Ti disprezzo, ma ho bisogno di te

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E’ in questa frase l’essenza del comportamento passivo aggressivo, una continua ambivalenza tra l’ostilità e l’intensa dipendenza emotiva dagli altri. L’aggressività passiva è una modalità di esprimere rabbia indirettamente, cioè ferendo gli altri senza “visibilmente” fare nulla. Tutto questo si esprime in sarcasmo, complimenti ambigui, eccessive dimostrazioni di interesse e gentilezza irreali, procrastinazioni, finti fraintendimenti, omissioni e negazione dei propri sentimenti di rabbia quando qualcuno li nota. Alla luce di tutto questo definiamo il comportamento passivo aggressivo come un modo deliberato e mascherato di esprimere sentimenti di rabbia (Long, Long & Whitson , 2008).

Per essere classificati come atteggiamenti passivo-aggressivi, devono essere accomunati un’intenzione ostile nascosta dietro un atteggiamento apparentemente disponibile. Di fatto utilizzando questo tipo di comportamento, le persone esprimono la loro scarsa tendenza all’assertività, la difficoltà ad affrontare un eventuale conflitto e le emozioni negative emergenti seguiti dai sensi di colpa.

Ecco alcuni esempi di comportamenti passivo-aggressivi:

  • adottare una comunicazione ambigua;
  • drammatizzare;
  • procrastinare;
  • chiedere frequentemente scusa;
  • utilizzare i sensi di colpa;
  • essere spesso in ritardo;
  • polemizzare;
  • essere irresponsabile;
  • evitare l’intimità e la tenerezza verso l’altro;
  • controllare e manipolare l’altro.

Tutti questi comportamenti passivo-aggressivo hanno in comune l’insicurezza nell’esprimere i propri sentimenti e le proprie emozioni.

Benchè tutti noi utilizziamo saltuariamente comportamenti di questo tipo, ci sono alcune persone che ne fanno la loro modalità di relazione abituale.

Una buona consapevolezza delle emozioni che ci abitano è fondamentale per un equilibrio psicologico, ecco perché diventa fondamentale il concetto di “regolazione emotiva”. Nel caso della rabbia, indica la capacità dell’individuo di esprimere questa emozione liberamente, evitando atteggiamenti di repressione, di aggressività passiva o disregolata.

Cecilia Gioia

Bibliografia:

The Angry Smile: The Psychology of Passive-Aggressive Behavior in Families, Schools, and Workplaces. Long, Long & Whitson , 2008

 

 

Diventare mamma, un atto davvero creativo.

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Diventare mamma rappresenta l’atto creativo per eccellenza. La donna apprende, attraverso un percorso di consapevolezza, a fare spazio per accogliere le trasformazioni che il suo corpo e la sua mente vivranno durante i mesi di endogestazione. E sin dai primi attimi di vita intrauterina, mamma e figlia/o sperimenteranno la consapevolezza di vivere, come protagonisti assoluti, un vero e proprio miracolo creativo, una scintilla di pensiero che racchiude in sé tutto il senso del mondo. Mettere al mondo un figlio è concepire nuove parti sè, come donna consapevole di camminare sul mondo, esprimendo liberamente se stessa e il suo essere madre. Ed è attraverso questo atto creativo che la coppia sperimenta le sue risorse endogene, spesso inconsapevoli, attraverso le piccole e grandi conquiste che caratterizzano il diventare genitori.

Il dono più bello che un genitore possa fare ai figli è l’ottimismo, indispensabile per crescere sereni. Secondo Seligman l’ottimismo è il risultato del nostro stile di attribuzione, vale a dire di come interpretiamo gli eventi che ci riguardano. Crescendo, il bambino si crea un’immagine causale delle cose che gli accadono, sviluppa cioè delle teorie sui motivi per cui determinate cose accadono e del perché egli fallisce o ha successo. Come genitori possiamo quotidianamente migliorare l’ottimismo dei nostri figli attraverso una serie di azioni “creative” che sollecitano nel bambino il bisogno di far leva sulle sue risorse interne, quali

  • proporre loro attività che migliorano la loro padronanza del mondo circostante come scegliere i vestiti da mettersi ogni giorno, le cose da acquistare al supermercato, i cibi da mangiare, i giochi. Questo approccio comporta anche lasciare che i nostri figli provino a risolvere da soli le proprie difficoltà, senza criticarli in caso di insuccessi. Sostituirsi a loro, anche se a volte è più rapido, criticarli o lodarli senza un motivo impedisce ai nostri figli di sviluppare le capacità necessarie per affrontare la vita, e riduce la loro fiducia in se stessi, perché trasmettiamo il messaggio che sono incapaci di cavarsela da soli.
  • stimolare nei propri figli la creazione di nuove strategie per relazionarsi meglio con gli altri come fare amicizia con altri bambini, negoziare in caso di disaccordi, rivolgersi a persone adulte.
  • spiegare i loro (e i nostri) insuccessi e successi con commenti che promuovono uno stile ottimista, cioè descrivere l’evento negativo come di importanza limitata, temporaneo, circoscritto a un solo un aspetto della loro persona, e dovuto a cause esterne o a un loro comportamento modificabile.

Numerosi studi si sono concentrati sul mettere in evidenza le basi cerebrali del pensiero creativo. Già negli anni Settanta è stata promossa, su basi scientifiche, la teoria che la creatività fosse associata ad una maggiore attivazione da parte dell’emisfero destro del nostro cervello: tale zona, infatti, sembrerebbe avere un ruolo predominante a livello di percezione e produzione musicale, nella creazione delle arti visive e nella produzione di immagini mentali (Martingale, 1981; Seamon – Gazzaniga, 1973, cit. in Sternberg 1999). Secondo Gardner (1994) la persona creativa è colei che regolarmente risolve dei problemi, elabora dei prodotti o formula interrogativi nuovi in un modo che inizialmente viene considerato originale ma che finisce per venir accettato in un particolare ambiente culturale. La persona creativa non è creativa una tantum. È in grado di comportarsi creativamente sempre: l’atto creativo non è un evento unico, ma la creatività è piuttosto di uno stile di vita. Uno dei primi compiti dei genitori è quello di offrire al bambino, fin da piccolissimo, delle opportunità per esprimere le proprie potenzialità. Può essere utile far possedere un luogo segreto, in cui il bambino può pensare e sognare; offrire, se possibile, vari materiali come album da disegno e strumenti musicali; ritagliare degli spazi temporali e fisici in cui creare; incoraggiare il bambino a disegnare e valorizzare le “produzioni artistiche”; portare i bambini ai musei e far ascoltare loro la musica; non reprimere la creatività dei propri figli con suggerimenti; far comprendere ai bambini l’importanza di “partecipare” anche se il proprio contributo sarà secondo o terzo; stabilire un clima allegro e utilizzare l’ironia quando si lavora a qualcosa di creativo e darsi il peso giusto e darlo ai propri figli, senza utilizzare frasi del tipo “sei un genio!” e varie.

L’educazione alla bellezza equivale a fornire ai nostri bambini la capacità di apprezzare la poesia del mondo, offrendo loro validi strumenti per fronteggiare gli imprevisti della vita.

Come genitori è fondamentale incoraggiare il potenziale del nostro bambino attraverso l’ascolto consapevole innanzitutto di noi stessi. L’ascolto delle nostre emozioni come genitori ci permette di riconoscere ed eventualmente esprimere una serie di emozioni, spesso poco piacevoli, che inevitabilmente tendiamo a nascondere e che trasmettono al bambino sentimenti di rabbia e impotenza. Tutto questo influenza negativamente la percezione che il bambino ha di sé condizionando lo sviluppo di una sana autostima e senso di efficacia, fondamenta necessarie per crescere. Un passo successivo è far leva sui suoi punti di forza, guardandolo negli occhi e parlando con tono di voce dolce e moderato, sottolineando due elementi fondamentali del nostro bambino, , quali l’energia e la sua creatività.

Alfie Kohn sostiene che uno dei bisogni fondamentali del bambino è di essere amato in maniera incondizionata e di essere accettato anche quando combina guai o fallisce. I sistemi educativi attualmente ancora in uso quali punizioni, castighi, premi e altre forme di controllo inducono invece i nostri figli a credere di essere amati solo se ci compiacciono o ci colpiscono in modo favorevole e che hanno come unico effetto quello di far sentire il bambino sbagliato come persona. L’obiettivo invece è porre il genitore a riflettere su quali sono i bisogni dei nostri figli e come possiamo soddisfare tali bisogni, base solida da cui partire in un clima di alleanza e cooperazione. Perché educare è l’atto creativo per eccellenza, è portare rispetto, amore, ricerca comune dei valori nei rapporti tra due persone. E’ far venire fuori da lui cio’ che e’ dentro di lui. In altri termini, vuol dire aiutare qualcuno ad esprimere se stesso, ad essere quello che e’, a comportarsi seguendo la sua personalita’. Educare alla creatività è un atto d’ amore e noi come genitori possiamo fare molto, perchè:

Tutti i bambini sono degli artisti nati; il difficile sta nel fatto di restarlo da grandi. (P. Picasso)”.

Cecilia Gioia

 

 

 

Storia di una mamma.

Quando incontri una storia speciale, te ne accorgi subito. L’aria si sospende, il battito rallenta, lo sguarda prova ad andare oltre e si sincronizza anche il respiro. La storia di una donna e una mamma in rinascita, un dono per me e per chi vorrà leggere con il cuore.

Disegni di Michal Rovner. Tratto dal libro L’abbraccio di Grossman D., edito da Mondadori, 2010

Sono diventata mamma per la prima volta nel 2012, dopo un anno di tentativi falliti e altrettanti pianti silenziosi all’arrivo di ogni ciclo. Un anno difficile, contrassegnato dalla solitudine: marito lontano per lavoro e lavoro sfrenato in ufficio per compensare i vuoti. Immaginavo l’arrivo di un figlio come un momento magico, capace di spazzare via la tristezza e rigenerare un rapporto vissuto a distanza. Nel dormiveglia immaginavo di stringere forte il mio piccolo e di allattarlo. Era il mio ultimo pensiero ogni sera prima di addormentarmi. Rimasi incinta quando ormai avevo perso la speranza ed ero pronta a preparare la domanda per l’adozione, quando smisi di fare calcoli sui giorni fertili, quando un ginecologo mi disse che avrei dovuto fare accertamenti a causa dei miei follicoli troppo grossi ed iniziare una cura ormonale. Il primo mese di gravidanza fu bellissimo, mi sembrava di camminare sospesa da terra, era tutto perfetto come avevo immaginato nel buio della mia camera da letto. Il sogno fu bruscamente interrotto da una macchia di sangue che si trasformò in un flusso vero e proprio nel giro di pochi minuti. Ricordo ancora come se fosse oggi la disperazione durante la corsa in ospedale, con la certezza di aver perso quel bimbo tanto desiderato. Distesa su un lettino freddo, con le lacrime che mi offuscavano la vista,  un medico poco cortese mi disse di smettere di piangere perché il bimbo stava bene, di fare punture e stare a letto finché le perdite di sangue non si fossero fermate. Di colpo mi ritrovai a vivere h24 tra letto e divano, con la paura che anche un piccolo movimento avrebbe potuto far male al miracolo che stava crescendo dentro di me. Piano piano cominciai a spegnermi. Il sollievo di essere ancora incinta lasciò presto spazio al nervosismo e alla tristezza. Cominciai a piangere senza sapere bene quale fosse il motivo. Mi sentivo sola e incompresa ma non lo davo a vedere, nascondendomi tutti i giorni dietro un sorriso di circostanza per amici e parenti. Passai quasi tutta la gravidanza a letto, con l’ansia perenne che qualcosa potesse andare storto. Il giorno tanto atteso arrivò nonostante tutto. Dopo tre giorni di travaglio ed un parto tremendo,l’angelo dagli occhi color caffè che tante volte avevo immaginato fece ingresso nella mia vita. Sembrava tutto perfetto, forse troppo. Faceva tanto caldo in quei giorni, troppo caldo per un bimbo di pochi giorni digiuno. Il piccolo ciucciava con tutte le sue forze ma la montata lattea tardava ad arrivare. La mia inesperienza e la presenza attorno a me di persone inesperte non mi permisero di capire che qualcosa non andava e il mio angelo svenne in auto mentre stavamo andando in ospedale per un controllo, dopo aver trovato tracce rosse nel pannolino. In quei 10 interminabili minuti pensai che fosse morto. Si svegliò all’arrivo in tin dove lo portai attraversando di corsa lunghi corridoi, senza neanche sentire il dolore degli innumerevoli punti del parto e la stanchezza di quei lunghi giorni senza sonno. In quei 10 minuti il terrore si impadronì della mia mente e non fui lucida neanche con i medici che all’inizio non capirono, scambiandomi per una neonamma ansiosa. Mi chiesero scusa goffamente dopo molte ore, dicendomi che in effetti il bimbo aveva avuto un calo glicemico che aveva causato lo svenimento. Tornai a casa distrutta e arrabbiata. Arrabbiata con i medici e con me stessa per non aver capito che il mio bimbo non stava bene. Il giorno dopo arrivò il latte ma dopo le prime poppate cominciai a sentirmi stanca, eccessivamente stanca. Nel pomeriggio cominciai ad avere la sensazione che il mio corpo stesse cedendo, non avevo la forza di muovermi, mi sentivo paralizzata. Arrivò a casa il 118 che mi portò in ospedale. Ero lucida ma non riuscivo a muovermi. Ad un certo punto le forze mi abbandonarono quasi del tutto, il mio corpo non rispondeva più. Dissi a mio marito che stavo per morire, lo salutai, raccomandandogli di prendersi cura del nostro cucciolo e mi addormentai o forse svenni. Dopo tante ore mi dissero che avevo l’emoglobina bassa e mi parcheggiarono in una barella nel corridoio di un pronto soccorso affollato. Durante la notte cominciarono a comparire dei termori in tutto il corpo. Arrivarono in tre per tenermi ferma e mi spararono in bocca una siringa con gocce di valium. Mi dissero che non avrei dovuto allattare per almeno un giorno e mi mandarono a casa con un foglietto su cui c’era scritto depressione post partum. Fu quello l’inizio di un lungo periodo difficile. Cominciai ad essere confusa, ad avere paure di tutti i tipi, a non essere più lucida. Dicevo e facevo cose strane. Non riuscivo ad accudire il mio piccolo e svuotavo il latte tirato nel lavandino perché il medico a cui i miei familiari si rivolsero cominciò a prescrivermi psicofarmaci che resero il latte un veleno per il mio cucciolo. Trascorsi un paio di settimane a casa e oltre un mese in un reparto di psichiatria. Fu un periodo strano. Da una parte mi mancava mio figlio e dall’altra ero contenta di essermi allontanata da lui e da tutti per ricomporre la mia mente in frantumi. In quel periodo emerse il meglio e il peggio di me, mischiati in un unico pentolone che ribolliva giorno e notte, senza darmi un attimo di tregua. Tornai a casa quando il mio bimbo aveva quasi due mesi. Aveva un odore che non riconoscevo, beveva un latte che non era il mio, piangeva quando lo tenevo in braccio e si calmava soltanto tra le braccia della nonna. Non sapevo cullarlo, non sapevo consolarlo, non sapevo essere la sua mamma. Gli volevo bene, tanto bene, ma la naturalezza del nostro rapporto aveva lasciato posto ad una voragine che mi sembrava incolmabile. Ci vollero mesi di duro lavoro per ritrovarci. Dopo quattro mesi smisi di prendere psicofarmaci e piano piano cominciammo lentamente ad annusarci, a coccolarci, a conoscerci. Dopo altri cinque mesi rimanemmo finalmente soli. Senza il papà che tornava soltano per il weekend e senza le nonne che tornarono a vivere nelle proprie case dopo mesi di convivenza forzata sotto le stesso tetto. Mi cominciai a sentire finalmente madre ma con la sensazione costante di dover dimostrare al mondo di poterlo essere. Non era scontato, non era facile. Inghiottivo ogni giorno dolore per trasformarlo in grinta, inventando  modi sempre diversi per farmi amare dal mio cucciolo. Lentamente cominciai a non pensare più a quel periodo tanto difficile e ritornai ad essere la persona che ero ma con una sensibilità più accentuata. Passarono gli anni e dopo quattro io e mio marito decidemmo di avere un altro figlio che arrivò al secondo tentativo. Sentii la sua presenza dentro di me da quando vidi la seconda linea rossa sul test di gravidanza. Quel puntino dentro di me era già il mio secondo amore prima ancora che il suo cuore cominciasse a battere. Decisi subito di cambiare ginecologo e struttura ospedaliera, di azzerare il passato per costruire un nuovo futuro. La fortuna mi portò a bussare alla porta di un medico speciale che si accorse al primo sguardo che qualcosa andava ancora risolta prima di partorire il secondo figlio. Mi suggerì subito di rivolgermi ad uno psicologo e la mia prima reazione fu un mix di incredulità e rabbia. Che ne sapeva lui di me, della mia storia,  della mia forza? Tornai a casa infastidita ma le sue parole aprirono un varco nelle mie insicurezze. Mi resi conto in pochi giorni che in quattro anni ero riuscita a tappare un buco nero con un velo di forza ma che il buco c’era ancora e che il velo era troppo sottile. Decisi di frantumare il velo e di tuffarmi nel buco nero con l’aiuto di un salvagente: una psicologa dagli occhi gentili e pieni di umanità. La perlustrazione del buco nero durò per tutta la gravidanza e anche per qualche mese dopo la nascita del mio secondo angelo dagli occhi color caffè. La mia bimba adesso ha quasi 8 mesi, vissuti in buona parte cuore a cuore dentro una fascia rosa o attaccata al mio seno da cui non esce più veleno ma amore. Il suo arrivo è stato un balsamo sulle ferite che avevano sanguinato senza sosta per 4 lunghi anni. Grazie a lei e con lei ho seminato fiori nel buco nero che adesso si è trasformato in un pozzo di esperienze, di emozioni, di vita. Ed è ancora grazie a lei che mi sono riappropriata della naturalezza del rapporto con il mio primo figlio, cominciando a coccolarlo e accudirlo con un trasporto nuovo, carico di  tenerezza. Adesso non piango più pensando a quanto ho perso, perché ormai quasi tutto è stato recuperato. Non potrò più recupare la donna che ero prima del crollo: una donna che metteva al primo posto il lavoro, che non si guardava mai indietro, che faceva della razionalità il suo punto di forza. Quella donna ha lasciato posto a me: una persona imperfetta, una mamma felice, una donna forte.

La psicologia perinatale riguarda tutti.

13620995_653876371426362_6052513415105741111_n.jpgLa psicologia perinatale riguarda tutti. Lo penso davvero e lo vivo ogni giorno nel reparto di Ostetricia e Ginecologia dove lavoro e incontro neogenitori e cuccioli appena nati. Si, perché stare accanto alla mamma e al papà in un setting privilegiato come la sala parto o la sala operatoria mi conferma quotidianamente quanto sia nutriente l’accoglienza e il SAPER STARE un passo indietro per non intralciare il naturale processo della genitorialità, o il SAPER SOSTENERE, qualora ce ne fosse bisogno, attraverso la maieutica, le competenze genitoriali, patrimonio di cui spesso siamo portatori sani ma inconsapevoli.

La psicologia perinatale è anche delle mamme che conoscono la depressione postpartum. Perché amo e sostengo la fisiologia, ma come psicoterapeuta che lavora con le donne e le mamme, incontro quotidianamente luci ed ombre di una maternità non sempre “comoda” e provo umilmente a prendermene cura, attraverso atti terapeutici specifici.

La psicologia perinatale è dei genitori di bimbi nati morti, perché può sostenere e accompagnare un percorso “in cui l’amore per il bambino perduto e il dolore per la perdita si intrecciano al vissuto dei genitori e lo segnano, modificandone il decorso e entrando a fare parte della loro biografia” (cit. C. Ravaldi). E la presenza in un reparto di Ostetricia e Ginecologia di una psicoterapeuta formata al sostegno e al trattamento del lutto perinatale dal momento della diagnosi, durante il parto e il rientro a casa, può facilitare lo sviluppo delle competenze necessarie all’elaborazione del lutto.

La psicologia perinatale è dei neogenitori o delle nonne preoccupate per un allattamento in salita, dove adeguate competenze e formazione di noi operatori, possono sostenere e accompagnare l’espressione di una consapevolezza antica, inficiata, spesso, da interferenze rumorose e disturbanti.

La psicologia perinatale è in sala parto o in sala operatoria, è con la mamma e il papà che immaginavano un parto diverso, è nella cicatrice di un cesareo non voluto, è nella sorpresa di un parto prematuro, è nella scoperta di una diagnosi inaspettata.

La psicologia perinatale è patrimonio di tutti, e come tale va tutelato, protetto, nutrito e mai improvvisato. Ecco perché necessita per noi operatori, oltre alla formazione teorica l’esperienza pratica che permette di applicare la formazione in itinere (perché non smettiamo mai di formarci) al sostegno giornaliero, in un esercizio di “presenza” costante.

Si, la psicologia perinatale riguarda tutti ed io come donna, madre, psicoterapeuta ogni giorno godo della scoperta consapevole di quanto sia necessario sensibilizzare e coinvolgere tutti, operatori e non, per promuovere salute e benessere psicofisico, sin dal preconcepimento; un Bambino alla volta, un Genitore alla volta, una Persona alla volta, un Operatore alla volta, perché tutti noi ne siamo responsabili.

Cecilia Gioia, Phd-Psicologa-Psicoterapeuta.

Il disturbo bipolare.

disturbo-bipolare-oltre-la-fase-criticaIl disturbo bipolare. Che cos’è?

È un disordine che può interferire con il lavoro e le relazioni interpersonali in modo rilevante ed è caratterizzato da gravi alterazioni dell’umore, con alternarsi di episodi maniacali e depressivi e spesso si traduce in uno stravolgimento della vita quotidiana. Rientra nei disturbi dell’umore e si caratterizza per gravi alterazioni delle emozioni, dei pensieri e dei comportamenti.

Secondo il DSM 5 il disturbo bipolare può essere distinto in:

Disturbo bipolare I – La caratteristica principale è la presenza di almeno un episodio di Mania o Misto e di un episodio Depressivo. La durata dei singoli episodi si mantiene costante mentre diminuisce quella tra uno e l’altro nel tempo.

Disturbo bipolare II –È caratterizzato da Episodi Ipomaniacali e mancata interferenza con la vita quotidiana a livello di funzionamento sociale o lavorativo. Sono assenti l’ospedalizzazione e i sintomi psicotici.

Disturbo ciclotimico – È caratterizzato da un alto grado di malfunzionamento sociale e lavorativo per via del continuo alternarsi di periodi Ipomaniacali e sintomi Depressivi.

Come si manifesta?

Questo disturbo è caratterizzato da gravi alterazioni dell’umore, delle emozioni e dei comportamenti, il tutto con una durata piuttosto variabile. Questi sbalzi d’umore sono caratterizzati dall’alternarsi di Episodi Maniacali/Ipomaniacali ed Episodi Depressivi, motivo per cui questa patologia è definita Bipolare.

Quali sono le cause?

Il primo episodio maniacale – depressivo di solito si verifica in età adolescenziale o nella prima età adulta. Molto spesso, i soggetti che soffrono di bipolarismo hanno avuto episodi simili in famiglia (fattori genetici). I geni però non sono l’unica causa. Il cervello dei pazienti colpiti mostrano mutamenti fisici nel loro cervello (dati emersi da studi di brain imaging) oppure squilibri nei neurotrasmettitori, nel funzionamento della tiroide e nei ritmi circadiani. In particolare, sono emersi livelli molto alti di cortisolo, quello che viene chiamato ormone dello stress (fattori biochimici). Anche i fattori ambientali e psicologici sono certamente coinvolti nello sviluppo del disturbo. Questi fattori vengono chiamati triggers e possono peggiorare sintomi preesistenti o scatenare nuovi episodi di mania o depressione (fattori psicologici e ambientali).

Quali i fattori di rischio se ci sono?

Distinguiamo tra i fattori di rischio gli eventi di vita stressanti. Questi eventi tipicamente comprendono cambiamenti improvvisi positivi o negativi come il matrimonio, l’allontanarsi da casa per lavoro o studio, rotture sentimentali, licenziamenti possono scatenare un disturbo bipolare in alcune persone con vulnerabilità genetica. Seguono l’abuso di sostanze che può scatenare un episodio in chi ne è già affetto o peggiorare il decorso della patologia. Droghe come la cocaina, l’ecstasy e le amfetamine possono causare episodi di mania, mentre l’alcool e i tranquillanti episodi di depressione. Anche i farmaci, in particolare gli antidepressivi possono scatenare episodi di mania. Sono potenzialmente pericolosi anche i soppressori della fame, la caffeina, i corticosteroidi e i farmaci tiroidei. Spesso gli episodi di mania o depressione si verificano in concomitanza con i cambiamenti stagionali. Gli episodi di mania sono tipici durante l’estate, mentre gli episodi depressivi durante l’autunno, l’inverno e la primavera. Infine la deprivazione di sonno, anche se minima come perdere qualche ora di sonno, può scatenare un episodio di mania.

Come si cura?

Vivere con una depressione bipolare non trattata può condizionare in maniera significativa in tutti i settori della vita, dal lavoro, alle relazioni, alla salute. E’ fondamentale avere una diagnosi precoce del problema e intraprendere il trattamento più efficace. Il disturbo bipolare è una patologia complessa, ecco perché la diagnosi può non essere così immediata e il trattamento è a lungo termine. Per ragioni di sicurezza l’assunzione dei farmaci deve essere costantemente monitorata da professionisti competenti. Un trattamento che combini insieme farmacoterapia e il trattamento psicoterapeutico è ottimale per il controllo e la stabilizzazione del disturbo nel tempo. Il trattamento psicoterapico nasce, in particolare, per affrontare i problemi di mancanza di collaborazione del paziente e migliorare la compliance.

Chi è affetto da questo disturbo può essere pericoloso per se e per gli altri?

Come abbiamo già detto il disturbo bipolare è caratterizzato dall’alternanza di uno stato depressivo e di uno maniacale (o ipomaniacale); quando c’è una compresenza di sintomi depressivi e sintomi maniacali, con il predominio di irritabilità, ansia e irrequietezza, si può presentare invece, lo stato misto. Non bisogna, però, confondere quelli che comunemente sono definiti “up e down” dell’umore, che ognuno di noi può avere nel corso della propria vita quotidiana, con le manifestazioni severe del disturbo bipolare, che possono, invece, rovinare i rapporti interpersonali, causare la perdita del lavoro e, in casi estremi, esitare in comportamenti suicidari. E’ importante ricordare che avere un disturbo bipolare non è di per sé più o meno grave che soffrire di altre patologie croniche, come l’asma o il diabete e che nella maggior parte dei casi il disturbo può essere trattato in maniera efficace grazie ad una terapia combinata adeguata.

Come comportarsi con chi ne soffre.

Aiutare chi ne soffre, soprattutto se si tratta di un familiare o di una persona cara, non è sempre facile e richiede molta pazienza. Questi suggerimenti derivano dalla esperienza diretta con questi pazienti, sia da quella dei loro familiari. E’estremamente utile:

  • Aumentare la propria conoscenza del disturbo bipolare
  • Incoraggiare nel seguire le cure secondo le prescrizioni
  • Aiutare a mantenere uno stile di vita regolare
  • Prevenire le ricadute
  • Favorire il rapporto con lo psichiatra e lo psicoterapeuta

 

M. Cecilia Gioia Phd, psicologa, psicoterapeuta

 

 

Gravidanza, “fare spazio ” attraverso il PerCorso di Accompagnamento alla Nascita e alla Genitorialità.

37800414_1787117034658751_3558612968625143808_nI tempi dell’attesa necessitano di uno spazio fisiologico per allinearsi nella mente e nel cuore della mamma e del papà, in un processo straordinario che racconta l’identità della coppia e i suoi bisogni. Compito di noi operatori è accogliere e favorire l’ascolto attivo attraverso gli incontri del PerCorso di Accompagnamento alla Nascita e alla Genitorialità, occasione elettiva per stimolare maggiore consapevolezza delle proprie competenze genitoriali, elemento necessario per “sostare in contatto” con le emozioni della gravidanza. Perché è nutriente “fare spazio” attraverso la narrazione e il confronto con le altre coppie in un luogo che non presenta spigoli ma curve morbide e accoglienti come le pance delle mamme dove tessere una rete di sostegno alla pari diventa una fisiologica necessità per ascoltarsi e ascoltare.

 

Oggi più che mai è evidente la difficoltà di noi donne a so-stare in questi mesi di endogestazione senza “dover” inevitabilmente “mollare qualcosa “ (cit. Emma, 37 anni, avvocata) provando con fatica, a modulare e rallentare i nostri ritmi quotidiani. E scoprire spesso, in fase finale, quanto sia necessario regalarsi un tempo senza tempo, dove il nostro utero e la nostra mente, crea spazio al nostro bambino.

Perchè noi donne siamo incredibilmente flessibili, e questo possiamo riconoscercelo a gran voce. In fondo, chi altri accetterebbe di diventare “casa” e “nutrimento” per nove mesi della propria vita accogliendo un inquilino sconosciuto e alcune volte inaspettato? In alcuni casi poi la convivenza si rivela un periodo non semplice con espressioni fisiche più o meno esplicite che raccontano quanto sia delicato questo periodo di “conoscenza” e “adattamento”.

Ma torniamo al concetto di “fare spazio” per accogliersi e accogliere fisiologiche trasformazioni che confermano un momento speciale e unico perché costellato di segni e di attimi indelebili nella nostra mente e nel nostro cuore.

E l’idea di una maternità nel corpo, equivalente in ogni donna, crolla rapidamente nei racconti che scambiamo, magari durante gli incontri nei PerCorsi di Accompagnamento alla Nascita e alla Genitorialità, e che raccontano i nove mesi (e oltre) per fare spazio.

Perché vivere la gravidanza in modo consapevole, accompagna la donna in un processo di cambiamento psicofisico trasformando ogni singolo momento in una risorsa da cui attingere nei primi mesi dopo il parto. Gli ormoni poi giocano un ruolo attivo in questo processo di cambiamento agendo da modulatori delle emozioni. Grazie agli estrogeni la donna diventa “morbida” e riesce a fare spazio con la mente e con il corpo per accogliere il suo bambino, mentre il progesterone rallenta i suoi ritmi “costringendola” a so-stare in questo tempo di attesa e di trasformazione. Alcune volte però è difficile mettersi in ascolto “attivo” dei messaggi del proprio corpo, non assecondando inevitabilmente, i bisogni fisiologici dell’attesa. Questo si ripercuote significativamente sulla produzione dei due ormoni, inibendo o rallentando i benefici sopraelencati.

“Fare spazio”, sempre.

In ogni momento della giornata, favorire il con-tatto interiore, accarezzando ogni attimo di comunione con una vita che cresce, per nutrire e nutrirsi di emozioni.

Cercare uno spazio, un luogo che non giudica umori altalenanti costellati da piccoli conflitti e importanti promesse, tra rifiuto e accettazione alla ricerca di un equilibrio che accompagni questi nove mesi ad una consapevole accoglienza. Il PerCorso di Accompagnamento alla Nascita e alla Genitorialità diventa un tempo senza tempo dove viversi sin dalla 16° settimana di gestazione senza sentirsi valutate, dove è semplice autorizzarsi l’espressione di sensazioni, spesso rinnegate o inibite. Uno spazio senza spazio dove la circolarità prende forma armonizzando pensieri e respiri, dove la forza creatrice della donna può so-stare e riempire. Un luogo che facilita trasformazioni attraverso il “sentire” e il “fare” nel gruppo attivando processi evolutivi e relazioni nutrienti. Una serie di incontri che potenziano le competenze della donna e dell’uomo attraverso la condivisione e l’ascolto attivo dove è facile lasciarsi andare e riconoscere emozioni. Un gruppo che si crea, che assume una sua identità esprimendo aspetti di personalità spesso celati. Il mio obiettivo primario durante questo per-corso è offrire un’occasione di incontro per le mamme e i papà per promuovere consapevolezza delle proprie competenze genitoriali attraverso l’ascolto, il contenimento e la successiva restituzione, strumenti che funzionano come catalizzatori delle emozioni e forniscono la creazione di uno spazio psichico, in cui i genitori si sentono liberi di riconoscersi nel loro valore di coppia in attesa. Per “fare spazio” all’imprevedibile imparando a coltivare una relazione di coppia soddisfacente che permetterà al bambino di entrare in uno spazio “sufficientemente buono” e funzionante dove è semplice differenziarsi e crescere. Perché quando nasce un bambino nasce una mamma e un papà, e questo è bene ricordarselo durante i mesi di attesa per confrontarsi quotidianamente sui bisogni e aspettative spesso, ahimè, scarsamente irrealizzabili perché impersonali. Ed ecco che gli incontri di un PerCorso di Accompagnamento alla Nascita e alla Genitorialità si trasformano ogni volta in braccia accoglienti ed emozioni in con-tatto dove timori e paure si raccontano nell’ espressione più profonda, dove le pance delle mamme e anche dei papà possono allinearsi e riconoscersi attraverso il racconto dell’attesa, un ponte che unisce la vita passata e futura dei neogenitori.

Maria Cecilia Gioia, PhD, psicologa e psicoterapeuta cognitivo comportamentale.

Lavora come psicologa presso la Casa di Cura Sacro Cuore di Cosenza e si occupa di psicologia perinatale, assistenza psicologica in sala parto e PerCorsi di Accompagnamento alla Nascita e alla Genitorialità. E’ autrice di numerosi articoli scientifici su riviste internazionali e presidente dell’Associazione Culturale MammacheMamme www. mammachemamme.org.

Il 14 febbraio io ballo.

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“Un miliardo di donne violate è un’atrocità” sostiene Eve Ensler, “un miliardo di donne che ballano è una rivoluzione.

Sono partita da questa frase pronunciata da Eve Ensler, autrice de I monologhi della vagina, attivista e fondatrice del V-Day, per decidere di ballare ogni 14 febbraio.

E sempre da questa frase ho deciso che ballare insieme tutte significa produrre un’onda ossitocinica che invade tutt*, nessun* esclus*.

Un miliardo di donne, un numero assurdo e atroce se lo si associa alla violenza.

Un numero incredibile e rivoluzionario se rappresentato da mille storie di donne che prendono forma attraverso un corpo unico che balla e racconta.

Perché attraverso il ballo passa la rivoluzione. Una rivoluzione che non necessita di parole ma di azioni confluenti verso un unico obiettivo, un corpo che avvolge e coinvolge in una danza liberatoria e antica.

Ballare significa centratura, ascolto e libertà.

Ballare insieme ad altre donne significa sorellanza e consapevolezza.

Ballare davanti alle nostre figlie o ai nostri figli, alle nostre compagne o ai nostri compagni, alle nostre madri o ai nostri padri significa orgoglio e crescita.

Ballare davanti a tutte le forme di violenza subita significa ribellione e coraggio.

Ballare il 14 febbraio in una piazza incuriosita significa promuovere la cultura del rispetto.

Perché la rivoluzione parte da me, ogni giorno.

Attraverso il mio scegliermi, accogliermi e amarmi: scelta coraggiosa e concreta

che necessita di un costante ri-conoscermi dentro.

Perché contro la violenza sulle donne e le bambine serve una vera rivoluzione, a partire da ognuna di noi, dentro di noi.

Perché praticare verso di me atti gentili significa imparare ad amarmi e rispettarmi.

Spezzare le catene della violenza, i maltrattamenti fisici, le mutilazioni genitali, l’incesto e la schiavitù sessuale a cui una donna su tre è sottoposta in ogni luogo del mondo, questo il mio obiettivo.

Liberare il mio corpo e la mia mente per sentirmi parte consapevole di un corpo unico e meraviglioso, il mio impegno di ogni giorno.

Il 14 febbraio io ballo, e voi?

Cecilia Gioia

 

 

Babyloss 2017: le emozioni dell’attesa.

Slide2Manca davvero poco, un giorno appena.

Ogni anno, da 11 anni nel cuore, la settimana che precede la Giornata della Consapevolezza sulla Perdita Perinatale e Infantile, è costellata di emozioni, episodi, pensieri e piccoli agiti che raccontano ricordi e tracce.

Perché ogni anno attendo che piccoli semini di consapevolezza possano germogliare in una società poco attenta e spaventata.

Pensare che in molte parti di Italia ci siano genitori impegnati come me, in questa attesa, mi fa realizzare l’enorme lavoro pioneristico portato avanti da CiaoLapo, lavoro fatto di costanza, coraggio e presenza.

Perché domani saremo in tanti, ognuno con i suoi ricordi e lo sguardo verso il cielo, per celebrare chi abita nel nostro cuore.

Quest’anno la mia settimana di attesa prima del Babyloss ha il sapore della fatica, di agiti appena sussurrati, di ascolto e di accoglienza e di impegno organizzativo. Si perché quest’anno il Gruppo AMA Parole in ConTatto e Mammachemamme ha immaginato un Babyloss pieno di manine zuccherose, di doni e bolle di sapone, di farfalle colorate e di nasini che guardano verso il cielo. Quest’anno le mani sapienti di mamme e nonne di cielo hanno decorato, infornato dolci, realizzato doni, raccontato storie a tutti i bambini che celebreranno con noi questa Giornata della Consapevolezza. Perché quest’anno il gruppo ha fatto spazio alla GIOIA accogliendo un processo iniziato 4 anni fa, imparando a stare nei vuoti e ad accogliere i pieni in un continuo movimento omeostatico che genera e rigenera relazioni.

E mentre guardo incredula le foto che raccontano i preparativi di questa giornata, non posso che ringraziare i bimbi che hanno scelto di abitarmi, rendendomi consapevole di quanta bellezza c’è intorno a noi e insegnandomi, quotidianamente a so-stare in relazione.

Anche perché, grazie a loro, ho scoperto il valore della presenza anche quando fisicamente si sperimenta l’assenza, ho imparato che il mio lavoro può diventare uno strumento flessibile al servizio di tutti i colori della genitorialità, e ho capito che è importante, per ognuno di noi, completare dei cicli per conoscersi e amarsi.

Questa settimana, grazie al mio lavoro, ho accolto sguardi di donne a cui è stato detto: “Mi dispiace, non c’è battito”. Le ho accompagnate, accarezzate, ascoltate, raccontate dentro e fuori spazi operatori sterili e freddi, provando a riscaldare i loro ricordi. Perché accogliere dei genitori in lutto significa stare dentro quel momento, cercando di occupare poco spazio ma riconoscendo l’attimo in cui il contatto pelle a pelle, fluidifica emozioni fatte di cristallo. Perché imparare a respirare un’aria rarefatta di dolore, mi porta quotidianamente in connessione con i miei vissuti, divenuti grazie ad un quotidiano ed incessante lavoro, la mia forza ed il mio ossigeno.

“Perché non possiamo accogliere, se non abbiamo imparato ad accoglierci”.

Perché non possiamo accompagnare genitori in lutto se non abbiamo riconosciuto, accarezzato, accudito e integrato i nostri lutti nel nostro vissuto di donne o uomini, di madri o padri e di operatori.

E perché se domani, in migliaia, saremo tutti lì, ad accendere una candela con lo sguardo verso il cielo e una carezza sul cuore, potremo affermare che “Non c’è piede tanto piccolo da non lasciare un’impronta su questa Terra” (cit. C. Ravaldi).

Cecilia Gioia

E se avessi scelto altro?

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Nel corso della mia vita lavorativa ho chiesto a me stessa più volte se la mia professione sia stata davvero la scelta migliore per me. Una domanda rumorosa dal retrogusto inusuale che destabilizza anche gli equilibri più solidi e che regala spunti di riflessione intensi, di quelli che durano almeno una notte. Ed ecco che ieri sera, dopo un tempo silente, la mia domanda fa capolino tra note, luci e corde accarezzate. Eh si, davanti ad un concerto di una cantante e una chitarra nera, lucida e graffiata dai concerti, è davvero facile perdersi in un interrogativo sfrontato e rumoroso.

Ed è proprio lì, mentre mi perdo tra la musica, che ho immaginato un’altra vita; o meglio, quella vita che sin da piccola consideravo l’unica possibile per me. Buffo davvero ricordarmi con la chitarra, una matita e fiumi di note e di parole che si intersecano in melodie timide. Timide davvero, o forse semplicemente solitarie, uniche, un po’ come quel sogno di vita così lontano e nitido. Così nitido da perdermi in un fiume di ricordi mentre tutto scorre, anche la musica che mi accarezza l’anima; un po’ come le mani di mio figlio Manuel (apprendista chitarrista) che si aggrappa a me, disegnando in quel contatto tutto il mio essere madre. Ma la musica scorre mentre continuo a perdermi nelle immagini passate, nelle mie chitarre tanto amate, nel mio stare con loro richiamandole con il loro nome e il loro suono. Chissà come sarebbe stata la mia vita se avessi scelto altro, forse la musica. Ma le mani di mio figlio mi stringono e l’incrocio di occhi a me familiari, volti di persone che ho avuto il privilegio di accompagnare in psicoterapia mi riportano nel mio qui ed ora e come per incanto rientro nella mia scelta, la MIA INCREDIBILE SCELTA, e sorrido.

Sorrido alla cantante, alla sua chitarra, alla città che ho imparato ad amare, alle mie mani che provano a suggerire un Sol7 a Manuel, al mio orecchio che sostiene le abilità da pianista di Esteban, alle chitarre che io e mio marito alcune volte ancora accarezziamo, alle persone che seguo in terapia e quelle che accompagnato, alle loro storie che ho accolto, ascoltato e accarezzato. E al mio ultimo paziente che ho incontrato due giorni fa a studio per la prima volta e che mi ha detto, vedendo nella stanza una delle mie chitarre: “Dottoressa ma lei suona?” e al mio annuire sorridendo “Anche io, sa?”. E il nostro concerto può avere inizio, mentre un setting amniotico ascolta e annota la sua storia. E conferma la mia scelta. Perché fare la psicoterapeuta è la mia scelta, e la chitarra nel mio studio la mia quotidiana conferma.

Cecilia Gioia

 

La libertà tra le donne.

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Oggi Festa del 25 Aprile è chiamata anche Festa della Libertà per ricordare che la libertà non è un valore gratuito o una condizione che si mantiene da sola.

La libertà e’ un DIRITTO DI TUTTI e come tale va nutrito e alimentato, sostenuto e difeso, amato e condiviso con i nostri bambini. Giorno per giorno.

Mi risuona la frase LA LIBERTA’ E’ UN DIRITTO DI TUTTI, frase d’effetto ricca di significati, spesso tralasciati o addirittura dimenticati.

E per me che ho il privilegio di lavorare con le donne e per le donne, mai come oggi questa frase mi racconta altro.

Mi ha sempre colpito una frase di Ibu Robin Lim “Una madre che non ha allattato è una madre che è stata lasciata sola“, affermazione per me ricca di comprensione e accoglienza, ma che spesso risuona nelle pance di noi donne risvegliando cicatrici o ricordi dolorosi. E giudizi.

Poche settimane fa fa ho accompagnato una coppia di genitori a partorire, conoscere e salutare il loro bimbo nato morto e anche lì ho dovuto accogliere giudizi e osservazioni da chi fa fatica a so-stare, sostenendo più che mai il diritto alla libertà di ogni genitore.

Venerdì pomeriggio ho incontrato in psicoterapia una donna e le sue scelte, alcune non semplici, ma consapevolmente sue, che fatica a sostenere perché completamente avvolta da un ambiente giudicante e mi sono chiesta: “DOV’E’ LA LIBERTA’?”

Tre giorni fa una mamma mi ha raccontato della sua scelta e della difficoltà a convivere con chi non condivide le sue idee e anche lì ho chiesto a me stessa:  “LIBERTA’, DOVE SEI?”

Ecco, la mia quotidianità, ahimè, racconta altro.

Racconta donne che giudicano le donne, donne che faticano a so-stare nelle scelte altrui, donne spesso arrabbiate perché non riconosciute, donne spesso silenziose perché non legittimate, donne che cercano braccia solide a cui appoggiarsi, donne che sfiorano sguardi complici a cui affidarsi, donne che sanno accogliere lacrime e trasformarle in perle, donne che anelano alla LIBERTA’ di scegliere e scegliersi, senza doversi difendere da nessuno, soprattutto da loro stesse.

Oggi 25 Aprile 2017, come ogni anno,  io chiedo questo: la LIBERTA’ tra le donne e per le donne, come valore unico da sostenere e condividere, ogni giorno.

Lo devo a me stessa, ai miei figli e a tutte le donne che ho avuto ed ho il privilegio di ascoltare e abbracciare.

Perché in ogni ConTatto tra donne, c’è una scintilla di creazione.

E questo è bene ricordarlo a noi stesse, sempre.

Cecilia Gioia