Hai il diritto di dire “Non so”.

Troppo spesso ci viene chiesto di sapere “tutto” o quasi, nonlosogif1costringendoci” a percepirci come fonte inesauribile di conoscenza. Pensiero, questo, quanto mai irreale, che regala frustrazioni e sensi di colpa e che inibisce un semplice e fisiologico “non so”.

Perché succede questo?
Potremmo provare a teorizzare il tutto attribuendo a noi stesse la difficoltà di ammettere la nostra ignoranza di fronte a domande a cuinon sappiamo rispondere, ma la pratica ci insegna la nostra predisposizione a fingere di sapere ciò che l’altro ci chiede.
Ecco perché scegliamo di annuire convinte, consapevoli di non sapere, per “donare” agli altri un’immagine decisamente irreale di noi , decidendo di “tradirci consapevolmente”, ogni giorno.
E se provassimo invece a rimanere fedeli a noi stesse, riconoscendo i nostri limiti e i nostri “non lo so”?

Ed ecco che fa capolino un diritto, più vero e concreto che mai: tu hai il diritto di dire “Non so”, quando si pretende da te una competenza che non hai.

In fondo tutto questo rappresenta la libertà di sostenere nuove esperienze e nuovi confronti, senza promuovere il pensiero tanto ansiogeno della “tuttologia” intrinseca che si autoalimenta, e allora perché non seguirlo?
Decidere di essere se stessi vuol dire scegliere di non tradire le nostre meravigliose differenze individuali che ci rendono sorprendentemente unici e speciali.
E poi rispettare e far rispettare i nostri confini con un sano “non lo so” ci fa star bene e ci libera dal peso del giudizio altrui, e finalmente leggere possiamo godere dei nostri limiti, percepiti come complici e non più come ostacoli.

Buon lavoro, a tutti.

Cecilia Gioia

tratto da http://www.bambinonaturale.it

Hai il diritto di scegliere se trovare una soluzione ai problemi degli altri.

Quante di noi, scelgono almeno una volta al giorno di indossare i panni della crocerossina per promuovere il pensiero surrealista del “Se non me ne occupo io, chi può farlo?sindrome-di-atlante-narcisismo

E se alcuni di noi si riconoscono in questa nota “Sindrome dell’Io ti Salverò”, facciamo un bel respiro, di quelli che ossigenano corpo e pensieri, e ascoltiamoci.

Provare a identificare i vari virus cognitivi che albergano nella nostra mente è quanto di più funzionale possa esistere, per un viaggio nutriente dentro noi stessi e il nostro modo di percepirci. Sarà che ci hanno insegnato che bisogna soddisfare i bisogni dell’altro, sarà che è “meglio” non deludere le aspettative, sarà che ci piace sentirci utili ed efficaci, resta il fatto che  spesso ci trasformiamo in SuperEfficienti Risolutori dei Problemi Altrui, dimenticando i nostri bisogni e “violentando” i nostri fisiologici tempi per ascoltarli.

Tutto questo per alimentare in noi delle idee irrazionali (Ellis, 1989) che impoveriscono le nostre risorse energetiche e promuovono questi pensieri: “Devo sempre occuparmi io dei problemi degli altri, se non lo faccio sono un’egoista”. Capite bene che quando un pensiero di questo tipo decide di abitare dentro di noi, le conseguenze che ne derivano sono catastrofiche.

Mi spiego meglio.

Rispondere “sempre” ai bisogni altrui ci fa sperimentare un senso di “eccessiva e irreale” efficacia, rinforzata soprattutto dai feedback di chi beneficia costantemente delle nostre strategiche e immediate soluzioni.

Tutto questo a discapito di un fisiologico ascolto del “VOGLIO”, che lascia il posto al “DEVO”, già parte integrante, ahimè, del nostro quotidiano vivere. E il modello salvifico “Stai tranquillo, ci penso io” assume sempre più valore, de-nutrendo i nostri bisogni.

Ma oggi voglio proporvi una riflessione, un virus “buono” che ri-genera: pensiamo ai nostri figli e alle competenze che vogliamo promuovere in loro. Immaginiamo tutte le volte che ci osservano e che, come spugne, assorbono alcuni nostri comportamenti. Prenderci cura dei nostri bisogni, legittimandoli come nutrienti di cui non possiamo fare a meno, equivale a insegnare ai nostri figli a fare altrettanto, rendendoli consapevoli di quanto sia necessario ascoltare la loro parte desiderante.

E allora un sano “No, non me ne occupo” ci protegge, ci cura e fa bene a chi ci sta intorno e ci osserva.

Adesso, quindi, un po’ di silenzio, momento unico e irripetibile per accogliere parole vibranti come queste: “Non conosco una via infallibile per il successo, ma soltanto una per l’insuccesso sicuro: voler accontentare tutti”(Platone).

Buon ascolto!

Cecilia Gioia

tratto da http://www.bambinonaturale.it

Hai il diritto di cambiare le tue opinioni.

Gestionando_2-pecerasRiflettendo, questo quarto diritto racchiude dentro di sé il requisito fondamentale per vivere bene.

Non riconoscere a noi stessi questa possibilità, può renderci poco flessibili e refrattari a un potenziale cambiamento. In fondo cambiare ci fa paura, ci destabilizza e ci rende meno sicuri. Meglio scegliere di cristallizzarci, ancorandoci spesso a idee e opinioni non sempre masticate e digerite, che ci conferiscono la sensazione di essere con gli altri e come gli altri.
Lo ammetto, sono un po’ ruvida, ma amo profondamente le differenze, le considero un valore unico che rende il nostro essere “umani” una piacevole scoperta da coltivare ogni giorno.

Tempo fa, quanto più percepivo le mie idee “stabili” e spesso irreversibili, tanto più sperimentavo una percezione di illusoria sicurezza e controllo verso i miei pensieri e le mie indiscutibili certezze.

Approccio scarsamente funzionale che non ha tenuto conto della variabile “imprevisti”, e che non ha attutito (sic!) lo scontro con una realtà non sempre accondiscendente. Con queste premesse comportamentali, ogni imprevisto su di me ha lasciato un segno.

Ma in fondo cosa rappresenta per noi cambiare opinione? Quando non ci riconosciamo il diritto di cambiare le nostre idee, decidiamo consapevolmente di non crescere. Tutto questo a discapito di uno scarso nutrimento dell’Io, che diventa evitante a qualsiasi confronto con l’altro, occasione per cambiare prospettiva.

Probabilmente il motivo di fondo alla base di questa scarsa flessibilità è dato dalla identificazione delle nostre idee con il nostro Io. Ma udite, udite, noi non siamo le nostre idee e proprio per questo abbiamo il diritto di cambiarle ogni qualvolta ci accorgiamo di sentirle scomode.

Passare da un’opionione all’altra, senza mai perdere l’entusiasmo di cambiare ogni volta prospettiva, ci insegna a vivere la nostra esistenza nel pieno delle nostre possibilità, assumendoci consapevolmente la responsabilità dell’azione.

Riconosciamoci il diritto di scoprire dei limiti nelle nostre idee, assecondiamo la nostra fisiologica, quanto necessaria, predisposizione naturale verso il cambiamento. Non inibiamo la nostra voglia di scoprire nuove prospettive e possibilità, anzi mettiamoci in gioco sor-ridendo delle nostre pseudocertezze. Lasciamoci andare a tutto questo e altro ancora, ricordando il valore del nostro Io, per scoprire i nostri confini e decidere poi, di andare oltre.

Permettiamo a noi stessi di cambiare, è un nostro diritto. Da sempre.

Cecilia Gioia

tratto da http://www.bambinonaturale.it