trasforma i processi psichici, agendo sulla mente e sul corpo. E dona benessere.

E’ un lavoro duro, può portarti in luoghi sommersi e spesso scomodi, “costringendoti” a vedere “oltre“, per accogliere l’altro e la sua storia.

E’ un lavoro unico, lavora sui confini, spesso sui margini, in solitaria coscienza, mentre mille immagini scorrono evocando emozioni e ricordi.

E’ un lavoro di accettazione, di continua ricerca personale, di messa in discussione e di atti di consapevolezza e di fiducia verso se stessi e i propri strumenti terapeutici.

E’ un lavoro che amo, nutro e fa parte di me.

E’ il mio lavoro e oggi, come ogni giorno, voglio festeggiarlo.

Cecilia Gioia 

Hai il diritto di dire “Non so”.

Troppo spesso ci viene chiesto di sapere “tutto” o quasi, nonlosogif1costringendoci” a percepirci come fonte inesauribile di conoscenza. Pensiero, questo, quanto mai irreale, che regala frustrazioni e sensi di colpa e che inibisce un semplice e fisiologico “non so”.

Perché succede questo?
Potremmo provare a teorizzare il tutto attribuendo a noi stesse la difficoltà di ammettere la nostra ignoranza di fronte a domande a cuinon sappiamo rispondere, ma la pratica ci insegna la nostra predisposizione a fingere di sapere ciò che l’altro ci chiede.
Ecco perché scegliamo di annuire convinte, consapevoli di non sapere, per “donare” agli altri un’immagine decisamente irreale di noi , decidendo di “tradirci consapevolmente”, ogni giorno.
E se provassimo invece a rimanere fedeli a noi stesse, riconoscendo i nostri limiti e i nostri “non lo so”?

Ed ecco che fa capolino un diritto, più vero e concreto che mai: tu hai il diritto di dire “Non so”, quando si pretende da te una competenza che non hai.

In fondo tutto questo rappresenta la libertà di sostenere nuove esperienze e nuovi confronti, senza promuovere il pensiero tanto ansiogeno della “tuttologia” intrinseca che si autoalimenta, e allora perché non seguirlo?
Decidere di essere se stessi vuol dire scegliere di non tradire le nostre meravigliose differenze individuali che ci rendono sorprendentemente unici e speciali.
E poi rispettare e far rispettare i nostri confini con un sano “non lo so” ci fa star bene e ci libera dal peso del giudizio altrui, e finalmente leggere possiamo godere dei nostri limiti, percepiti come complici e non più come ostacoli.

Buon lavoro, a tutti.

Cecilia Gioia

tratto da http://www.bambinonaturale.it

Hai il diritto di scegliere se trovare una soluzione ai problemi degli altri.

Quante di noi, scelgono almeno una volta al giorno di indossare i panni della crocerossina per promuovere il pensiero surrealista del “Se non me ne occupo io, chi può farlo?sindrome-di-atlante-narcisismo

E se alcuni di noi si riconoscono in questa nota “Sindrome dell’Io ti Salverò”, facciamo un bel respiro, di quelli che ossigenano corpo e pensieri, e ascoltiamoci.

Provare a identificare i vari virus cognitivi che albergano nella nostra mente è quanto di più funzionale possa esistere, per un viaggio nutriente dentro noi stessi e il nostro modo di percepirci. Sarà che ci hanno insegnato che bisogna soddisfare i bisogni dell’altro, sarà che è “meglio” non deludere le aspettative, sarà che ci piace sentirci utili ed efficaci, resta il fatto che  spesso ci trasformiamo in SuperEfficienti Risolutori dei Problemi Altrui, dimenticando i nostri bisogni e “violentando” i nostri fisiologici tempi per ascoltarli.

Tutto questo per alimentare in noi delle idee irrazionali (Ellis, 1989) che impoveriscono le nostre risorse energetiche e promuovono questi pensieri: “Devo sempre occuparmi io dei problemi degli altri, se non lo faccio sono un’egoista”. Capite bene che quando un pensiero di questo tipo decide di abitare dentro di noi, le conseguenze che ne derivano sono catastrofiche.

Mi spiego meglio.

Rispondere “sempre” ai bisogni altrui ci fa sperimentare un senso di “eccessiva e irreale” efficacia, rinforzata soprattutto dai feedback di chi beneficia costantemente delle nostre strategiche e immediate soluzioni.

Tutto questo a discapito di un fisiologico ascolto del “VOGLIO”, che lascia il posto al “DEVO”, già parte integrante, ahimè, del nostro quotidiano vivere. E il modello salvifico “Stai tranquillo, ci penso io” assume sempre più valore, de-nutrendo i nostri bisogni.

Ma oggi voglio proporvi una riflessione, un virus “buono” che ri-genera: pensiamo ai nostri figli e alle competenze che vogliamo promuovere in loro. Immaginiamo tutte le volte che ci osservano e che, come spugne, assorbono alcuni nostri comportamenti. Prenderci cura dei nostri bisogni, legittimandoli come nutrienti di cui non possiamo fare a meno, equivale a insegnare ai nostri figli a fare altrettanto, rendendoli consapevoli di quanto sia necessario ascoltare la loro parte desiderante.

E allora un sano “No, non me ne occupo” ci protegge, ci cura e fa bene a chi ci sta intorno e ci osserva.

Adesso, quindi, un po’ di silenzio, momento unico e irripetibile per accogliere parole vibranti come queste: “Non conosco una via infallibile per il successo, ma soltanto una per l’insuccesso sicuro: voler accontentare tutti”(Platone).

Buon ascolto!

Cecilia Gioia

tratto da http://www.bambinonaturale.it

Hai il diritto di cambiare le tue opinioni.

Gestionando_2-pecerasRiflettendo, questo quarto diritto racchiude dentro di sé il requisito fondamentale per vivere bene.

Non riconoscere a noi stessi questa possibilità, può renderci poco flessibili e refrattari a un potenziale cambiamento. In fondo cambiare ci fa paura, ci destabilizza e ci rende meno sicuri. Meglio scegliere di cristallizzarci, ancorandoci spesso a idee e opinioni non sempre masticate e digerite, che ci conferiscono la sensazione di essere con gli altri e come gli altri.
Lo ammetto, sono un po’ ruvida, ma amo profondamente le differenze, le considero un valore unico che rende il nostro essere “umani” una piacevole scoperta da coltivare ogni giorno.

Tempo fa, quanto più percepivo le mie idee “stabili” e spesso irreversibili, tanto più sperimentavo una percezione di illusoria sicurezza e controllo verso i miei pensieri e le mie indiscutibili certezze.

Approccio scarsamente funzionale che non ha tenuto conto della variabile “imprevisti”, e che non ha attutito (sic!) lo scontro con una realtà non sempre accondiscendente. Con queste premesse comportamentali, ogni imprevisto su di me ha lasciato un segno.

Ma in fondo cosa rappresenta per noi cambiare opinione? Quando non ci riconosciamo il diritto di cambiare le nostre idee, decidiamo consapevolmente di non crescere. Tutto questo a discapito di uno scarso nutrimento dell’Io, che diventa evitante a qualsiasi confronto con l’altro, occasione per cambiare prospettiva.

Probabilmente il motivo di fondo alla base di questa scarsa flessibilità è dato dalla identificazione delle nostre idee con il nostro Io. Ma udite, udite, noi non siamo le nostre idee e proprio per questo abbiamo il diritto di cambiarle ogni qualvolta ci accorgiamo di sentirle scomode.

Passare da un’opionione all’altra, senza mai perdere l’entusiasmo di cambiare ogni volta prospettiva, ci insegna a vivere la nostra esistenza nel pieno delle nostre possibilità, assumendoci consapevolmente la responsabilità dell’azione.

Riconosciamoci il diritto di scoprire dei limiti nelle nostre idee, assecondiamo la nostra fisiologica, quanto necessaria, predisposizione naturale verso il cambiamento. Non inibiamo la nostra voglia di scoprire nuove prospettive e possibilità, anzi mettiamoci in gioco sor-ridendo delle nostre pseudocertezze. Lasciamoci andare a tutto questo e altro ancora, ricordando il valore del nostro Io, per scoprire i nostri confini e decidere poi, di andare oltre.

Permettiamo a noi stessi di cambiare, è un nostro diritto. Da sempre.

Cecilia Gioia

tratto da http://www.bambinonaturale.it

IL MODELLO COGNITIVO COMPORTAMENTALE

albero La psicoterapia cognitivo-comportamentale è una delle più diffuse psicoterapie per la terapia di diversi disturbi psicopatologici in particolare dei disturbi dell’ansia e dell’umore.

Si tratta di una disciplina scientificamente fondata, la cui validità è suffragata da centinaia di studi. La psicoterapia cognitivo-comportamentale, come suggerisce il termine, combina due forme di terapia estremamente efficaci:
La psicoterapia cognitiva: aiuta ad individuare certi pensieri ricorrenti, certi schemi fissi di ragionamento e di interpretazione della realtà, che sono concomitanti alle forti e persistenti emozioni negative che vengono percepite come sintomi e ne sono la causa, a correggerli, ad arricchirli, ad integrarli con altri pensieri più oggettivi, o comunque più funzionali al benessere della persona.
La psicoterapia comportamentale: aiuta a modificare la relazione fra le situazioni che creano difficoltà e le abituali reazioni emotive e comportamentali che la persona ha in tali circostanze, mediante l’apprendimento di nuove modalità di reazione. Aiuta inoltre a rilassare mente e corpo, così da sentirsi meglio e poter riflettere e prendere decisioni in maniera più lucida.
La terapia cognitivo-comportamentale (TCC) è una psicoterapia sviluppata negli anni ’60 da A.T. Beck.
È una terapia strutturata (si articola secondo una struttura ben definita, benché non in maniera rigida, per assicurarne la massima efficacia), direttiva (il terapeuta istruisce il cliente ed assume attivamente il ruolo di “consigliere esperto”), di breve durata (cambiamenti significativi sono attesi entro i primi sei mesi) ed orientata al presente (è volta a risolvere i problemi attuali).
Essa è finalizzata a modificare i pensieri distorti, le emozioni disfunzionali e i comportamenti disadattivi del cliente, producendo la riduzione e l’eliminazione del sintomo e apportando miglioramenti duraturi nel tempo.
La terapia cognitivo- comportamentale è una terapia breve che agisce in un ampio raggio di problemi psicologici, come la depressione, l’ansia, la rabbia, i conflitti coniugali, le paure e l’abuso/dipendenza da sostanze.
Il focus della terapia è incentrato su come pensi, agisci, comunichi oggi piuttosto che sulle esperienze dell’infanzia. Inoltre, dal momento che il paziente apprende ad auto-aiutarsi, diviene abile nel mantenere i miglioramenti acquisiti durante la terapia anche dopo la fine di questa.

COME AVVIENE LA VALUTAZIONE DEI PAZIENTI: Quando si comincia una terapia cognitivo- comportamentale, il terapeuta chiede di compilare alcuni questionari che servono per valutare il range di sintomi e problemi. Questi strumenti valutano la depressione, l’ansia, la rabbia, le paure, i disturbi fisici, la personalità e lo stile relazionale. Lo scopo di questa valutazione è quello di acquisire più informazioni possibili su come sta il paziente, così da comprendere velocemente quali problemi abbia (o non abbia) e quanto gravi questi siano.

PROGRAMMAZIONE DEL TRATTAMENTO: Paziente e terapeuta lavorano insieme per sviluppare un programma terapeutico. Questo include la frequenza degli incontri, la rilevanza di assumere farmaci o no: la diagnosi; gli obiettivi; l’acquisizione di competenze mirate; i cambiamenti che sono richiesti per modificare il modo in cui il paziente pensa, si comporta e comunica ed altri fattori…

COME SI STRUTTURA UNA SEDUTA: Alcuni altri tipi di terapia hanno un andamento della seduta non strutturato, mentre la terapia cognitivo- comportamentale prevede che all’inizio di ogni incontro paziente e terapeuta decidano un ordine del giorno che contenga le cosa fare. Tale “agenda” può includere la revisione delle cose dette nelle precedenti sedute, i compiti, uno o due problemi contingenti, una revisione finale di quanto appreso nella seduta attuale e i compiti per la settimana successiva. Lo scopo è quello di risolvere i problemi e non di lamentarsi solo di essi.

COMPITI DI AUTO-AIUTO: Esattamente come richiesto dal un personal trainer in palestra, la terapia cognitivo-comportamentale richiede che si faccia esercizio anche in mancanza del terapeuta. Ciò che si apprende nella terapia è ciò che occorre che si possieda e che diventi proprio al di fuori della terapia.
Ricerche hanno dimostrato che i pazienti che svolgono a casa i compiti dati in seduta raggiungono i risultati più in fretta e li mantengono più a lungo di chi non lo fa. I compiti di auto-aiuto possono includere il monitoraggio dell’andamento del proprio umore, dei propri pensieri e dei propri comportamenti; l’elenco delle attività svolte; la raccolta di informazioni; il cambiamento del modo in cui si comunica con gli altri e altri compiti.

La letteratura scientifica internazionale ha riportato l’efficacia della psicoterapia Cognitivo Comportamentale  per il trattamento dei seguenti disturbi:

Disturbi d’Ansia

Disturbi del tono dell’umore

Disturbi dell’alimentazione

Disturbi del sonno

Disturbi sessuali

Dipendenze comportamentali

Questo articolo è tratto da:

“Treatment Plans and Interventions for Depression and anxiety Disorders” by Robert L.Leahy and Stephen J. Holland. Copyright 2000 by Robert L. Leahy and Stephen J. Holland. Trad. It. Gaia Vicenzi

Accompagnare il parto e la maternità

Accogliere una madre significa spogliarsi di tutte le proprie debolezze, dei piccoli o grandi conflitti, degli innumerevoli dubbi sperimentati attraverso la propria maternità, per abbracciare senza ostacoli le sue emozioni e i suoi bisogni.

Significa “stare” in uno spazio che nutre e denutrisce perché ricco di vissuti, spesso trigger inconsapevoli di emozioni già provate.

Accogliere una madre significa scalare una montagna senza tregua, perché si è avvolti da una tempesta di emozioni che spesso lascia senza fiato.

Ecco perché, spesso, il silenzio è il miglior strumento di sempre. Ottimo contenitore che contiene, rielabora e trasforma spesso contenuti dolorosi in cicatrici di cui prendersi cura.
Significa camminare insieme, mai accanto, ma un passo indietro per ripercorrere con lei i suoi passi, segni indelebili e significativi del suo passaggio. Significa gioire con lei e piangere, mentre le pance si allineano in emozioni di sempre. Significa “sentire” attraverso il contatto il vibrare sorprendente della vita o il suono sordo di una pancia che ha contenuto per via di un’attesa interrotta.
Ecco perché le pratiche psicoterapeutiche si mescolano poi al personale “sentire” del qui ed ora, dove un rapporto terapeutico si consolida, per sempre, durante le ore del travaglio e del parto. Momenti unici in cui il setting abituale a cui noi psicoterapeuti siamo abituati si trasforma in una sala parto o una sala operatoria. E nuovi strumenti riempiono questi momenti di attesa.

E mentre il respiro si sincronizza e la voce guida l’attività contrattile di un utero che mette al mondo o di un varco segnato sulla pancia per nascere, il contatto oculare consolida e dà forza. Le mani si stringono, gli abbracci sostengono, le parole si mescolano in un canto che accompagna. E si va avanti per ore, tutto il tempo necessario per assistere un miracolo che saluta il mondo con un pianto o con un assordante silenzio.
Accogliere le madri per me è tutto questo e altro ancora, un passo indietro, sempre.

Cecilia Gioia

articolo tratto da : http://www.bambinonaturale.it

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Educare alle emozioni.

La qualità della vita di ogni individuo è influenzata dal modo in cui egli apprende, fin dai primi anni, a riconoscere e ad affrontare le proprie emozioni.
Tra le mille strategie proposte a noi genitori, emerge spesso l’educazione emotiva. Questo approccio consiste nel proporre al nostro bambino gli strumenti di base per riconoscere ed esprimere le emozioni, una sorta di “alfabetizzazione emozionale” (Di Pietro M., 1999) che promuove la riduzione del disagio emotivo.
Educare la mente del bambino, sollecitando l’intelligenza emotiva, favorisce l’espressione di reazioni alle emozioni equilibrate, e soprattutto funzionali.  Attraverso la relazione si aiuta il bambino a minimizzare l’effetto di stati d’animo spiacevoli, favorendo contemporaneamente l’esperienza e l’espressione di emozioni positive.
Tutto questo attraverso il gioco e il racconto, in un allenamento costante che permette di sviluppare nel nostro bambino una serie di “anticorpi” alle frustrazioni e alle emozioni spiacevoli. Oggi il concetto di intelligenza multipla considera l’intelligenza emotiva uno strumento elettivo per  riconoscere i nostri sentimenti e quelli degli altri, che consente di controllare efficacemente lo stress perchè permette di “rivalutare” l’evento che è stato causa del disagio.

Modificando il proprio dialogo interno, ossia il modo in cui il bambino parla a se stesso quando interpreta e valuta ciò che gli accade, si crea una vera e propria vaccinazione psicologica allo stress. Tutto questo permette di acquisire sempre più nuove strategie di problem solving che favoriscono nel bambino coinvolto, una percezione di efficacia perché “capace” di elaborare risposte positive e flessibili.

La psicologia cognitivo-comportamentale ha evidenziato che i meccanismi psichici che governano le nostre reazioni emotive sono da identificare negli aspetti cognitivi, ovvero nelle nostre modalità di pensiero.
Aiutando i nostri figli a correggere le “distorsioni” presenti nel loro modo di rappresentarsi la realtà, sviluppiamo in loro “nuove competenze” per supportare e superare le emozioni spiacevoli.
E allora mamme e papà, proponiamo in famiglia un allenamento quotidiano alle emozioni, i nostri figli apprezzeranno tantissimo e anche noi.

Cecilia Gioia

Di Pietro M. – “L’educazione razionale-emotiva“ – Erickson, 1992.
Di Pietro M. – “L’ABC delle mie emozioni“ – Erickson, 1999.

Tratto da: http://www.lenuovemamme.it/educare-alle-emozioni/

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Mamme e bambin*, impariamo l’accoglienza.

Succede che stare con le mamme quotidianamente ti apre una finestra su un mondo tanto discusso ma poco sostenuto. Succede anche che ogni incontro con gli occhi di una mamma che ha appena partorito in modo naturale – o no –  ti risintonizza con il tuo stesso sguardo di neomamma stanca e dolorante (nel mio caso per il cesareo subìto) che ricerca un appoggio caldo e accogliente dei suoi innumerevoli dubbi e timori verso un piccolo miracolo tutto da esplorare.

E proprio in quel silenzioso scambio di sguardi che avviene l’alchimia, le pance si allineano in una trasmissione silenziosa di emozioni e di vissuti femminili che regalano nuove consapevolezze inespresse ma ben tracciate. Cosa significa diventare mamma, oggi?
Esattamente lo stesso significato di sempre, ma con qualche cicatrice in più. Sarà che le aspettative irreali ma, ahimè, presentate ogni giorno da tutta la nostra società come auspicabili, ci prospettano un modello necessariamente da imitare perché unico e valido. Sarà che i social network e tutti i mezzi di comunicazione presenti in questo periodo storico hanno cancellato o inficiato la nostra innata capacità di comunicare bene. Sarà che i ritmi sempre più sostenuti alterano la percezione naturale di un tempo legato a un’endogestazione su cui spesso si interviene per ridurre i fisiologici nove mesi dell’attesa e su un’esogestazione sempre più immediata e stereotipata, specchio di una società dove tutto, o quasi, è replicabile.
Sarà che non ci riconosciamo più l’importanza dell’ascolto attivo e dell’accoglienza non giudicante, strumenti elettivi e nutrienti per stabilire relazioni efficaci, fondamenta solide e necessarie per una società evolutiva e in cammino.
Sarà che siamo tutti un po’ distratti, perchè una donna che porta in grembo o nel cuore un miracolo è ella stessa un dono per la società e come tale va sostenuta, accolta, ascoltata e rispettata perché portatrice sana di una scelta coraggiosa e unica.

Una donna che diventa mamma di un angelo, una mamma di cielo (perché l’attesa si è interrotta), è una donna che va nutrita di presenze silenziose e di abbracci quotidiani, di parole di rispetto e di tempi dilatati.

Una donna che decide di provare a diventare madre accetta dentro di sé un percorso non sempre lineare e prevedibile, un atto che richiede grande coraggio, un gesto d’amore che si rinnova in ogni nascita, in ogni adozione e in ogni battito di ali di bimbi meteora.

Mi chiedo se in questa frenetica corsa riusciamo a sospenderci anche per pochi secondi per riflettere sull’incredibile rituale della nascita che si ripete in tutto il mondo, attimo per attimo. E a provare, in questi pochi secondi di silenzio, a sintonizzarsi con questa incredibile energia che abbraccia l’intero globo, gioendo consapevolmente di far parte di un luogo straordinario perché culla di un miracolo ricorrente.

Donne che decidono di diventare madri, che accettano di condividere o lasciare andare il bene più prezioso, un figlio. Donne che chiedono alle donne sostegno, accoglienza e ascolto, doni meravigliosi perché naturali e presenti in tutte noi. Donne che danno vita ad un miracolo, di cui noi tutte, consapevolmente (?), facciamo parte. Nutriamoci di miracoli, di vita e di atti coraggiosi.
Iniziamo da oggi, sosteniamo le donne, sosteniamoci, adesso.

Ceciiia Gioia

tratto da : www.bambinonaturale.it

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Angeli che baciano angeli.

Raccontare ai propri figli la vita è un’impresa naturale. Perché i bambini comprendono, accolgono e rimangono nei racconti. Spesso non cercano spiegazioni per andare oltre e razionalizzare, perché sanno STARE attraverso un’innocenza disarmante che stupisce.

Raccontare quindi della vita e anche della morte, senza usare sinonimi improponibili quanto irreali, e riconoscere dignità e rispetto a temi con cui spesso noi adulti facciamo fatica ad accogliere. Ma i bimbi no, loro sanno STARE, anche nei contenuti più “scomodi”.

Parlare con loro di lutto perinatale diventa semplice. E le parole fluiscono lente, non c’è fretta di concludere perché il nostro interlocutore sfugge o “non sostiene”, perché i bambini rimangono, ascoltano, accolgono e sorridono. Non chiedono dettagli morbosi o ridondanti, ma si interessano di ciò che è veramente utile. Esteban (6 anni) spesso dice –La mamma sarà molto triste-, e chiede – Ha salutato il suo bambino?– ricordando il mio lavoro –Hai fatto compagnia alla mamma?– e Manuel (3 anni e 9 mesi) suggerisce –Meglio fare una carezza però, prima che voli in cielo– e rassicura –Ma adesso non sarà solo, perché farà amicizia con i nostri fratellini-.

Frasi che nascono dal cuore e che sottolineano l’incredibile ricchezza dei bambini nel cogliere le emozioni, tralasciando tutto il resto. E la loro semplicità contiene e rigenera perché fonte inesauribile d’incanto verso un quotidiano non sempre facile.

Perché è fisiologico raccontare ai propri figli della vita e della morte, rispettando i tempi e i silenzi, in un processo che nutre di consapevolezza. E osservarli mentre mandano baci al cielo, in un gesto naturale che fa bene.

Cecilia Gioia

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Riflessioni sul lutto perinatale.

La solitudine delle madri non va mai in vacanza, la percepisci da lontano, dagli sguardi o da una telefonata inaspettata. Ci sono sempre più mamme sole, ognuna con la sua storia e la sua maternità vissuta o meno seguendo un percorso socialmente “accettato” e condiviso. E poi ci sono le mamme di cielo, donne a cui è stato strappato il loro frutto, spesso silenziose, perchè si sa, nessuno vuole sentire parlare di morte, soprattutto di un piccolo fiore. A queste mamme è “vietato” soffrire, ricordare, piangere e aver paura, perché sempre meno persone riconoscono il loro dolore. Ecco perché sempre più mamme di angeli scelgono il silenzio, custodendo gelosamente sensazioni e ricordi, e attraverso piccoli rituali danno dignità e voce al loro essere madri.

Lavorare accanto a mamme così speciali può semplicemente renderti migliore, come operatore, come donna e soprattutto come madre. Entrare in contatto con un momento così intimo e così denso di emozioni, mentre una diagnosi quasi surreale decreta la fine di un sogno, crea un legame indissolubile. Assistere e accogliere l’incredulità di una mamma e di un papà rispetto a un dolore così grande, pone me come operatore un passo indietro la coppia, dove la mia presenza come psicoterapeuta, riconosce e sostiene tempi e bisogni individuali della coppia stessa. Dal momento della diagnosi dell’assenza del battito, all’entrata in sala parto, il tempo inizia a dilatarsi e la percezione fisiologica dei minuti, si trasforma in momenti emotivamente intensi, dove al dolore della coppia si affianca la necessità di capire cosa la mamma dovrà affrontare. Fornire informazioni corrette, rispondere a questo bisogno, spesso espresso dal papà, equivale a riconoscere l’importanza per il genitore di poter scegliere. L’assistenza in sala parto, durante il travaglio e il parto, diventa un momento in cui tutto si ferma, lasciando tracce incancellabili nella memoria, dove la mamma e il suo bambino possono incontrarsi e salutarsi. Come operatori che quotidianamente ci confrontiamo con il dolore e la sofferenza, assistere alla nascita di un angelo ci rende vulnerabili, sintonizzandoci spesso con i nostri lutti irrisolti o le nostre esperienze con la morte. Tutto questo non deve rappresentare un ostacolo, ma un nostro punto di forza da cui partire. I genitori di cielo sono custodi di angeli e il loro dolore ha suoni e colori e noi come operatori, possiamo accoglierlo e sostenerlo, nella sua dignità. Perdere un piccolo fiore, non equivale a provare un piccolo dolore e di questo dovremmo essere tutti più consapevoli.

M. Cecilia Gioia

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