Io poi, faccio i cerchi con i papà

foto dal webTitolo buffo, ma veritiero, di una modalità di conduzione dei gruppi che mi appartiene da sempre.
E, in particolare, nei Per-Corsi di Accompagnamento alla Nascita e alla Genitorialità, che conduco, grande importanza è data al cerchio. 
Se poi il gruppo è composto da papà in “attesa”, la musica diventa davvero speciale. Sì, perché fare cerchio con i papà, è un’esperienza unica, perché frutto di un incontro nutriente di pance “brontolanti” e di mille pensieri e aspettative nel “diventare” padre.

Perché padri non si nasce, ma si diventa, in un percorso dinamico e sorprendente, dove mettersi in gioco fornisce le basi solide per una paternità consapevole e in continua trasformazione.
Nel Cerchio si condividono storie, esperienze e nutrienti silenzi, imbarazzanti contatti (per alcuni), quando chiedo ai papà di prendersi per mano, sguardi che si cercano nella speranza di conferme o che sfuggono, perché riconosciuti nelle loro inaspettate quanto meravigliose fragilità.
Perché l’endogestazione di un figlio, periodo spesso attribuito solo alle mamme, appartiene anche dei papà.
E questo è bene ricordarselo, ogni giorno.

Cecilia Gioia

tratto da www.lenuovemamme.it

Tutto in una scatola.

E’ difficile per me utilizzare la scrittura per raccogliere tutte le emozioni provate quando le mie mani a20141207_111045ccarezzano quella scatola, la assemblano, sfiorandone ogni piccolo contenuto.

Ogni volta è diverso, doloroso, immenso e graffia il cuore.

Sono una mamma poliabortiva, i medici mi hanno definito così e rientrare in questo claustrofobico spazio etichettante, è stato difficile.

In realtà mi sento più comoda come mamma di cielo di tre piccoli angeli e di terra, di due piccole tempeste.

E faccio la psicoterapeuta, sostengo le mamme e i papà di cielo e di terra presso l’UO di Ostetricia e Ginecologia della Casa di Cura S. Cuore e presso il mio studio privato.

Sostengo, accompagno, ascolto e assisto e in silenzio, provo a stare in quell’immenso vuoto che riecheggia al suono di quelle parole “Mi dispiace, non c’è battito”.

Grazie a CiaoLapo ho imparato a sostare nei miei vuoti per accogliere consapevolmente gli sguardi attoniti di una mamma e di un papà nell’udire parole così dense di significati.

Grazie a CiaoLapo provo, ogni volta, a mantenere la giusta distanza quando mi avvicino a genitori in lutto e ho imparato ad accogliere il silenzio.

Da quando sono presente nella struttura ho attivato un protocollo di accoglienza al momento della diagnosi, accompagnamento e presenza in sala parto delle mamme e i papà di cielo che hanno afferito nel reparto. E la memory box, consegnata al momento delle dimissioni, ha permesso, a tutti i genitori cui è stata donata, di fare spazio ai ricordi della/l propria/o bambina/o. Ogni famiglia che ho accompagnato, ha lasciato in me dei segni indelebili, insegnando a noi operatori, quanto è immenso l’amore verso un/a figlio/a.

Sono dell’idea che piccoli passi per piccoli e duraturi cambiamenti sia la scelta migliore per colmare, ogni giorno, la mancanza di cultura sul lutto perinatale. L’operatore che interagisce dal momento della diagnosi con i genitori, spesso non ha fatto i conti con le emozioni che la morte di un/a bambino/a può evocare. E le innumerevoli resistenze che incontro, lavorando in equipe, raccontano emozioni non elaborate che prendono il sopravvento, lasciando l’operatore distaccato e spesso, scarsamente accogliente. Diventa sempre più necessario per noi operatori imparare a “stare” nel lutto, per fornire uno spazio empatico, consapevole e rispettoso delle emozioni e dei bisogni di una famiglia di cielo.

Mi dispiace, non c’è battito” è uno squarcio nell’anima, dove mille domande provano a riempire un’attesa piena di perché, dove è facile perdersi in una straziante ricerca di quel NOI che fa fatica a riemergere attraverso lo shock dei primi giorni.

Ogni genitore in lutto, varcando la soglia della struttura ospedaliera per tornare a casa, sa che quelle braccia vuote segneranno un ricordo dolorosissimo e soffocante. Solo dopo qualche settimana inizierà a realizzare il tutto, ed è esattamente in questo momento che il bisogno di conoscere e ricordare quanto più possibile del/lla proprio/a figlio/a diventa fondamentale. La memory box è una scatola utilizzata per conservare ricordi importanti, uno spazio fisico e mentale utile per ricordare e onorare la memoria di vite preziose. Un piccolo ma immenso gesto che racconta il passaggio breve, ma eterno, dei/lle nostri/e bambini./e Un segno di rispetto per iniziare terapeuticamente a collezionare ricordi. Ogni memory box donata, grazie a CiaoLapo, in realtà non è mai una scatola vuota. Il suo interno non contiene solo dei doni, creati da cuori e mani consapevoli, ma tutte le storie di figli/e volati in cielo troppo presto e dei loro incredibili genitori.

Ecco perché ogni volta che dono una memory box di CiaoLapo, le mie mani si perdono sulla sua superficie cogliendo attraverso il tatto, vibrazioni di rispetto, di ricordi e di “presenza”.

Perchè è così che ho imparato a “stare nel lutto”, un passo indietro, sempre.

Cecilia Gioia

tratto da www.ciaolapo.it

Ascoltare i genitori quando l’attesa si interrompe

Quanto pesa il dolore e la crisi di una mamma e di un papà di cielo?

Difficile provare a stimare un dolore così immenso quale la perdita di un figlio, quando l’attesa si interrompe, eppure siamo sempre pronti a calcolare, determinare, prevedere e soprattutto giudicare emozioni e rituali personali che ogni genitore mette in atto per provare quotidianamente ad attraversare il lutto.

foto dal webPerché di questo si tratta, non di un piccolo o medio lutto (dipende forse dall’epoca di gestazione?) ma di una perdita immensa che segna infinite cicatrici sulla pelle e sul cuore.

E le continue resistenze incontrate quotidianamente ci appartengono tutte, senza distinzione.

Come mamma di cielo e di terra ho masticato e digerito pensieri irripetibili e gratuiti da parte di una società incapace di “stare” in un silenzio denso di significati. Una società con tendenza a sminuire, etichettare e riempire spazi emotivi che necessitano di vuoti, perché già pieni, e che non sostiene – ma, anzi, rallenta – un processo dinamico e fisiologico.

E la compassione, sentimento tanto osannato e superficialmente riconosciuto come geneticamente assegnato a ognuno di noi, come può manifestarsi?

Ci sono ancora troppe resistenze e la paura della morte, con la necessità di etichettare noi genitori di cielo, prende il sopravvento e i risultati – devastanti – si ascoltano ogni giorno.

Un’etichetta ha valore in una società che ha bisogno di identificare nominalmente il lutto, dove è facile imbattersi negli innumerevoli “genitori sospesi”, nelle “mamme interrotte” (e potrei continuare il mio elenco all’infinito). Ma leggendo tutto questo la mia pancia brontola, mentre risuonano in me attribuzioni che non mi rappresentano.

No, mi dispiace, non ci sto.
I miei tre angeli non mi hanno reso una madre interrotta o sospesa, ma una madre migliore.

Mi hanno sostenuto mentre ho attraversato il buio, la disperazione, conoscendo la rabbia e il dolore sordo che solo la perdita di un figlio prima del tempo può donare. Ho vissuto la solitudine e la paura del giudizio e poi sono rinata, grazie ai miei figli di cielo e di terra.

Da tre anni accompagno le famiglie dal momento della diagnosi, alla nascita del loro bambino nato morto. Rimango accanto alla mamma e al papà, dal travaglio al parto, senza paura, in silenzio, un passo indietro, e grazie a CiaoLapo Onlus, alla mia associazione MammacheMamme e alla Casa di Cura Sacro Cuore U.O. di Ostetricia e Ginecologia, i genitori della mio territorio non sono più soli.

Mesi fa è finalmente nato il Gruppo di AutoMutuoAiuto “Parole in ConTatto”, un luogo senza pieni dove le mamme si incontrano in uno spirito di condivisione e dove mille altri sogni prenderanno il volo, delicatamente, come un battito di ali.

No, io non sono una mamma interrotta, sono una mamma consapevole che ha imparato, con fatica, a trasformare il dolore in un’occasione.

E questo a me fa bene ricordarlo.

Cecilia Gioia

tratto da www.bambinonaturale.it

Una coccola al giorno?

Foto dal webPremesso che come tutte le mamme del mondo, vivo una giornata che dura in media 48 ore e che combatto con imprevisti quotidiani che rendono la mia resilienza un’abilità in continua trasformazione, ma alla coccola serale, quella no, non rinuncio.

Perché in quel momento, nel lettone, tutto si ferma e la giostra quotidiana e frenetica lascia il posto a piedini morbidi e mani paffute.
E finalmente il respiro torna regolare, più profondo, le braccia di aprono per accogliere, la pelle si cerca e si respira in un momento che profuma di buono. Ci si racconta.

Io e i miei bambini dopo una fase coccolosa condividiamo il meglio della nostra giornata, ovvero –Quello che ci è piaciuto di più– attraverso racconti e aneddoti. Questo nostro appuntamento quotidiano ci permette di raccontarci il tempo e lo spazio che non abbiamo vissuto insieme ma che vogliamo condividere in un momento tutto nostro.
E nel lettone poi le storie prendono forma in una drammatizzazione che solo l’estro creativo dei bambini sa esprimere. Ed io li osservo stupita di quanta ricchezza raccontano i loro occhi e i loro gesti, in un processo dinamico che si rinnova in ogni nuovo racconto.
E poi si pensa al nuovo giorno, alle nuove avventure da affrontare, e ci si da appuntamento alla prossima sera per rifornirci di coccole e di noi, in un rituale che si rigenera perché nutrito.

Ripensandoci, il titolo non rende giustizia al contenuto. Una coccola al giorno?

Ma no! Meglio mille, diecimila, centomila coccole e momenti preziosi,pernutrire giornate frenetiche e distacchi forzati. E ripartire poi per una nuova avventura quotidiana ricca di imprevisti, ma con una certezza che fa bene, la coccola della sera.

Cecilia Gioia

tratto da www.lenuovemamme.it

Sostegno all’allattamento al seno: chi è la peer counselor?

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Foto dal web

Una “peer counselor” è una mamma, con un’esperienza positiva di allattamento, che aiuta altre mamme nell’allattamento al seno.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità riconosce questa figura nella “Strategia globale per l’alimentazione dei neonati e dei bambini”, come persona preparata, al pari degli operatori sanitari qualificati e dei consulenti professionali in allattamento, per rafforzare la fiducia della madre nell’allattare, per migliorare i metodi di allattamento e a prevenire o risolvere eventuali problemi.

La peer counsellor ascolta, accetta e non giudica, stabilendo con la madre un clima empatico e accogliente.
Dopo questa prima fase la consulente accompagna la mamma a prendere la decisione che lei riterrà più funzionale per sé e il suo bambino.
Il rapporto che si crea è un processo dinamico e nutriente, perché alla pari, dove la condivisione e il rispetto dei tempi e dei bisogni rimane il centro della relazione. Perché al di sopra di qualsiasi informazione e tecnica c’è una donna con il suo bambino e questo come peer counsellor non possiamo dimenticarlo mai.
Da tre anni sostengo le mamme attraverso consulenze dal vivo e telefoniche promuovendo attraverso l’Associazione MammacheMamme di cui sono fondatrice e presidente, una serie di azioni sul mio territorio di promozione sull’allattamento al seno. E la mia professione di psicoterapeuta all’interno di un Reparto di Ostetricia e Ginecologia ha favorito e ampliato la possibilità di estendere il sostegno alla pari a tante mamme del territorio, creando una rete significativa e nutriente.
Come donna, bismamma, psicoterapeuta e consulente alla pari riconosco l’importanza del sostegno, strumento elettivo per accompagnare la neomamma in un percorso creativo e imprevedibile, dove l’allattamento ben si inserisce fornendo i “giusti” anticorpi alla diade madre-bimbo e alla loro incredibile relazione. Per favorire questo può essere utile fornire informazioni specifiche sull’allattamento, utilizzando una comunicazione semplice e positiva.

Elemento principale sono le competenze innate della mamma, che sollecitate nelle strategie di problem solving, permettono alla mamma di scegliere consapevolmente e in totale autonomia. Spesso la scelta della mamma non coincide con la soluzione ritenuta dalla consulente più funzionale, compito della peer counsellor è fare un passo indietro, ovvero “non fare”, accogliendo sinceramente la decisione della mamma.

Perché il compito di noi consulenti alla pari è ascoltare e sostenere la mamma e il bambino, sempre.

Cecilia Gioia

L’orologio delle emozioni

Foto dal webTra le mille strategie di mamma psicoterapeuta, ho inserito nella mia cassetta degli attrezzi, uno strumento facile da realizzare, ma di sicuro effetto: un vero e proprio orologio con lancette che non segnano le ore e i minuti, bensì le emozioni! Inutile dire che i miei bimbi ne sono rimasti entusiasti, scoprendo quanto è facile e nutriente ri-conoscere i propri stati d’animo. Comunicare le proprie emozioni e riconoscere quelle degli altri, favorisce la socializzazione e le relazioni interpersonali, insegnando a sintonizzarsi su se stessi.

Fin qui, nulla di nuovo, uno strumento utile e divertente che si presta per un sacco di giochi con i nostri bimbi, dal racconto delle proprie emozioni, al riconoscimento delle stesse, sia sull’orologio che mimandole e altro ancora.

E allora perché non utilizzarlo noi genitori? In fondo, noi adulti facciamo spesso fatica a ri-conoscere i nostri stati d’animo, dimenticando il valore dell’espressione emotiva priva di “filtri” e di “castranti barriere”. Ed ecco che un orologio di cartone colorato, diventa un valido supporto per con-divere a noi stessi e ai nostri figli, le emozioni di mamma e papà. Essere genitore ci insegna anche questo: adattare strategicamente piccoli ausili, per crescere consapevoli di quanto fa bene esprimere i propri stati d’animo, anche quelli meno piacevoli, che se raccontati e legittimati, si trasformano in occasioni preziose tutte da vivere. La famiglia è una vera e propria fucina di idee e strategie per conoscersi e scoprirsi, che non dimentica mai differenze e individualità, considerandole una ricchezza da cui attingere.

E allora buone emozioni a tutti!

Cecilia Gioia

tratto da www.lenuovemamme.it

Educare alle emozioni

Foto dal web

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La qualità della vita di ogni individuo è influenzata dal modo in cui egli apprende, fin dai primi anni, a riconoscere e ad affrontare le proprie emozioni.

Tra le mille strategie proposte a noi genitori, emerge spesso l’educazione emotiva. Questo approccio consiste nel proporre al nostro bambino gli strumenti di base per riconoscere ed esprimere le emozioni, una sorta di “alfabetizzazione emozionale” (Di Pietro M., 1999) che promuove la riduzione del disagio emotivo.
Educare la mente del bambino, sollecitando l’intelligenza emotiva, favorisce l’espressione di reazioni alle emozioni equilibrate, e soprattutto funzionali.  Attraverso la relazione si aiuta il bambino a minimizzare l’effetto di stati d’animo spiacevoli, favorendo contemporaneamente l’esperienza e l’espressione di emozioni positive.
Tutto questo attraverso il gioco e il racconto, in un allenamento costante che permette di sviluppare nel nostro bambino una serie di “anticorpi” alle frustrazioni e alle emozioni spiacevoli. Oggi il concetto di intelligenza multipla considera l’intelligenza emotiva uno strumento elettivo per  riconoscere i nostri sentimenti e quelli degli altri, che consente di controllare efficacemente lo stress perchè permette di “rivalutare” l’evento che è stato causa del disagio.

Modificando il proprio dialogo interno, ossia il modo in cui il bambino parla a se stesso quando interpreta e valuta ciò che gli accade, si crea una vera e propria vaccinazione psicologica allo stress. Tutto questo permette di acquisire sempre più nuove strategie di problem solving che favoriscono nel bambino coinvolto, una percezione di efficacia perché “capace” di elaborare risposte positive e flessibili.

La psicologia cognitivo-comportamentale ha evidenziato che i meccanismi psichici che governano le nostre reazioni emotive sono da identificare negli aspetti cognitivi, ovvero nelle nostre modalità di pensiero.
Aiutando i nostri figli a correggere le “distorsioni” presenti nel loro modo di rappresentarsi la realtà, sviluppiamo in loro “nuove competenze” per supportare e superare le emozioni spiacevoli.
E allora mamme e papà, proponiamo in famiglia un allenamento quotidiano alle emozioni, i nostri figli apprezzeranno tantissimo e anche noi.

Cecilia Gioia

tratto da www.lenuovemamme.it

Genitori, strana gente.

Foto dal web

Foto dal web

Sarà che come genitore non ce la faccio più ad ascoltare i suggerimenti dalla serie, “io al tuo posto farei così”, sarà che incrociare e ascoltare i genitori, (noi genitori) ti apre un mondo sulle molteplici difficoltà che si incontrano, ma un articolo sullo “strano” mondo dei genitori faceva capolino già da un po’.

Per questi motivi e per quel senso di inadeguatezza che traspare in ogni gesto o scelta comportamentale nella relazione genitore- figlio ho scelto un titolo che ben rappresenta lo stato attuale di noi genitori, ottimo bersaglio di una società giudicante e spesso superficiale.
Del resto quante volte abbiamo ascoltato le fatidiche frasi “Se il figlio è così, è tutta colpa dei genitori”, oppure “Ci credo, con una mamma così è facile perdersi”, e ancora “Se non dorme è colpa vostra, ma non avete letto il libro di…?”, e potrei dilungarmi per ore.

Ecco, alla luce di queste riflessioni, mi chiedo perché avviene tutto questo?
La categoria “Genitori” è davvero così strana o la Società stessa ha sviluppato negli anni una scarsa tolleranza e apertura all’ascolto dove permane un immagine di genitore quasi perfetto e scarsamente raggiungibile perché irreale?
Eppure con il mio lavoro ho la fortuna di incontrare un numero rilevante di storie di genitori, tutte squisitamente diverse ma con un unico denominatore comune: la fatica nel viversi sempre come inadeguati e la scarsa consapevolezza di essere competenti.

Cosa sta succedendo a noi genitori? E perché ci sentiamo sempre più soli?

Sono domande cui ognuno di noi può dare la sua risposta perché specchio della sua realtà, ma che non soddisfano completamente il nostro sentirci “strani”. E allora come provare a “sopravvivere” alle fisiologiche difficoltà che si incontrano nel percorso genitoriale senza lasciarsi sopraffare da un pensiero disturbante tipo “non sono capace?
Iniziamo ad ascoltarci e ascoltare e le strategie non tarderanno ad arrivare.

Basta solo fare silenzio e ascoltare il battito dei nostri cuori, sorridendo alle nostre “stranezze” e individualità.

Cecilia Gioia

tratto da: http://www.lenuovemamme.it

Oggi mi sento così….

Foto dal web

Foto dal web

E’ un gioco semplice, di facile comprensione ma fa tanto bene a grandi e piccini. In fondo soffermarsi sulle proprie sensazioni è un buon esercizio per tenere costantemente allenate la mente e soprattutto il cuore.
Si può giocare da soli oppure in compagnia, l’importante è riconoscerne il valore dell’esercizio quotidiano. Educarsi alle emozioni è un’abilità che va esercitata nel tempo ed ecco che la frase “Oggi mi sento così” ci apre al nostro mondo interiore e ci accompagna ad un ascolto attivo e nutriente di noi stessi. All’inizio si fa più fatica, non sempre è facile sintonizzarsi sui propri stati d’animo, riconoscerli poi spesso è un’impresa senza eguali, ma la voglia di sentirsi supera gradualmente i piccoli o grandi ostacoli incontrati.

Ed ecco che quelle parole prima sussurrate, poi legittimate ci fanno stare bene. L’aspetto interessante di questo gioco è l’estrema versatilità spazio- temporale:infatti, il contesto in cui avviene non è importante e non esistono regole o limiti ma una sana consapevolezza all’ascolto attivo, parte integrante per conoscersi e ri-conoscersi “dentro”.

Cecilia Gioia

tratto da: http://www.lenuovemamme.it

Hai il diritto di non offrire ragioni e scuse per giustificare il tuo comportamento.

Alzi la mano chi (almeno un centinaio di volte, sic!) non si sia mai sentito in dovere di giustificare una propria scelta comportamentale.

E nodonna-dice-no-300x225n abbia mai constatato quanto questa decisione si sia rivelata poco funzionale a un cambiamento, o a vincere un disagio personale.

Bene, se l’argomento può interessarvi mettiamoci “comodi” e ascoltiamoci; e sempre se vi va, raccontiamoci questo diritto e cosa rappresenta per noi.

In realtà, nessuno ci obbliga a esplicitare agli altri i motivi dei nostri comportamenti: siamo liberi di scegliere se condividere o no la nostra sfera personale. Ed ecco che emergono silenziosi i tanto famosi “confini”, “dogane” legittime e necessarie che tutelano la nostra parte più intima e, spesso, poco “ri-conosciuta”.

In realtà troppe volte percepiamo una sensazione di “assenza di confini” rispetto agli innumerevoli stimoli che il vivere quotidiano ci presenta, o “sentiamo” i nostri confini come troppo permeabili, barriere che mal proteggono il nostro “viverci” in maniera più profonda.

E allora che fare?

Una strategia è considerare questo diritto come un punto fermo all’interno del mare dei rapporti interpersonali, una sorta di bussola che ci ricorda quelli che sono i doveri e i diritti verso noi stessi e gli altri.

Ma quanto è ingombrante questo pensiero dentro di noi? Quanto è difficile conoscere e mantenere i propri confini, legittimandosi il diritto di non giustificarsi?

Ammettiamolo: siamo affetti da un virus cognitivo (io li chiamo così) che ci “obbliga” ad agire secondo prassi sociali, una sorta di etichetta interiorizzata e collettiva che, ahimè, si dimostra, nei fatti, nociva per la nostra salute psicofisica. Non sempre però riusciamo a farne a meno, causa un apprendimento disfunzionale strutturato negli anni, che sostiene questo pensiero irrazionale dell’ “Io Devo”.

Giustificare i nostri comportamenti attraverso scuse e argomentazioni equivale a svalutare le nostre scelte, giuste o poco funzionali che siano, alleviando il disagio che si prova nel sentirsi addosso la “responsabilità dell’azione”, elemento nutriente che sostiene il vivere quotidiano.

Ma che effetto fa sentirsi totalmente responsabili di un comportamento e scegliere di manifestarlo o meno? In un contesto quotidiano dire “sono stanco, ho bisogno di un’ora per me” (che, a livello comportamentale, equivale a un Time Out) “deve” essere necessariamente giustificato?

E quante volte questo bisogno fisiologico di fermarsi è stato soffocato dai “DEVO” o “”, veri e propri elementi interferenti che rendono inadeguata la sopravvivenza e il benessere personale d tutti noi?

Caspita quante domande in attesa di risposte… Ma lasciamoci così, con questi punti di riflessione con-divisi, e proviamo a sospendere i nostri pensieri, per ri-incontrarci al più presto, per raccontarci e “sentirci”.

Tutti i viaggi alla scoperta di noi stesse cominciano con un primo passo…E allora buon cammino a tutti!

Cecilia Gioia

tratto da http://www.bambinonaturale.it