Storia di una mamma.

Quando incontri una storia speciale, te ne accorgi subito. L’aria si sospende, il battito rallenta, lo sguarda prova ad andare oltre e si sincronizza anche il respiro. La storia di una donna e una mamma in rinascita, un dono per me e per chi vorrà leggere con il cuore.

Disegni di Michal Rovner. Tratto dal libro L’abbraccio di Grossman D., edito da Mondadori, 2010

Sono diventata mamma per la prima volta nel 2012, dopo un anno di tentativi falliti e altrettanti pianti silenziosi all’arrivo di ogni ciclo. Un anno difficile, contrassegnato dalla solitudine: marito lontano per lavoro e lavoro sfrenato in ufficio per compensare i vuoti. Immaginavo l’arrivo di un figlio come un momento magico, capace di spazzare via la tristezza e rigenerare un rapporto vissuto a distanza. Nel dormiveglia immaginavo di stringere forte il mio piccolo e di allattarlo. Era il mio ultimo pensiero ogni sera prima di addormentarmi. Rimasi incinta quando ormai avevo perso la speranza ed ero pronta a preparare la domanda per l’adozione, quando smisi di fare calcoli sui giorni fertili, quando un ginecologo mi disse che avrei dovuto fare accertamenti a causa dei miei follicoli troppo grossi ed iniziare una cura ormonale. Il primo mese di gravidanza fu bellissimo, mi sembrava di camminare sospesa da terra, era tutto perfetto come avevo immaginato nel buio della mia camera da letto. Il sogno fu bruscamente interrotto da una macchia di sangue che si trasformò in un flusso vero e proprio nel giro di pochi minuti. Ricordo ancora come se fosse oggi la disperazione durante la corsa in ospedale, con la certezza di aver perso quel bimbo tanto desiderato. Distesa su un lettino freddo, con le lacrime che mi offuscavano la vista,  un medico poco cortese mi disse di smettere di piangere perché il bimbo stava bene, di fare punture e stare a letto finché le perdite di sangue non si fossero fermate. Di colpo mi ritrovai a vivere h24 tra letto e divano, con la paura che anche un piccolo movimento avrebbe potuto far male al miracolo che stava crescendo dentro di me. Piano piano cominciai a spegnermi. Il sollievo di essere ancora incinta lasciò presto spazio al nervosismo e alla tristezza. Cominciai a piangere senza sapere bene quale fosse il motivo. Mi sentivo sola e incompresa ma non lo davo a vedere, nascondendomi tutti i giorni dietro un sorriso di circostanza per amici e parenti. Passai quasi tutta la gravidanza a letto, con l’ansia perenne che qualcosa potesse andare storto. Il giorno tanto atteso arrivò nonostante tutto. Dopo tre giorni di travaglio ed un parto tremendo,l’angelo dagli occhi color caffè che tante volte avevo immaginato fece ingresso nella mia vita. Sembrava tutto perfetto, forse troppo. Faceva tanto caldo in quei giorni, troppo caldo per un bimbo di pochi giorni digiuno. Il piccolo ciucciava con tutte le sue forze ma la montata lattea tardava ad arrivare. La mia inesperienza e la presenza attorno a me di persone inesperte non mi permisero di capire che qualcosa non andava e il mio angelo svenne in auto mentre stavamo andando in ospedale per un controllo, dopo aver trovato tracce rosse nel pannolino. In quei 10 interminabili minuti pensai che fosse morto. Si svegliò all’arrivo in tin dove lo portai attraversando di corsa lunghi corridoi, senza neanche sentire il dolore degli innumerevoli punti del parto e la stanchezza di quei lunghi giorni senza sonno. In quei 10 minuti il terrore si impadronì della mia mente e non fui lucida neanche con i medici che all’inizio non capirono, scambiandomi per una neonamma ansiosa. Mi chiesero scusa goffamente dopo molte ore, dicendomi che in effetti il bimbo aveva avuto un calo glicemico che aveva causato lo svenimento. Tornai a casa distrutta e arrabbiata. Arrabbiata con i medici e con me stessa per non aver capito che il mio bimbo non stava bene. Il giorno dopo arrivò il latte ma dopo le prime poppate cominciai a sentirmi stanca, eccessivamente stanca. Nel pomeriggio cominciai ad avere la sensazione che il mio corpo stesse cedendo, non avevo la forza di muovermi, mi sentivo paralizzata. Arrivò a casa il 118 che mi portò in ospedale. Ero lucida ma non riuscivo a muovermi. Ad un certo punto le forze mi abbandonarono quasi del tutto, il mio corpo non rispondeva più. Dissi a mio marito che stavo per morire, lo salutai, raccomandandogli di prendersi cura del nostro cucciolo e mi addormentai o forse svenni. Dopo tante ore mi dissero che avevo l’emoglobina bassa e mi parcheggiarono in una barella nel corridoio di un pronto soccorso affollato. Durante la notte cominciarono a comparire dei termori in tutto il corpo. Arrivarono in tre per tenermi ferma e mi spararono in bocca una siringa con gocce di valium. Mi dissero che non avrei dovuto allattare per almeno un giorno e mi mandarono a casa con un foglietto su cui c’era scritto depressione post partum. Fu quello l’inizio di un lungo periodo difficile. Cominciai ad essere confusa, ad avere paure di tutti i tipi, a non essere più lucida. Dicevo e facevo cose strane. Non riuscivo ad accudire il mio piccolo e svuotavo il latte tirato nel lavandino perché il medico a cui i miei familiari si rivolsero cominciò a prescrivermi psicofarmaci che resero il latte un veleno per il mio cucciolo. Trascorsi un paio di settimane a casa e oltre un mese in un reparto di psichiatria. Fu un periodo strano. Da una parte mi mancava mio figlio e dall’altra ero contenta di essermi allontanata da lui e da tutti per ricomporre la mia mente in frantumi. In quel periodo emerse il meglio e il peggio di me, mischiati in un unico pentolone che ribolliva giorno e notte, senza darmi un attimo di tregua. Tornai a casa quando il mio bimbo aveva quasi due mesi. Aveva un odore che non riconoscevo, beveva un latte che non era il mio, piangeva quando lo tenevo in braccio e si calmava soltanto tra le braccia della nonna. Non sapevo cullarlo, non sapevo consolarlo, non sapevo essere la sua mamma. Gli volevo bene, tanto bene, ma la naturalezza del nostro rapporto aveva lasciato posto ad una voragine che mi sembrava incolmabile. Ci vollero mesi di duro lavoro per ritrovarci. Dopo quattro mesi smisi di prendere psicofarmaci e piano piano cominciammo lentamente ad annusarci, a coccolarci, a conoscerci. Dopo altri cinque mesi rimanemmo finalmente soli. Senza il papà che tornava soltano per il weekend e senza le nonne che tornarono a vivere nelle proprie case dopo mesi di convivenza forzata sotto le stesso tetto. Mi cominciai a sentire finalmente madre ma con la sensazione costante di dover dimostrare al mondo di poterlo essere. Non era scontato, non era facile. Inghiottivo ogni giorno dolore per trasformarlo in grinta, inventando  modi sempre diversi per farmi amare dal mio cucciolo. Lentamente cominciai a non pensare più a quel periodo tanto difficile e ritornai ad essere la persona che ero ma con una sensibilità più accentuata. Passarono gli anni e dopo quattro io e mio marito decidemmo di avere un altro figlio che arrivò al secondo tentativo. Sentii la sua presenza dentro di me da quando vidi la seconda linea rossa sul test di gravidanza. Quel puntino dentro di me era già il mio secondo amore prima ancora che il suo cuore cominciasse a battere. Decisi subito di cambiare ginecologo e struttura ospedaliera, di azzerare il passato per costruire un nuovo futuro. La fortuna mi portò a bussare alla porta di un medico speciale che si accorse al primo sguardo che qualcosa andava ancora risolta prima di partorire il secondo figlio. Mi suggerì subito di rivolgermi ad uno psicologo e la mia prima reazione fu un mix di incredulità e rabbia. Che ne sapeva lui di me, della mia storia,  della mia forza? Tornai a casa infastidita ma le sue parole aprirono un varco nelle mie insicurezze. Mi resi conto in pochi giorni che in quattro anni ero riuscita a tappare un buco nero con un velo di forza ma che il buco c’era ancora e che il velo era troppo sottile. Decisi di frantumare il velo e di tuffarmi nel buco nero con l’aiuto di un salvagente: una psicologa dagli occhi gentili e pieni di umanità. La perlustrazione del buco nero durò per tutta la gravidanza e anche per qualche mese dopo la nascita del mio secondo angelo dagli occhi color caffè. La mia bimba adesso ha quasi 8 mesi, vissuti in buona parte cuore a cuore dentro una fascia rosa o attaccata al mio seno da cui non esce più veleno ma amore. Il suo arrivo è stato un balsamo sulle ferite che avevano sanguinato senza sosta per 4 lunghi anni. Grazie a lei e con lei ho seminato fiori nel buco nero che adesso si è trasformato in un pozzo di esperienze, di emozioni, di vita. Ed è ancora grazie a lei che mi sono riappropriata della naturalezza del rapporto con il mio primo figlio, cominciando a coccolarlo e accudirlo con un trasporto nuovo, carico di  tenerezza. Adesso non piango più pensando a quanto ho perso, perché ormai quasi tutto è stato recuperato. Non potrò più recupare la donna che ero prima del crollo: una donna che metteva al primo posto il lavoro, che non si guardava mai indietro, che faceva della razionalità il suo punto di forza. Quella donna ha lasciato posto a me: una persona imperfetta, una mamma felice, una donna forte.

I pensieri di una psicoterapeuta.

4Credo fermamente che il miglior modo di onorare una notte d’estate dall’aria rarefatta e sospesa, sia scrivere pensieri ribelli dall’ apnea densa e faticosa. E allora scrivo. E accolgo pensieri. Scrivo di storie di donne e di uomini che quotidianamente ascolto grazie al mio lavoro, raccolgo emozioni di vite vissute, sostengo fatiche di un quotidiano viversi, riunisco parti di Sé in frammenti. In una parola ASCOLTO (dentro), lasciando scorrere tutto questo attraverso un sistema osmotico di pieni e vuoti che solo anni di pratica clinica insegnano e consolidano in un quotidiano ripetersi di rituali per accogliere ed accogliersi.

Perché è facile entrare nella relazione d’aiuto, ci gratifica sollecitando parti di un Sé affamato di riconoscimento, il difficile è rimanerci imparando a staccarsi, in un quotidiano arrivederci, mentre la terapia scorre, accoglie, raccoglie e guarisce storie quotidiane di un faticoso viversi.

Il difficile è accettare quella traccia che ogni paziente lascia in noi ogni giorno, tracce spesso doloroso, silenziosi segni che incidono la nostra psiche e la nostra storia. Il difficile è lasciarsi andare, mescolarsi, accettare senza perdersi, senza perdere mai di vista l’unico obiettivo della relazione terapeutica: la guarigione psichica della Persona che ci ha scelto. Ogni incontro è un movimento rotatorio, spesso veloce, altre volte lento, dove due sostanze diverse si mescolano per alcuni momenti ritornando ognuna al proprio posto, quando la forza terapeutica del setting smette di “centrifugare” emozioni e storie. Un pò come l’acqua e l’olio, sostanze dalla natura diversa, ma capaci di convivere nello stesso spazio che contiene differenze e confini, formando per pochi attimi una miscela empatica per poi dividersi in due strati separati ma complici. Ecco, io immagino ogni incontro terapeutico così, raccogliendo a fine giornata tutto questo, integrandolo nella mia storia di donna, di madre e di psicoterapeuta, imparando da ogni incontro l’importanza di sentirsi amati e accuditi, sin dal preconcepimento.

E parto proprio da lì, dal racconto del loro parto, perché è dentro l’utero materno che noi psicoterapeuti riusciamo ad iniziare la Persona alla narrazione di sé. Perché nel modo di venire al mondo c’è una fonte inesauribile di storie, vissuti, letture, schemi che si ripetono nel quotidiano viversi in una coazione spesso dolorosa, dai significati misteriosi che aspetta solo di essere ascoltata e restituita in una rilettura che libera da meccanismi disfunzionali e affaticati. Perché accettare di lavorare su memorie remote, significa mescolarsi, sentirsi, riconoscersi e distaccarsi, riportando la narrazione in un qui ed ora denso di sintomi e di sofferenza psichica. Significa viaggiare nel tempo, senza mai disorientarsi, raccogliendo i rischi dell’ignoto, mentre la Persona svela parti di Sé mai raccontate. Significa accettare, anche le parti scomode, quelle che non avremmo mai voluto sentire ma che appartengono alla Persona che ci ha scelto. Significa accompagnare, lenire, asciugare lacrime e guarire da una sofferenza psichica la/il protagonista della storia ascoltata. Significa lasciarla/o andare in un addio che sugella un patto indissolubile, fatto di rispetto e di confini.

Ecco cosa significa per me, ogni giorno, il mio lavoro.

Si chiama Psicoterapia, si pronuncia Passione.

Cecilia Gioia

 

L’ignoranza emotiva.

lignoranzaTroppo spesso leggiamo articoli o libri che presentano l’intelligenza emotiva come la chiave di adattamento funzionale alla vita e ai suoi imprevisti. Una fitta rete di parole che descrive questo tipo di intelligenza, evidenziando le competenze individuali e sociali affinché ci sia equilibrio tra cuore e il cervello. Un paradosso solo apparente che invece sottolinea quanto sia necessario favorire l’espressione di tale intelligenza considerandola una funzione adattiva e protettiva della Persona. Essere emotivamente competenti significa conoscere consapevolmente le proprie emozioni, la loro intensità e l’effetto che provocano in se stess* e sugli altri.

Al contrario ahimè, il guardarmi intorno mi evidenzia quotidianamente un fenomeno sempre più evidente che coinvolge davvero tutt* e che si identifica come ignoranza emotiva. A livello semantico la parola lascia ben poco spazio all’immaginazione, perché ben chiara e definita. Simbolicamente parlando immagino l’ignoranza emotiva come una vera e propria lacuna della psiche dove è difficile sintonizzarsi e riconoscersi nelle proprie emozioni e in quelle altrui e dove è facile perdersi in un Io poco nutrito della linfa vitale emotiva, necessaria per la nostra sopravvivenza.

Ma come si promuove l’ignoranza emotiva?

Le emozioni sono una serie di cambiamenti che si registrano nel nostro corpo, nei nostri pensieri e nei nostri comportamenti che la Persona utilizza in risposta ad un evento. Possiamo definire le emozioni come un’esperienza intensa e passeggera che ci permette di entrare in contatto con gli altri, favorendo o ostacolando l’apprendimento. Alcune sono innate e definite primarie, altre nascono dalla combinazione delle emozioni primarie sviluppandosi grazie alla crescita della Persona e alle sue interazioni con l’ambiente. A dirla tutta le emozioni sono la nostra bussola, elemento fondamentale per orientarci nel mondo delle relazioni e degli eventi. Ma ritorniamo all’ignoranza emotiva e al suo dilagare incessante in un mondo sempre più distratto.

Troppe volte mi scontro con parole come CONTROLLO e GESTIONE, sostantivi claustrofobici che poco si sposano con tutto ciò che è fluido ed evolutivo.

Perché le emozioni non si gestiscono, né si controllano e ancor meno si combattono. Perché fare questo vuol dire rinnegarne il significato più profondo, dimenticando la via elettiva per sfruttare al meglio il loro valore nella nostra vita.

Perché le emozioni si accolgono, si ascoltano e si riconoscono, in un esercizio quotidiano e costante che genera adattamento e consapevolezza.

Perché ogni qualvolta snaturiamo l’essenza più profonda delle emozioni, diventiamo sempre più ignoranti emotivamente. Perché è difficile comprendere se non ascolto. E non riconosco.

Perché l’intelligenza emotiva è un’abilità, e come tale va esercitata, ogni giorno.

Perché è facile parlare di emozioni, ignorandone il loro vero significato.

Perché parlare (correttamente) di emozioni, sin dal preconcepimento, vuol dire promuovere salute psicologica. E come psicolog* noi sappiamo bene che le parole sono importanti.

Cecilia Gioia

 

Anatomia del setting psicoterapeutico.

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Luogo davvero intimo e prezioso, fatto di segni e di significati, il setting terapeutico si presenta agli occhi della Persona che decide di intraprendere un percorso di psicoterapia, con le sue caratteristiche squisitamente individuali. Il termine setting deriva dal verbo inglese “to set” che significa delimitare, ma costituisce anche un sostantivo di per sé col significato essenzialmente di “cornice”. Una cornice davvero unica, dove possono liberamente esprimersi le storie terapeutiche, attraverso una narrazione costellata di simboli e ricordi. Un vero e proprio palcoscenico dove drammatizzare le proprie emozioni, dove sentirsi comod* di raccontarsi e prendersi cura del proprio dolore psichico. Un luogo dell’attesa, dove ogni elemento fisico e astratto racconta un significato, dove nessuna scelta è casuale ma funzionale, per “accogliere” e “contenere” e dove ogni psicoterapeuta racconta la sua esperienza come Persona. Che luogo incredibile, sembra quasi di “camminare dentro” le sfumature della personalità di chi accoglie e aspetta ora dopo ora le storie delle Persone, in una ciclicità di un tempo che ascolta e cura.

Perchè il setting terapeutico, il mio setting, è fatto di me e delle tracce che ogni Persona che ha scelto di “abitare” per un periodo questo spazio, ha lasciato. Piccole ma indelebili briciole che creano un continuum fatto di inizi, percorsi e saluti, dove ogni storia si è fatta spazio e a preso forma accomodandosi nella poltrona bianca.

Si inizia sempre così, timidamente ci si siede, provando ad esplorare con lo sguardo lembi di uno spazio sconosciuto. Quanto dolore negli occhi di chi si siede per la prima volta su quella poltrona e quanto stupore quando io mi siedo di fronte, eliminando quindi dal campo visivo, limiti o barriere fisiche o astratte. Si inizia sempre così, ci si scruta negli occhi, si prova a sostare negli angoli, in quegli angoli in cui per troppo tempo la psiche è stata costretta. La luce soffusa poi, la poltrona che avvolge e il non verbale che accoglie rende tutto più fluido. La schiena da rigida si appoggia allo schienale della poltrona, il tremolio della voce si riduce, le mani si aprono, lo sguardo si estende e la narrazione prende spazio. Uno spazio e un tempo rotondo che contiene, assimila, restituisce, respira. E cura, attraverso atti psicoterapeutici lavorando sulle risorse della Persona e sulla Relazione, ricucendo strappi di storia e rileggendo i ricordi, radici su cui fondiamo il nostro presente e il nostro futuro.

Il mio setting è fatto di me, di una scrivania che quotidianamente si arricchisce di tracce, di libri (tanti) e di appunti. Di penne che spesso faticano a scrivere, di post-it dai colori improbabili, di disegni dei figli e da una ciotola di caramelle spesso rifocillata anche dalle Persone che abitano settimanalmente il setting e che lasciano dolci tracce per le Persone che verranno nelle ore successive. Vedo in questo atto un gesto di grande alleanza e consapevolezza, di chi sa di coabitare questo spazio prendendosene cura per sé stess* e per le altre Persone; attraverso il gesto del lasciare non solo la sua storia e la sua sofferenza di vita, ma anche piccole dolcezze, l’essenza del dono prende forma, tra sconosciuti ignari ma consapevoli che un filo invisibile li lega, il desiderio di stare bene.

Sono grata al mio setting, ogni giorno e oggi, come sempre, voglio celebrarlo.

Cecilia Gioia

Cosa farò da grande?

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Volevo fare la cantante, la ballerina, la musicista, poi la giornalista, la scrittrice, l’arredatrice di interni, l’ispettrice di polizia, l’archeologa, la critica d’arte e la missionaria.

Mio padre invece voleva che facessi l’avvocata, mia madre l’insegnante.  Il mio essere figlia unica aveva permesso loro di avere idee chiare, quando si è unici meglio non caricare troppo, si rischia di confondere i desideri.

Io oggi  “sono” e “faccio” la psicologa clinica e psicoterapeuta.

Canto le storie delle persone che si rivolgono a me, danzo e percorro i loro passi, ho un buon orecchio per ascoltare attentamente la loro musica, suonando in concerto i loro spartiti di vita, e poi vivo di storie e conosco personaggi, li accolgo, li riconosco e do loro un nome; suggerisco arredi all’interno della psiche, armonizzando le sue mille sfumature, cerco indizi e tracce per leggere meglio i sintomi, torno indietro nel tempo e raccolgo i ricordi, mi soffermo in tutte le forme di bellezza, esercitando l’esercizio della psicoterapia come arte. E poi sto nella relazione d’aiuto con consapevolezza. Dimenticavo, esercito quotidianamente dispute sulle convinzioni irrazionali, e insegno attraverso la relazione terapeutica, l’arte della maieutica, aiutando a “tirar fuori” dalla persona le proprie risorse e consapevolezze.

E quindi, da grande, ho scelto bene. Ho integrato tutti i miei molteplici desideri del cuore in un’unica professione.

Sono e faccio la psicologa e psicoterapeuta, what else?

Cecilia Gioia

 

Raccoglistorie.

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Quando incontri una storia speciale, te ne accorgi subito. L’aria si sospende, il battito rallenta, lo sguarda prova ad andare oltre e si sincronizza anche il respiro. Quando ascolto una storia di vita i miei sensi si amplificano, mentre contemplo un qui ed ora che raccoglie l’infinito dono dell’esserci davvero. E quindi annuso, raccolgo, accarezzo, studio parole che scorrono in uno spazio amniotico come il setting psicoterapeutico. Perchè in quell’incontro si racchiude tutto, la paura, il coraggio, le incertezze, la voglia di scappare mista ad uno sguardo che racconta un’unica domanda: “potrai prenderti cura della mia storia?“. E quindi aspetto, annuisco, invito, respiro e mi ascolto per ascoltare fino all’ultima briciola di una narrazione finalmente libera di raccontarsi. Fare psicoterapia significa quotidianamente accogliere doni per condividerli poi nel setting attraverso una rilettura che dona significati e significanti, mentre la vita scorre attraverso immagini che prendono forma e colore. Suoni ed emozioni.

Quasi come una storia fatta di silenzi, di respiri rumorosi, di braccia chiuse, di postura rigida e di sguardo perso nelle innumerevoli domande di una vita. O una storia rumorosa dove vomitare parole ed immagini sembra la via elettiva per raccontarsi e viversi, dove non ci sono pause, ma fiumi di suoni bulimicamente vissuti. O la storia intrecciata nei mille fili di dolore, dove la vita srotola dipendenza affettiva e ricerca di accettazione, mentre le mani narrano episodi e ferite. E violenza subite. C’è poi la storia dalla narrazione dissonante, dove le parole non si accordano alle emozioni mostrate, dove si sta un po’ scomodi, dove ci si prende un tempo per riflettere e decidere se accompagnarsi.

Storie di donne e uomini che decidono di raccontarsi, per dare vita ad un passato troppo spesso vissuto come spaventante, o ad un presente difficile da viversi.

Storie che quotidianamente ascolto e respiro, mentre la vita scorre e ride delle innumerevoli pieghe in cui è facile perdersi e difficile riconoscersi. Ed è proprio qui, in quello spazio che sospende il tempo, il setting, che si celebra la vita, onorandola di ascolto, accoglienza e cura, ogni giorno.

Dentro i giorni.

M. Cecilia Gioia

Copyrights – 2017 Amigdala Studio di Psicoterapia by M. Cecilia Gioia

Inevitabilmente Rosa.

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Rosa Parks booking photo following her February 1956 arrest during the Montgomery Bus Boycott.

Le donne tessono la storia. Giorno dopo giorno generano vite e intrecciano cambiamenti. Come sessantadue anni fa, in un 1° dicembre che ogni anno profuma di rosa. Il profumo di Rosa Parks e il suo immenso NO che continua a risuonare in tutte noi, donne che corrono quotidianamente con i lupi, affamate di diritti e di cambiamenti. Perché quel NO racconta coraggio, determinazione, racconta amore verso la giustizia e segna grandi rivoluzioni. Quel NO è una scelta, un invito a non cedere a tutto ciò che vìola i nostri diritti, un NO partorito da una donna considerata “the Mother of the Civil Rights movement”. Si, perché le donne generano sempre, soprattutto cambiamenti. E lo fanno con generosità, donando ad un mondo spesso distratto e spaventato, atti di grande coraggio e gentilezza. Come quel NO fermo, deciso, educato e denso di significati. Ed è in quella negazione che si genera un processo di affermazione e riconoscimento, dove milioni di Rosa, ogni giorno, respirano all’unisono il vento del cambiamento. Oggi, come ieri innumerevoli archetipi femminili esprimono la forza potentissima, selvaggia, istintiva e passionale che si nasconde in ogni donna attraverso il suo NO. Un NO che necessita di spazio e ascolto, di istinto e di crisi, di ferite e di storie. Di scoperte e di atti gentili, verso noi stesse, in armonia con le nostre parti. Affinchè quel NO continui a risuonare nelle nostre pance e nei nostri cuori, per diventare consapevolmente, ogni giorno, madri di noi stesse.

M. Cecilia Gioia

 

Copyrights – 2017 Amigdala Studio di Psicoterapia by M. Cecilia Gioia

L’arte di essere semplice.

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Immagine dal web

E’ dalle prime ore dell’alba che questo titolo ha iniziato a bussare nei miei pensieri e allora lo scrivo, lo riconosco e provo a dargli una forma, mentre sorrido alla mia tastiera attonita.

Partiamo dal significato della parola “semplice”, aggettivo troppo spesso utilizzato nel lessico comune dai connotati ampi e dalle riletture, spesso superficiali.

Cercando nel vocabolario emergono definizioni come non complicato, sincero, che è soltanto ciò che viene detto e null’altro, formato di un solo elemento, ma anche inesperto, ingenuo, che occupa un livello più basso di una gerarchia. Si passa quindi da un polo positivo ad uno negativo per spiegare etimologicamente questo aggettivo.

A me la parola “semplice” evoca “pulito”, “limpido”, “presente” e mi orienta verso emozioni positive e sensazioni corporee di benessere, insomma mi piace.

Perché in questo mondo stratificato dal bisogno di indossare maschere, la parola “semplice” diventa un piccolo faro che illumina e schiarisce le innumerevoli ruminazioni che spesso accompagnano la nostra vita.

Si, perchè “semplice” non fa rima con inutile, ridondante, giudicante, ruminante, ambivalente e come un panno morbido ripulisce, quotidianamente, concetti e cognizioni spesso rigide, rendendo tutto più accessibile. E accogliente.

Ma cosa significa “essere semplice”?

E soprattutto la semplicità è una qualità innata o si acquisisce?

Mi viene da pensare a tutte le volte in cui non ho preso in considerazione la possibilità di provare ad esserlo. E non parlo di una semplicità intesa come una modalità scarsamente profonda e meno intensa di viversi, parlo piuttosto di una abilità densa di “presenza”, “coerenza” e “autenticità” prima con sé stess* e poi con il resto dell’umanità che incontriamo nel nostro percorso di vita. Parlo di un’occasione per riconoscersi, accettarsi e amarsi senza filtri e remore, avviando un processo di autodeterminazione e consapevolezza, basi sicure per vivere.

E se ripenso a tutte quelle volte in cui non ho provato ad essere semplice, sento di essermi tradita, di non aver dato a me stessa l’opportunità di vivermi in pienezza, raccogliendo e amando tutte le parti di me.

Perché essere semplice è un’abilità che guarisce e che necessita impegno, esercizio e rimodellamento. Significa riconoscere i benefici psicofisici che immediatamente si manifestano godendo delle emozioni di saper stare dentro un qui ed ora, ricco di nutrienti.

Significa ascoltarsi, alleggerirsi e volersi bene, sugellando verso noi stess* una promessa di fedeltà, da rinnovare quotidianamente attraverso atti gentili e “semplici”.

Perché per me semplice va rima con vivere, ed io ne ho il diritto. Ogni giorno.

Cecilia Gioia

Copyrights – 2017 Amigdala Studio di Psicoterapia by M. Cecilia Gioia

 

Il (mio) significato della psicoterapia.

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Marc Chagall All’imbrunire, 1938-43

Credo fermamente che il miglior modo di onorare una notte d’estate dall’aria rarefatta e sospesa, sia scrivere pensieri ribelli dall’ apnea densa e faticosa.

E allora scrivo. E accolgo pensieri.

Scrivo di storie di donne e di uomini che quotidianamente ascolto grazie al mio lavoro, raccolgo emozioni di vite vissute, sostengo fatiche di un quotidiano viversi, riunisco parti di Sé in frammenti. In una parola ASCOLTO (dentro), lasciando scorrere tutto questo attraverso un sistema osmotico di pieni e vuoti che solo anni di pratica clinica insegnano e consolidano in un quotidiano ripetersi di rituali per accogliere ed accogliersi.

Perché è facile entrare nella relazione d’aiuto, ci gratifica sollecitando parti di un Sé affamato di riconoscimento, il difficile poi è rimanerci imparando a staccarsi, in un quotidiano arrivederci, mentre la terapia scorre, accoglie, raccoglie e guarisce storie quotidiane di un faticoso viversi.

Il difficile è accettare quella traccia che ogni paziente lascia in noi ogni giorno, tracce spesso dolorose, silenziosi segni che incidono la nostra psiche e la nostra storia. Il difficile è lasciarsi andare, mescolarsi, accettare senza perdersi, senza perdere mai di vista l’unico obiettivo della relazione terapeutica: la guarigione psichica della Persona che ci ha scelto. Ogni incontro è un movimento rotatorio, spesso veloce, altre volte lento, dove due sostanze diverse si mescolano per alcuni momenti ritornando ognuna al proprio posto, quando la forza terapeutica del setting smette di “centrifugare” emozioni e storie. Un pò come l’acqua e l’olio, sostanze dalla natura diversa, ma capaci di convivere nello stesso spazio che contiene differenze e confini, formando per pochi attimi una miscela empatica per poi dividersi in due strati separati ma complici. Ecco, io immagino ogni incontro terapeutico così, raccogliendo a fine giornata tutto questo, integrandolo nella mia storia di donna, di madre e di psicoterapeuta, imparando da ogni incontro l’importanza di sentirsi amati e accuditi, sin dal preconcepimento.

E parto proprio da lì, dal racconto del loro parto, perché è dentro l’utero materno che noi psicoterapeuti riusciamo ad iniziare la Persona alla narrazione di sé. Perché nel modo di venire al mondo c’è una fonte inesauribile di storie, vissuti, letture, schemi che si ripetono nel quotidiano viversi in una coazione spesso dolorosa, dai significati misteriosi che aspetta solo di essere ascoltata e restituita in una rilettura che libera da meccanismi disfunzionali e affaticati. Perché accettare di lavorare su memorie remote, significa mescolarsi, sentirsi, riconoscersi e distaccarsi, riportando la narrazione in un qui ed ora denso di sintomi e di sofferenza psichica. Significa viaggiare nel tempo, senza mai disorientarsi, raccogliendo i rischi dell’ignoto, mentre la Persona svela parti di Sé mai raccontate. Significa accettare, anche le parti scomode, quelle che non avremmo mai voluto sentire ma che appartengono alla Persona che ci ha scelto. Significa accompagnare, lenire, asciugare lacrime e guarire da una sofferenza psichica la/il protagonista della storia ascoltata. Significa lasciarla/o andare in un addio che sugella un patto indissolubile, fatto di rispetto e di confini.

Ecco cosa significa per me, ogni giorno, il mio lavoro.

Si chiama Psicoterapia, si pronuncia Passione.

Cecilia Gioia

Anatomia del senso di colpa.

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Se non fai i compiti, mi arrabbio!”.

Chissà quante volte, da bambini, abbiamo ascoltato questa frase dai nostri genitori. E chissà quante altre volte questa frase ha risuonato nella nostra vita adulta sotto forma di emozioni dense e spesso non semplici da nominare. Ed ecco che il senso di colpa inizia a strutturarsi in noi, aderendo come una seconda pelle e filtrando, inevitabilmente, il nostro modo di stare nel mondo.

Perché il senso di colpa è un vero e proprio meccanismo psicologico che si attiva quando facciamo qualcosa che va contro il nostro codice di comportamento acquisito, agendo da supervisor inflessibile e scarsamente accomodante. Si manifesta attraverso la rabbia verso noi stessi tormentandoci e condizionando la nostra vita fino a quando non facciamo qualcosa per riparare all’accaduto.

Ma torniamo agli albori di questo sentimento, a come si presenta a noi sin dalla primissima età consolidandosi in schemi cognitivi e comportamentali mal adattivi che influenzano la nostra vita adulta tanto da strutturare in noi vissuti di inadeguatezza e bassa autostima. Torniamo al nostro Io Bambin* desideros* di non deludere le aspettative genitoriali, sempre alla ricerca di quello sguardo amorevole e compiaciuto dei nostri genitori, sguardo che spesso si è vestito di delusione e frasi scomode, consolidando in noi la colpa, e il pensiero disfunzionale di aver commesso delle cose orribili.

Secondo uno studio condotto alla Washington University di St. Louis, la predisposizione a sentirsi colpevole potrebbe essere collegata ad un’alterazione del volume dell’insula, area cerebrale che regola la percezione, l’autoconsapevolezza e le emozioni e che sappiamo essere coinvolta in molti disturbi mentali. I ricercatori del Dipartimento di Psichiatria hanno misurato prima i livelli di senso di colpa e depressione in un gruppo di bambini reclutati in età prescolare, tra i 3 e i 5 anni. Costoro, raggiunta un’età compresa tra i 7 e i 13 anni, sono stati sottoposti a tre esami di risonanza magnetica funzionale, una ogni 18 mesi circa. Secondo i risultati dello studio, pubblicato su Jama Psichiatry, oltre la metà dei bambini depressi aveva anche un senso di colpa patologico; inoltre, i bambini non necessariamente depressi ma con un senso di colpa patologico mostravano delle dimensioni ridotte della parte anteriore dell’insula rispetto ai loro coetanei. L’individuazione del legame tra funzioni cerebrali e specifiche aree e reti di connessioni neurali è una delle più grandi sfide che le neuroscienze sta portando avanti attraverso un approccio integrato alla psicologia. A tal proposito ricercatori stanno indagando quali siano i modi più efficaci per aiutare i bambini a gestire i sensi di colpa appresi ed ecco che la psicologia assume ruolo predominante in un’ottica di prevenzione e promozione di salute psicologica sin dalla primissima età.

E da adulti? Come possiamo prenderci cura di noi stessi e di questo meccanismo psicologico che blocca il nostro sentirci liberi di mostrarci davvero per quello che siamo e non per quello che per anni abbiamo costruito come immagine ideale del nostro Sé? Iniziare a sperimentare che certi pensieri non producono nessun disastro irreversibile è un buon esercizio per riuscire a esprimere il nostro vero sentire e provare a rompere gli schemi rigidi e acquisiti che per anni hanno condizionato le nostre scelte, influenzando la qualità della vita. Tutto questo avvia un processo di riconoscimento di noi stessi e della autenticità delle nostre emozioni per stabilire delle relazioni interpersonali efficaci e sviluppare con loro una comunicazione rispettosa e funzionale.

M. Cecilia Gioia

 

Bibliografia

Belden AC, Barch DM2, Oakberg TJ1, April LM1, Harms MP1, Botteron KN3, Luby JL1. Anterior insula volume and guilt: neurobehavioral markers of recurrence after early childhood major depressive disorder. JAMA Psychiatry. 2015 Jan;72(1):40-8