Genitori pretermine.

neonati-prematuri-serve-piu-sostegno-per-i-genitori-4178868329[2024]x[844]780x325Ci sono gravidanze che durano tanto (cit. Anna, 42 settimane) e gravidanze che terminano prima del tempo. Il parto prematuro è un evento improvviso che colpisce i neogenitori , catapultandoli in una situazione imprevedibile e sconosciuta.

Una gravidanza fisiologica dura dalle 37 alle 42 settimane, pertanto tutti i neonati che nascono prima delle 37 settimane sono da considerare “pre-termine”. Più ci si avvicina alle 37 settimane più la prematurità è modesta, al contrario tanto più ci si allontana da tale termine più diventa importante o grave.

Innumerevoli studi presenti in letteratura si sono focalizzati sugli aspetti fisiologici del parto prematuro, ma è necessario accogliere tale nascita attraverso un modello bio-psico-sociale che abbracci in maniera esaustiva il significato di un evento così importante nella vita del bambino e dei genitori.

Genitori, troppo spesso, lasciati soli negli innumerevoli vuoti che una nascita così improvvisa inevitabilmente comporta.
Una mamma e un papà prematuri necessitano di calore, accoglienza, silenzi, rispetto, cure.

Proprio come il loro bambino.

Bisogna saperli sfiorare, senza invadere il loro spazio, già sconfinato dall’imprevedibile.

E accompagnarli, un passo indietro, rispettando la giusta distanza emotiva, che permette loro di andare avanti, nonostante tutto.
I genitori pretermine hanno sguardi pieni di domande in attesa di risposte, e ogni silenzio non spiegato destabilizza un equilibrio difficile perché fatto di attimi e di segnali.

Perché cambia tutto, e i 5 sensi si amplificano per cogliere anche il più piccolo segnale del proprio bambino.

E un mondo finora sconosciuto diventa casa, dove suoni innaturali si trasformano in ninne nanne per tutti i piccoli guerrieri.
Dove è facile riconoscersi e sostenersi, ognuno con la sua storia e le sue paure, mentre le ore scorrono e la speranza cresce.

I genitori pretermine sono genitori in battaglia, genitori che guardano le loro paure più grandi negli occhi e sfidano l’imprevedibile, che graffiano la vita accarezzando i cuori dei loro bambini.

I genitori pretermine sono tanti e spesso soli, e tutti noi ne siamo responsabili.

Ogni giorno.
Cecilia Gioia

La genitorialità “arrabbiata”.

mama-1751487__340Ascolto quotidianamente le storie dei genitori, storie dense di emozioni, alcune scomode, altre morbide come una carezza, che accompagnano i miei anni di attività clinica e di genitorialità.

Perchè negli anni il mio essere madre psicoterapeuta che accompagna i genitori sin dal preconcepimento, mi ha permesso di riconoscere innumerevoli parti di me e di scoprire le incredibili sfaccettature che la genitorialità sa donare. Infinite espressioni di competenze genitoriali di cui spesso non siamo consapevoli e che facilmente sono messe a tacere quando la rabbia prende il sopravvento rivelando una genitorialità esplosiva e dolorosa. Perchè spesso i momenti di perdita di controllo con i nostri figli si alimentano dall’emergere dei nostri bisogni infantili mal nutriti, rivelando impotenza e frustrazioni che bloccano la nostra parte adulta. Sono i vuoti che ognuno di noi porta nella sua storia personale e che spesso, nella relazione genitore-figli* prendono il sopravvento, diventando più profondi ed assordanti.

Bisogna, come genitori, prendere consapevolezza che i vuoti del nostro passato esistono  e che nessuna azione possa cancellarli. In poche parole bisogna imparare a stare nel lutto per accogliere questi vuoti come parti di noi e della nostra storia.

Credo fortemente che il lavoro terapeutico che alcuni genitori intraprendono per prendersi cure delle proprie sofferenze psicologiche sia uno strumento potente che genera salutogenesi non solo nel genitore stesso, ma nella relazione con i suoi figli e/o le sue figlie e quindi, in un’ottica sistemica, con tutta la sua famiglia. Prendersi cura dei propri vuoti equivale ad integrarli come doni che arricchiscono la propria storia e la propria genitorialità rendendola unica e speciale. Quando i figli si accorgono di questo processo di guarigione, possono finalmente tornare a fare i figli, senza preoccuparsi di sanare i vuoti dei propri genitori.

Il lavoro di noi psicoterapeut* può davvero attivare questo processo mettendo al centro della relazione la genitorialità come dono che necessita accudimento, sostegno, ascolto e mai giudizio.

Il lavoro dei genitori troppo spesso “arrabbiati” invece, è quello di chiedere aiuto per prendersi cura della propria salute psicologica, per imparare ad ascoltarsi per ascoltare e per crescere come genitori consapevoli del proprio passato e proattivi nel proprio presente.

Cecilia Gioia, madre e psicoterapeuta.

 

 

 

Elogio alla psicoterapia.

Slide1Non ha un colore,

ma ha mille sapori,

ricorda l’infanzia

accoglie il dolore,

si nutre, mi nutre,

di mille saperi,

e poi mi regala

letture pioniere.

Mi insegna a scoprirmi,

a stare con me,

a vivermi dentro

le parti di me.

Mi accoglie

e mi ascolta

e sta in relazione,

mi cura davvero,

in tutti i colori.

Comprende il dolore,

sa stare in silenzio,

non tutti poi sanno

sostare nel tempo.

A volte poi piango,

ritorno bambin*,

ma lei mi rispecchia,

donandomi stima.

Imparo a vedermi,

a sentirmi davvero

attraverso il suo sguardo

da sempre sincero.

E quindi cammino,

ho accanto qualcuno

che appoggia i miei passi,

con fare sicuro;

mi incontro con lei

settimanalmente,

aspetto quel giorno

per me nutriente.

Mi prendo il mio spazio,

imparo davvero,

accetto il passato,

lo sento più vero.

Lo leggo, mi leggo,

mi accolgo e lo so,

che ho fatto il mio meglio

per vivermi ciò.

E allora mi abbraccio,

mi cullo e mi amo,

allento lo sguardo

che giudica e brama.

Cammino da sol*,

percorro la via,

ringrazio me stessa

e la PSICOTERAPIA.

Cecilia Gioia

10.10.2019 Giornata Nazionale della Psicologia

Giornata Mondiale della Salute Mentale

Ottobre lieve.

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Foto dal web

Eppure c’è ancora molto da fare.

Questo il mio pensiero del risveglio, dopo una notte densa di immagini e sogni.

Un fisiologico stare in questo periodo di attese e di emozioni.

Perché aspettare Ottobre ha un suo perché, come periodo ricco di eventi significativi, nella mia vita di apprendista bismamma di terra e trismamma di cielo.

Due nomi scorrono nella mia mente, la Settimana Mondiale dell’Allattamento Materno e il Babyloss ovvero la Giornata Internazionale per il Lutto Pre e Perinatale. Due date importanti, per me.

Due momenti che hanno trasformato la mia vita e le mie piccole e grandi certezze.

Dopo la loro scoperta, in me tutto è cambiato.

Ho promesso a me stessa, nel mio piccolo, di provare umilmente a stare accanto alle mamme e ai papà, un passo indietro, rispettando gli spazi. Ho promesso a tutti i neonati e neonate, i bambini e le bambine, di promuovere quotidianamente la cultura del rispetto e dell’accoglienza.

E grazie alla piccola ma significativa rete di sostegno creata con MammacheMamme, molti neogenitori alle prese con l’allattamento sono stati accompagnati gratuitamente verso una genitorialità consapevole e rispettosa dei bisogni del* bambin*.

Continuando ogni giorno a diffondere l’accoglienza e la buona nascita, come momento unico e irripetibile del* bambin* e dei genitori.

Promuovendo salute e condividendo informazioni corrette, in un rituale quotidiano che conferma il valore del “dare” come occasione di arricchimento personale e comunitario.

Lo ammetto, alcune volte sono rumorosa e scomoda, perché donna di pancia e di cuore, ma sto imparando a contenere i miei frequenti brontolii provando a trasformare questa energia in azioni funzionali.

Ottobre per me è un mese che profuma di latte materno e di cielo.

Di battiti d’ali di figli portati in pancia e abbracciati ogni giorno nel cuore.

Ottobre per me ha il sapore metallico della solitudine e del dolore assordante, della mia pancia vuota e dell’etichetta di donna poliabortiva.

Ottobre, grazie a CiaoLapo è diventato per me, il mese della rinascita.

Ed ecco che le etichette, le diagnosi appena sussurrate, la pancia troppe volte vuota si trasformano in azioni a sostegno di tutti i genitori di bambini e bambini nati in silenzio. Lo ammetto, questa attesa del Babyloss, mi emoziona ogni giorno di più. Sei anni di lavoro di ascolto e sostegno alle famiglie calabresi, cinque Babyloss a Cosenza, tre incontri di Formazione per operatori e genitori in una Calabria che sta imparando, con fatica, a conoscere il lutto pre e perinatale. Questo grazie al lavoro persistente e resiliente del Gruppo di Automutuoaiuto Parole in ConTatto, ai genitori volontari e ai nostri cuccioli e cucciole silenzios* che quando si uniscono riescono a fare davvero rumore, in questa terra spesso troppo distratta.

E il quotidiano viversi si impreziosisce di doni e di piccole e grandi difficoltà.

Ma aspetto e spero,

desidero e sogno,

respiro e amo.

Ottobre per me è ri-nascita come donna, mamma di cielo e di terra e professionista, in uno spirito di sorellanza che unisce e svela.

Cecilia Gioia 

Diventare madre nell’assenza.

Chiaroscuri

Foto dal web

Tredici anni ho scoperto la maternità attraverso una linea che si colorava e confermava un desiderio.

Ho gustato il sapere della conferma e dopo tre mesi il dolore dell’assenza. Esattamente 13 anni fa ho conosciuto il dolce e l’amaro del diventare madre. Ma ho scelto di starci dentro, provando a navigarci, spesso perdendomi e scoprendo nuove destinazioni, in un processo che continua e mi trasforma.

Nel 2006 ho accolto la carezza della presenza di una maternità cercata e il pugno violento e improvviso dell’assenza. L’ho conosciuto e mi ha completato, perché parte di me e della mia storia di maternità. Lo riconosco ogni giorno, perchè vissuto altre volte e perché così doloroso e crudo da lasciarti senza fiato. E senza fiducia in te stessa e verso un corpo osservato, studiato, analizzato. Addolorato.

Tredici anni fa abitavo il mondo da donna, figlia e moglie. Poi ho scoperto il significato di diventare madre. Mi correggo, ho sperimentato l’illusione di averlo compreso, perché in realtà continuo a ricercare significati e significanti, che svelino un senso compiuto e squisitamente personale, alla mia storia di maternità. E alle migliaia di storie di donne e madri che ho incontrato, ascoltato, ripensato. Risognato.

Abitare il mondo attraverso le mille sfumature della maternità.

Ma cosa significa?

Davvero questa società così rumorosa e distratta può coglierne le innumerevoli declinazioni fatte di sguardi, sospiri e fatica quotidiana per restare a galla e non perdersi?

Si, perché noi mamme possiamo perderci in una routine del fare e del sentire che ci assorbe, ci risucchia in un vortice di aspettative e di stereotipi, condizionando quel meraviglioso fluire di scoperte e di chiaroscuri che la maternità sa donare, se rispettata nei suoi tempi e nei suoi bisogni.

Io so riconoscere lo sguardo affannato di una madre, quando prova a navigare la sua maternità, sommersa dai DEVO e timida nei VOGLIO, mentre cerca sguardi accoglienti a cui aggrapparsi per restare a galla e non perdersi.

Io lo conosco quello sguardo, perché lo riconosco in me e in tutte le donne e madri che ho il privilegio di incontrare.

Credo che per promuovere la cultura del rispetto della maternità e delle sue innumerevoli declinazioni, bisogna partire dalla base, ovvero l’ascolto e l’attenzione verso l’altr* me.

Forse è proprio nello sguardo di una madre che potrebbe racchiudersi l’essenza della maternità, un processo così intimo, personale ed unico che non può vivere nei confronti, nei modelli e nei consigli che la società elargisce generosamente.

Forse se imparassimo ad accogliere quello sguardo, a starci dentro, riusciremmo a collegarci al nostro nucleo, alla nostra matrice.

Perché noi tutt* abbiamo abitato nostra madre, assaporato le sue emozioni attraverso un liquido amniotico che rivela e protegge, e questo ci accomuna, nella nostra incredibile unicità.

Ecco perché possiamo provare a cogliere quello sguardo, rispettandolo e riconoscendo dignità alla donna e madre che incontriamo, attraverso la sospensione del giudizio e il rispetto della sua fatica.

Perché ascoltare una donna e madre, accogliendo il suo sguardo e la sua quotidiana navigazione nei mari profondi della maternità, significa onorare la nostra matrice. Significa proteggere le nostre radici e la nostra libertà. Significa provare tenerezza verso l’altr* me. E in questi tempi duri, ne abbiamo bisogno. Davvero.

Cecilia Gioia

Mazze e panelle fannu li figl* belli?

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Foto dal web

Difficile credere alla valenza educativa delle botte verso i figli o le figlie, o no?

Continuo a domandarmelo, mentre osservo un’infanzia vessata quotidianamente da affermazioni come queste, che squalificano la genitorialità, imponendo un modello basato sulla paura e la violenza. Si, perchè di violenza si tratta, di quelle più subdole travestita da atti educativi “per il loro bene“.

Ma quale bene può esserci in un tradimento di questo tipo, che vìola la relazione primaria per eccellenza, relazione che necessita di ascolto e fiducia costante?

Che tipo di educazione, come genitori, pensiamo di impartire, mentre colpiamo con uno “schiaffetto” (al culetto però, che male c’è? cit.) il corpo dei nostri figli e figlie?

No, non si tratta di educazione, non possiamo chiamarla educazione. E’ altro e bisogna esserne consapevoli, quando come genitori, esercitiamo un atto di potere verso un’infanzia che che si fida di noi. Quanta delusione negli occhi di un figlio o una figlia, che riconosce la relazione con le sue figure di accudimento attraverso la paura, la rabbia, l’impotenza e il senso di colpa, di un atto che non può e non deve rientrare nelle pratiche educative. Quanta solitudine può ricordare un atto di potere di questo tipo, verso un’infanzia che necessita invece di sguardi che rinforzano, carezze che confermano, contenimenti che accolgono, parole che spiegano?

No, “mazze e panelle non fannu li figl* belli”, ma li crescono spaventati, mentre si percepiscono “sbagliati” perchè meritevoli di contatti violenti, anche se ben camuffatti.

E quindi non ci sto, non voglio e non posso accettare tutto questo!

Ecco perchè come donna, figlia, madre e psicoterapeuta, rivendico, come ogni giorno, il dovere di noi adulti di esercitarci alla consapevolezza verso questa spirale di violenza travestita, rieducandoci al rispetto verso un’infanzia che ci ha scelto, donandosi a noi con un atto di amore e di fiducia incondizionata, attraverso un’esercizio quotidiano che responsabilizza tutt*.

E promuove cultura del rispetto e salute psicologica in famiglia, perchè è da lì che bisogna partire per costruire una società consapevole.

Cecilia Gioia

Quando muore una madre, moriamo tutte.

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Foto dal web

Quando muore una madre, moriamo tutte.

 

E come in un terremoto, ci frantumiamo in mille parti di noi, perchè è davvero troppo, da scoppiare il cuore. Perchè quella madre siamo tutte, donne che quotidianamente generano idee, nutrono relazioni e danno alla luce figli e figlie. E che non pensano che diventare madre oggi può significare morire.

No, non possiamo crederlo, non nel 2019, non in Italia.

O forse si.

Forse da oggi, dobbiamo fare spazio a questo ossimoro che coniuga la vita e la morte, le intreccia in un abbraccio impossibile da sciogliersi, un primo abbraccio di una madre verso il suo bambino venuto al mondo. Un ultimo abbraccio prima di andare via, per sempre. Ed è quel “per sempre” che ci trascina in un vortice di domande e rabbia su quanto valore oggi, ha l’evento nascita, in una gestione sanitaria decadente che uccide e lascia orfani. E ci lascia orfane incredule di quanto è successo.

Quando muore una madre, moriamo tutte. E nulla sarà come prima.

Perchè il sacrificio di una madre urla giustizia e perchè solo la consapevolezza (vera) e il cambiamento, potrà dare un senso a questo dolore immenso che si unisce al dolore corale di una regione, quotidianamente stuprata e che fatica a rialzarsi. E a proteggere i suoi figli e le sue figlie.

Abbiamo bisogno di dare un senso, mentre moriamo tutte insieme a Tina.

Abbiamo bisogno di alleanza e coraggio affinchè l’evento nascita sia un momento rispettato e sicuro, abbiamo bisogno di voce e consapevolezza, perchè ogni donna e madre possa sentirsi tutelata nei suoi bisogni e quelli del suo bambino o della sua bambina. Abbiamo bisogno di braccia forti per sostenere i padri e le famiglie.

Abbiamo bisogno di una sanità che ci rassicura.

Perchè quando muore una madre, moriamo tutte, donne e madri di una Calabria assolata, stuprata e abbandonata, che urla giustizia e cambiamento.

Scusaci Tina, se non abbiamo saputo proteggere te e la tua famiglia.

Cecilia Gioia

Associazione di Volontariato MammacheMamme